Cosa è avvenuto alla croce (1)

 Cosa è avvenuto alla croce (1)
La Croce al Centro 
La sostituzione
La croce non è un incidente della storia, è il cuore del piano eterno di Dio.
Nella croce di Cristo, Dio compie realmente qualcosa di necessario, intervenendo nella frattura tra Sé e l’uomo.
Questa frattura è descritta in termini molto forti. Tra Dio e l’uomo non esiste una semplice distanza naturale, ma un ostacolo reale, costituito dal peccato e dalla colpa. 
La colpa non è qualcosa di superficiale, o facilmente eliminabile, ma una realtà personale, irrevocabile, che coinvolge il rapporto stesso con Dio. 

La nostra colpa non è solo qualcosa che percepiamo dentro di noi, ma è un dato oggettivo davanti a Dio. Ed è questo che rende la situazione così seria.

Per questo anche l’ira divina non è un’immagine simbolica da eliminare, ma l’espressione della santità e della giustizia di Dio di fronte al male. Se Dio prendesse alla leggera il peccato, cesserebbe di essere il Dio santo e giusto.

Il messaggio precedente ci ha mostrato perché la croce era necessaria: la santità di Dio e la condizione dell’uomo la rendevano inevitabile.

Dio stesso ha provveduto il sacrificio per rimuovere i peccati e la colpa del mondo: in Cristo, è Lui stesso che prende su di Sé il peso del peccato e compie l’espiazione una volta per tutte. 
La colpa ci toglieva il fiato. Cristo ha preso su di Sé il peso che ci schiacciava e ci ha ridato il respiro.
Un uomo è morto su una croce romana fuori Gerusalemme; questo lo sanno tutti, anche gli storici non credenti. Ma il Nuovo Testamento afferma che in quell’evento si è concentrata la più grande operazione della storia dell’universo.
• Non un martirio eroico
• Non un esempio morale
• Non una dimostrazione d’amore fine a sé stessa
• Non un semplice simbolo

Ma un evento reale, in cui Dio agisce veramente per vincere ciò che separa l’uomo da Lui, per soddisfare Sé Stesso e salvare il mondo.

Da oggi, vedremo cosa è realmente accaduto sulla croce. Cominciamo con la dottrina della sostituzione: Gesù Cristo ha operato uno scambio. 

John Stott sulla sostituzione scrive: “Il concetto di sostituzione implica che una persona prenda il posto di un’altra, in particolare per sopportarne il dolore e salvarla così da esso.”

“Cristo morì per i nostri peccati” dice Paolo in 1 Corinzi 15:3

“Per” (hyper) indica lo scopo per cui è morto, e cioè per i nostri peccati, come anche che Gesù è il nostro rappresentante (a nome di, o a favore di) come anche il nostro sostituto (al posto di).

Dio non resta distante, ma in Cristo prende su di sé ciò che spettava all’uomo. È il cuore della dottrina dell’espiazione vicaria.
C’è un posto che dovrebbe essere nostro, che noi avremmo dovuto occupare; ma ne siamo stati allontanati, e un Altro – Gesù Cristo – lo ha occupato e agito lì al nostro posto, senza che noi possiamo aggiungere nulla, perché quel posto è ormai occupato da Lui e Dio è stato soddisfatto.
In altre parole: Gesù Cristo ha preso il posto dei peccatori, cioè noi, come rappresentante e sostituzione per agire nel nostro nome e quindi in modo valido ed efficace per noi... senza alcuna collaborazione da parte nostra, perché non era necessario per la perfezione del Suo sacrificio (cfr. per esempio Isaia 53:10-11; Romani 3:25-26).

Cristo ha sofferto al nostro posto e ha affrontato la morte che spettava a noi; sebbene perfettamente innocente e libero dal peccato, ha sopportato sofferenze intense e una morte straziante interamente a nostro favore caricandosi non solo dei nostri peccati, ma anche del nostro meritato giudizio di Dio.

Per sostituzione s’intende che una persona prende il posto di un’altra specialmente nel caso di un castigo in modo da evitarglielo. 

Troviamo l’esempio del francescano polacco cattolico Massimiliamo Kolbe del campo di concentramento di Auschwitz, quando un certo numero di prigionieri fu selezionato per l’esecuzione e uno di loro urlò di essere sposato con figli, Kolbe si fece avanti e chiese di poter prendere il posto di quell’uomo. La sua richiesta fu accettata dalle autorità, ed egli fu posto in una cella sotterranea, dove fu lasciato morire di fame. 

Noi troviamo nella Bibbia che:
• Abramo offrì invece del figlio un montone (Genesi 22:13)
• L’Agnello pasquale fu sacrificato per la protezione contro il giudizio di Dio sui primogeniti (Esodo 12:13-17) 
• Gli animali venivano sacrificati sotto l’Antico Patto (cfr. per esempio Levitico 1:4; 4:13-20; 6:2-7; 16:17,30,34). 
      I sacrifici del Levitico avevano il senso di espiare i peccati. 
      “Espiare” (kāp̱ar)significa coprire il peccato, coprirlo alla vista di Dio (cfr. per esempio
      Salmo 51:9; Isaia 38:17; Michea 7:19), così da non suscitare la Sua ira, ha quindi il senso 
      di riparare, ma anche quello di riconciliare. 
          
Quindi nell’Antico Testamento l’espiazione avveniva per mezzi di una vittima sostitutiva che prendeva il posto dell’offerente. 
Questo ha fatto Gesù (Ebrei 2:17): è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Giovanni 1:29,36), Gesù è la nostra Pasqua (1 Corinzi 5:7-8). 

I GESÙ SI È FATTO PECCATO PORTANDO I NOSTRI PECCATI
Nell’Antico Testamento, nel sacrificio avviene un trasferimento: il peccato del popolo passa all’animale e così avviene l’espiazione (Levitico 16:20–22). 

Gesù “ha portato i nostri peccati” nel Suo corpo sulla croce.  
1 Pietro 2:24 dice: “Egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce” (cfr. per esempio Isaia 53:4-6; Romani 5:8; Ebrei 9:28; 1 Pietro 3:18). 
È come se la colpa cambiasse indirizzo: dall’uomo si spostava sull’animale, dall’animale sale infine sulla croce. 
Ma il sangue degli animali non chiudeva mai il conto – era solo un’ombra che prefigurava Cristo, ripetuta ogni anno perché “impossibile che il sangue di tori e di capri, tolga i peccati” (Ebrei 10:1,4). 
Una volta arrivato Cristo, quei sacrifici non sono stati più necessari, perché il Suo sangue non sposta il peccato: lo porta via, una volta per sempre (Ebrei 9:12; 10:12).

“Egli ha portato i nostri peccati” significa che, benché non avesse peccato, si è fatto peccato prendendo i nostri peccati. 

“Ha portato” (anaphérō – aoristo attivo indicativo) indica l’atto di offrire i sacrifici portandoli all’altare (cfr. per esempio Ebrei 7:27; LXX Genesi 8:20; Levitico 6:26; 14:19).
Pietro non dice che Cristo “offrì” i nostri peccati sulla croce, ma che li “portò” sulla croce. 

Cristo non ha solo offerto un sacrificio per i nostri peccati: li ha caricati sulle Sue spalle e li ha portati via per sempre nella Sua morte.

Gesù non è stato semplicemente un sacerdote che porta un’offerta all'altare restando distinto da essa, come nell’Antico Patto dove il sommo sacerdote doveva offrire sacrifici ripetuti, distinti da sé (cfr. per esempio Ebrei 7:27; 9:25-26).

Qui il sacerdote e l’offerta coincidono: Gesù è insieme “il sommo sacerdote... e la vittima” del Suo stesso sacrificio (cfr. per esempio Ebrei 9:11-14). 
Non si limita a trasportare il peccato da un luogo all’altro, restandone estraneo: se ne identifica, tanto da subirne Lui stesso la condanna, come se il peccato fosse realmente il Suo.

“Nel Suo corpo” sottolinea la natura vicaria con cui Gesù ha sopportato su di Sé la pena dei nostri peccati: la colpa e il giudizio che meritavamo sono caduti su di Lui perché portava i nostri peccati.

È una sostituzione penale che J.I. Packer definisce così: “…Gesù Cristo nostro Signore, spinto da un amore deciso a fare tutto ciò che era necessario per salvarci, ha sopportato ed esaurito il distruttivo giudizio divino al quale noi eravamo altrimenti ineludibilmente destinati, ed ha quindi conquistato per noi il perdono, l’adozione e la gloria.”

2 Corinzi 5:21: “Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui”. 

Il verbo greco “conosciuto” (gnonta – aoristo attivo participio) indica una conoscenza completa, una piena familiarità, un’esperienza diretta.

Significa, quindi, che Cristo non praticò il peccato, non era un peccatore, ma era santo! 
Gesù è morto per i peccatori, ma in Lui non c’era peccato! (cfr. per esempio Luca 1:35; Giovanni 8:46; Atti 3:14; Ebrei 4:15; 1 Pietro 2:22; 3:18; 1 Giovanni 3:5).
La santità era un’indispensabile condizione per morire per i nostri peccati!!

Se non fosse stato senza peccato, Gesù non avrebbe potuto prendere il posto dei peccatori! Infatti, i sacrifici sotto l’Antico Patto dovevano essere senza difetti! (cfr. per esempio Levitico 22:20-22; Deuteronomio 15:21; Malachia 1:6-8,12,13).

Gesù è l’agnello sacrificale di Dio, senza macchia (cfr. per esempio Giovanni 1:29; 1 Pietro 1:19; Esodo 12:5; Ezechiele 46:13).
Ecco perché il sacrificio di Gesù è stato approvato da Dio! (cfr. per esempio Matteo 3:17; 17:5).

L’efficacia della Sua morte sacrificale deriva dall’assenza di peccato nella Sua vita.

Il sacrificio di Cristo ha soddisfatto Dio perché fu perfetto, frutto della Sua perfetta obbedienza a Dio (Romani 8:1-3; Filippesi 2:8; Ebrei 4:15; 10:9-10; 1 Pietro 1:19), per questo non è necessario farne altri! (cfr. per esempio Giovanni 19:30; Ebrei 7:26-27; 9:12,24-28; 10:1-2,10-14). 

La gravità del peccato richiede un sacrificio perfetto, finale, definitivo, quello di Cristo lo era.

“Egli lo ha fatto diventare” (epoiēsen) indica l’iniziativa di Dio Padre nell’assegnare a Cristo il ruolo di portatore del peccato, e della colpa anche se la morte sacrificale di Cristo era anche un’espressione del Suo stesso amore per noi (cfr. per esempio 2 Corinzi 5:14; Galati 2:20). 

La salvezza non può venire dall’uomo, ma solo dall’iniziativa di Dio.

Ma attenzione: “Egli lo ha fatto diventare peccato per noi” non significa che Cristo è diventato un peccatore. Era impossibile che ciò avvenisse, perché Gesù essendo di natura divina è santo (cfr. per esempio Abacuc 1:13; Giacomo 1:13;1 Giovanni 1:5).

“Egli lo ha fatto diventare peccato per noi” si riferisce alla croce. 
Questo è un altro modo per dire “per i peccati” nel senso che Cristo morì come sacrificio per i peccati (Romani 3:22-25; 5:6-8, 14:15; 2 Corinzi 5:14-15; Galati 1:4; 2:20; 3:13; 1 Tessalonicesi 5:9-10; 1 Timoteo 2:6), liberando il credente dalle conseguenze del peccato.

Il Cristo senza peccato ha preso il nostro peccato e la nostra colpa; quindi, per noi non c’è più nessuna condanna! (Isaia 53:4-6; Romani 4:25; 8:1).

Gesù si è assunto la punizione dovuta per i peccati dell’umanità. Questa rassicurazione non solo ci ricorda la gravità del peccato, ma anche la misericordia e la grazia sconfinate che Dio ci offre attraverso Cristo.

Gesù Cristo si identifica veramente con l’umanità, specialmente con i peccatori e gli esclusi.

Gesù è il Dio santo che non teme di avvicinarsi ai peccatori, anzi li cerca e mangia con loro (Matteo 9:9-13; Luca 5:29; 19:1-10), li accoglie (Luca 7:36-50). 
Non è un dettaglio marginale: è il cuore della Sua missione.

Leon Morris diceva: “L’aspetto rivoluzionario nella pratica di Gesù fu la sua disponibilità a identificarsi con gli uomini comuni. Non assunse una posizione simile a quella della maggior parte dei capi religiosi. Non biasimò né disprezzò gli uomini per non aver osservato le tradizioni. Non si considerò troppo santo per entrare in contatto con loro. Non ringraziò Dio di non essere come gli altri uomini. Al contrario, li cercò. Parlò con loro. Pranzò con loro. Si fece uno con loro.”

La croce rappresenta il culmine di questa identificazione. Non è solo sofferenza passiva, né un semplice esempio di eroismo: è un atto volontario di offerta e sostituzione, con cui Cristo prende su di sé il giudizio e la separazione che spettano all’umanità. 
Per questo il Suo sacrificio è detto vicario: Egli soffre per gli uomini e davanti a Dio.

Non è solo un fatto storico che Gesù fu crocifisso tra due malfattori, quindi: non ai margini, non accanto, ma al centro (Isaia 53:12; Luca 23:33), e questo è un dettaglio importante e ci dice che:
• Gesù è sceso veramente in mezzo ai peccatori
• Gesù ha preso il posto dei colpevoli
• Gesù si è identificato con loro
• Gesù ha portato la loro condanna
• Gesù è stato trattato come uno di loro

La vicinanza di Gesù sulla croce è una solidarietà esistenziale.
La croce è il punto in cui Gesù entra fino in fondo nella condizione umana, il punto più profondo della Sua identificazione con l’uomo peccatore.
Per colmare la distanza tra noi e Dio, Gesù non costruisce un ponte da fuori: entra Lui stesso in quella distanza, la vive, e così la annulla. È l'atto supremo di amore verso chi non può salvarsi da solo.
È come uno che scende in un pozzo per tirar fuori chi vi è caduto: non basta stare sull’orlo e allungare una mano, bisogna toccare il fondo. 
Gesù non grida la salvezza dall’alto della croce: la compie scendendo, Lui senza peccato, fin dentro la voragine dell’abbandono.

Se ti senti troppo lontano, troppo compromesso, sprofondato nel pozzo fangoso del peccato, ricordati che Gesù è venuto proprio in questo pozzo e ti vuole liberare: non c’è pozzo di peccato che Lui non possa raggiungere.

Gesù si è fatto uomo e il Suo sacrificio è stato reale: ha donato la Sua vita, affrontando una rinuncia estrema, entrando volontariamente nell’agonia e offrendosi totalmente a Dio. 
Proprio in quel momento Dio lo aveva abbandonato (Matteo 27:46), perché si stava caricando dei peccati dell’umanità, e Dio non può avere comunione dove c’è il peccato.

Sulla croce non moriva solo un uomo. Si consumava una separazione che nessun’altra separazione al mondo può eguagliare.

Il Suo atto espiatorio non è stato semplicemente la sofferenza umana della morte, né la tortura fisica della croce – tanti altri hanno sofferto anche questo.
Ciò che lo rende unico è che ha sperimentato la distanza, l’oscurità, la maledizione, ciò che nessun uomo ha mai conosciuto: ha sofferto come Colui che porta il peccato del mondo (Giovanni 1:29), come l’Innocente che si lascia schiacciare dalla condanna che spettava a noi. 
Nessuno, né prima né dopo di Lui, ha mai portato un peso simile. 

Non fu la croce a renderlo unico. Fu ciò che portava sulla croce.

La passione di Cristo appartiene a un ordine completamente diverso da qualsiasi sofferenza umana. 
Il Figlio di Dio, perfettamente senza peccato, si è fatto uomo per prendere su di sé il nostro peccato (cfr. per esempio 2 Corinzi 5:21), la nostra colpa (cfr. per esempio Isaia 53:6,11); e il nostro castigo (cfr. per esempio Isaia 53:5; Romani 5:9; Galati 3:13).

I chiodi hanno trafitto la carne di tre uomini quel giorno. Solo su uno di loro si è abbattuta l’ira di Dio.

Il grido di abbandono di Cristo sulla croce è il caro prezzo esatto della nostra riconciliazione, gridato ad alta voce.

La Sua sofferenza è dunque unica: non solo più grande di quella degli animali, non solo più profonda di quella degli uomini, ma infinitamente più radicale, perché è la sofferenza di Dio fatto uomo che si lascia colpire dalla giustizia divina per salvare chi non poteva salvarsi.

II GESÙ HA DATO LA SUA VITA PER DONARCI LA VITA 
Noi leggiamo in Giovanni 10:11,15 che Gesù è il buon pastore che dà la Sua vita per le pecore.
Un pastore mercenario, alla vista del lupo, fugge: la pecora non gli appartiene abbastanza da valere il rischio. 
Il buon pastore resta, e se serve muore, perché quel gregge è davvero suo.

Gesù è:
• Il Pastore che diventa Agnello
• Il Re che si fa vittima
• Il Creatore che si lascia inchiodare dalla creatura

Paolo in Romani 5:6-8 scrive che Cristo è morto per gli empi, è morto per noi.
Non è un martire trascinato alla morte: è un Salvatore che vi entra volontariamente (cfr. per esempio Giovanni 10:16-18), come un guerriero che scende nella fossa per sollevare chi non può più uscire.

Dunque: la morte di Gesù è stata un sacrificio (Efesini 5:2), ricorda i sacrifici per il peccato dell’Antico Testamento (cfr. per esempio l’agnello di Esodo 12 con Giovanni 1:29;35 e 1 Corinzi 5:7, oppure il sacrificio propiziatorio del Levitico con Romani 3:25). 

I sacrifici di sangue nell’Antico Testamento erano il sigillo sacro della vita offerta in luogo di un’altra vita (Levitico 17:11) e prefiguravano il sacrificio definitivo di Cristo fatto una volta e per sempre (Ebrei 10:1-10).

L’aspetto sacrificale della morte di Cristo è visto ancora nei frequenti riferimenti al Suo sangue e di come sia indispensabile per l’espiazione, la redenzione, il perdono dei nostri peccati, la riconciliazione con Dio e la santificazione (Romani 3:25; 5:9; Efesini 1:7; 2:13; Colossesi 1:20; Ebrei 9:11-14,22; 10:10-14; Apocalisse 1:5). 

Il sangue di Cristo è il ponte gettato sull’abisso tra Dio e l’uomo.

Riguardo il sangue possiamo dire che:
A) Il sangue è vita
Il sangue è la vita perché la vita cessa quando il sangue è separato dal corpo: quando manca tutto il sangue subentra la morte
Essendo vita, il sangue può quindi espiare per la vita.

In Levitico 17:11 (cfr. per esempio anche Genesi 9:4; Deuteronomio 12:23), Dio afferma che la vita è nel sangue e per questo motivo doveva essere versato sull’altare per fare l’espiazione per mezzo della vita di un animale offerta in morte.

Mark Rooker scrive: “Il sangue è considerato la fonte della vita, e poiché il sangue rappresenta la vita (Genesi 9:4; Deuteronomio 12:23), può espiare per la vita. Poiché la vita di una creatura è nel sangue, il sangue fa espiazione per la vita di qualcuno. Una vita viene sacrificata per un’altra. Lo spargimento di sangue espiatorio sull’altare compie l’espiazione, poiché il sangue della vittima innocente è stato dato per la vita di colui che ha peccato.”

B) Il sangue opera l’espiazione
Il sangue nel sacrificio è vita versata in morte. Secondo Levitico 17:11, il sangue compie l’espiazione per mezzo della vita offerta, fondandosi sul concetto di sostituzione: l’animale muore al posto dell’offensore umano, cosicché questi non debba morire.

Il sangue fa l’espiazione perché contiene la vita: una vita è data al posto di un’altra. L’espiazione è quindi sostitutiva: “vita per vita”, “la vittima innocente per il peccatore”.

Gerhard von Rad diceva: “Non è il sangue in sé che opera l’espiazione, ma il sangue nella misura in cui la vita è contenuta in esso.”

Il sangue ci parla di morte violenta, quindi non si sta parlando di sangue che scorreva nelle vene, ma piuttosto del sangue versato, che indicava la fine della vita.

Ciò che conta non è semplicemente la presenza del sangue nel corpo, bensì il sangue versato sull’altare, che simboleggia la morte, la morte sostitutiva di un individuo, segno di una vita finita e offerta, che grida: “Qualcuno è morto al posto tuo.”

Il sangue versato è come una firma rossa su un contratto di grazia: “Questa morte è per lui. Questa vita è per lei.”

È la logica divina della sostituzione: 
• Vita per vita
• Innocente per colpevole
• Agnello per peccatore

C) Il sangue è stato donato da Dio per questo scopo espiatorio
Levitico 17:11 dice: “Poiché la vita della carne è nel sangue. Per questo vi ho ordinato di porlo sull’altare per fare l’espiazione per le vostre persone; perché il sangue è quello che fa l’espiazione, per mezzo della vita.”

Dio stesso fornisce e permette il sangue come mezzo di espiazione. È un atto di grazia: il colpevole non può auto-riscattarsi, ma Dio offre il riscatto. 

Infatti, “vi ho ordinato di porlo” in ebraico è “ho dato” (nĕtattî – qal attivo perfetto), quindi dobbiamo pensare ai sacrifici come dati da Dio – il sovrano proprietario come Creatore (cfr. per esempio Salmo 24:1-2) – non di origine umana, non come a uno strumento umano per placare Dio, ma come a un mezzo di espiazione fornito da Dio stesso.

Il sangue espiatorio non è qualcosa che gli esseri umani meritano, non rappresenta sforzi umani per placare Dio; è un dono di Dio, che ha istituito il sacrificio di sangue come mezzo per soddisfare la Sua esigenza di punire e rimuovere il peccato.

L’animale viene offerto in nome della persona; il suo sangue è il mezzo divinamente stabilito per rendere disponibile il perdono. 
È come un fideiussore che firma al posto del debitore insolvente: non paga per finta, paga davvero, fino all’ultimo centesimo – e chi era in debito è libero.

Gli uomini si limitano a utilizzare e riconoscere questo dono compiendo il sacrificio. Se Dio non lo avesse dato, nessun tentativo umano di placarlo avrebbe potuto avere successo.

Per questo ogni sforzo per meritarsi il perdono – essere più buoni, fare più bene, pregare di più – è un tentativo di pagare un debito con una moneta che non ha corso. 
Non serve lavorare di più per essere accettati: serve ricevere ciò che Dio ha già dato.

Questo è molto più chiaro nel Nuovo Testamento, dove Gesù è visto come sacrificio sostitutivo donato da Dio (cfr. per esempio Giovanni 3:16; Romani 8:31-32; 1 Giovanni 4:9-10), che risolve il problema del peccato una volta e per sempre, a differenza di quelli dell’Antico Testamento (cfr. per esempio Ebrei 9:11-14; 10:10-14). Come abbiamo visto, i sacrifici nell’Antico Testamento erano solo ombre: Gesù è la sostanza! Il sacrificio definitivo con cui Dio soddisfa Sé Stesso. Ecco perché non sono necessari altri sacrifici.

Non è l’uomo che inventa un modo per placare Dio: è Dio che inventa un modo per salvare l’uomo.

“Il punto centrale della visione cristiana della croce è che Dio non aspetta che qualcun altro paghi il prezzo del peccato, ma nel Suo infinito amore ha pagato Egli stesso il prezzo per noi: Dio stesso, nella persona del Figlio, ci ha amati e ha dato sé stesso per noi; Dio stesso, nella persona del Padre, che ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio Unigenito” (Gresham Machen).

Nessun uomo poteva pagare quel debito. Così Dio stesso è sceso a pagarlo.
I sacrifici degli animali erano rappresentativi e sostituitivi, cioè rappresentavano e sostituivano l’offerente peccatore, erano come attori che interpretano un ruolo che non possono realmente compiere.
Cristo invece è il protagonista reale, l’unico che può dire: “Io prendo il tuo posto. Io porto il tuo peso. Io pago il tuo debito”.

Così chi crede che Gesù sia l’unico sacrificio per il perdono dei peccati, è come se si facesse rappresentare da Lui (che agisce al nostro posto) e sostituire sulla croce da Lui (che subisce al nostro posto la pena per i nostri peccati), così da non subire più il giudizio di Dio.

Gesù ha dato sia il Suo corpo che il Suo sangue, e il pane e il vino ne sono simboli, che parlano del Nuovo Patto (Matteo 26:26-29).
Tutto questo non resta sull’altare di duemila anni fa. Scende fino a te, oggi, e ti chiede: cosa farai, ora che il conto è già stato pagato?
• Se Cristo ha dato la vita per te, vivi come uno che vale
Il sangue di Gesù dice una cosa sola: tu vali quanto la vita del Figlio di Dio.
Smetti di camminare come uno che non conta e cammina come uno che è stato comprato a caro prezzo, amato, liberato.

• Se Cristo ha pagato il tuo debito, smetti di pagarlo tu
Non devi più meritare ciò che Lui ha già ottenuto, e non devi più punirti per ciò che Lui ha già portato.
Accogli la grazia. Respira la libertà.

• Se il sangue ti copre, il peccato non ti definisce
Il tuo passato non è più il tuo nome: il sangue di Cristo è la tua nuova identità.
Non guardarti come eri: guardati come Lui ti vede.

• Se Cristo è morto per te, tu vivi per Lui
Non per espiare, è già fatto, ma per amare. 
Vivi la tua vita nel perdono, nel servizio e nella generosità.
Il sangue che ti salva è il sangue che ti spinge a consacrarti a Dio.
Cristo non ha versato il sangue per lasciarti dove sei.

CONCLUSIONE
All’inizio abbiamo detto che sulla croce non c’è stato solo un uomo che moriva: si è consumata la più grande operazione della storia dell’universo. Ora sai perché. 
Quella frattura tra Dio e l’uomo, quell’ostacolo reale che il nostro peccato aveva scavato, non è stata semplicemente attenuata: è stata colmata, e non da uno sforzo nostro, ma da uno scambio che solo Dio poteva compiere, e lo ha fatto tramite il sacrificio di Gesù Cristo.

Alla croce c’è stato uno scambio reale: tra Cristo e noi peccatori.
Cristo ha preso ciò che era nostro: peccato, colpa, giudizio, e ci ha dato ciò che era Suo: perdono, giustizia, vita. 

La distanza che ci separava da Dio è stata colmata non da un ponte costruito dall’uomo, ma da Dio stesso che è sceso nel nostro abisso.

La croce è il punto in cui:
• L’Innocente si è fatto colpevole
• Il Santo si è fatto peccato
• Il Pastore si è fatto Agnello
per portarci fuori dal pozzo fangoso del peccato da cui non potevamo più risalire.

Ora:
• Il conto è pagato
• La colpa è rimossa
• Dio è soddisfatto
• La porta del cielo è aperta

Cristo non ha versato il sangue per lasciarti dove sei: lo ha versato per portarti dove Lui è.

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