Giobbe 1:13-22: Quando i colpi si moltiplicano (3)
Giobbe 1:13-22: Quando i colpi si moltiplicano (3)
La risposta della fede (vv.20-22)
Serie: Piove sul bagnato
Nella prima predicazione di questa serie: “Piove sul bagnato”, abbiamo visto che anche i giusti soffrono: la sofferenza non è sempre conseguenza del peccato.
Nella seconda abbiamo seguito Giobbe nel cuore della tempesta: la rapidità dei colpi, l’enormità della perdita, la prima reazione al dolore.
Oggi arriviamo al centro, non a una nuova tragedia, ma a una risposta. La risposta di un uomo che ha perso tutto e che sceglie di prostrarsi davanti a Dio.
Non possiamo evitare certe sofferenze, ma possiamo controllare le nostre reazioni.
Gli agenti assicurativi chiamano ciò che accade a Giobbe “atti di Dio” – eventi imprevedibili, fuori controllo umano.
Ma è davvero così?
• Dio non è coinvolto nelle tragedie?
• Dio non è davvero interessato a ciò che accade sul pianeta che ha creato?
• Dio non è abbastanza potente da controllare la natura?
Non si sono forse chiesti milioni di persone, dentro e fuori dalla chiesa, se Dio sia a volte indifferente… insensibile… privo di cura? Dio si preoccupa? Guarda le notizie?
Commentando un recente disastro naturale, un giornalista televisivo si fece portavoce di molti scettici quando disse: “Se questo mondo è il prodotto di un disegno intelligente, allora il Progettista ha qualche spiegazione da dare.”
Quello che vediamo nella storia di Giobbe è:
• Dio non è l’autore del male
• Dio permette che Giobbe sia provato
• Dio pone dei limiti all’agire di Satana
Ma quello che abbiamo visto nella predicazione precedente, ed è particolarmente significativo, è che Giobbe, dopo aver ricevuto le notizie che aveva perso tutto, perfino i dieci figli, esprime il suo dolore, si prostra a terra e adora Dio.
Questo atteggiamento di umile riverenza e devozione verso Dio dimostra che la sua fede non è stata sovvertita dalla sofferenza.
Alexander Maclaren ha intitolato il suo sermone su Giobbe 1:21: “Il dolore che adora.”
Noi vediamo due espressioni che ci parlano dell’umile atteggiamento di Giobbe verso il Signore: prostrarsi a terra e adorò.
“Si prostrò” (wayyippōl – qal attivo wayyiqtōl) è: “Cadde prostrato” a terra, ma non un inginocchiarsi con compostezza – il corpo si abbassa completamente, di colpo, a terra.
È l’atto di distendersi, o inginocchiarsi toccando il viso a terra in omaggio, o umiltà a un superiore (cfr. per esempio Genesi 44:14; 2 Samuele 9:6), in questo caso è verso il Signore.
Ed è già un gesto di adorazione, infatti nella Bibbia questo verbo descrive a volte specificamente il prostrarsi davanti a Dio (cfr. per esempio Genesi 17:3; Numeri 24:4; Giosuè 5:14; 1 Re 18:39; 2 Cronache 20:18).
Non è una caduta per debolezza, involontaria, o per caso contro notizie angoscianti. È una caduta intenzionale, cultuale, carica di significato: il corpo che si abbassa completamente davanti alla maestà di Dio per adorarlo.
Giobbe sceglie di prostrarsi volontariamente (voce attiva) davanti a Dio.
La forma verbale (wayyiqtōl) ci dice che questa caduta è un momento preciso dentro una sequenza narrativa: si alzò, si stracciò le vesti, si rasò il capo e cadde prostrato – è il culmine del dolore che diventa adorazione.
Eric Ortlund scrive: “Sotto la mano di Dio, la sofferenza di Giobbe lo spinge ancora più profondamente in un adorazione profonda di Dio.”
Allora “si prostrò a terra” non è un semplice gesto fisico del corpo che tocca il suolo: è un atto carico di significato teologico. È la prostrazione davanti a Dio nel culto.
Prostrarsi significa riconoscere:
• La grandezza e la sovranità di Dio
• La propria piccolezza
• La propria totale dipendenza
È un modo per dire: “Accetto ciò che non comprendo”.
Giobbe si prostrò a terra e adorò.
“Adorò” (wayyištāḥû – hitpael medio wayyiqtōl) è l’ultimo della catena delle azioni (wayyiqtōl) di Giobbe che si prostra volontariamente – è lui che compie questo gesto su sé stesso, è una scelta deliberata, non passiva.
“Adorò” è il termine che descrive il gesto cultuale del prostrarsi davanti a Dio (cfr. per esempio Giosuè 5:14: 2 Cronache 20:18).
Significa prostrarsi, inchinarsi profondamente – non come semplice gesto di rispetto, ma come atto di adorazione, omaggio e fedeltà a Dio (cfr. per esempio Esodo 4:31).
Questo verbo è il termine tecnico dell’adorazione biblica: compiere un atto cultuale davanti a Dio (cfr. per esempio Genesi 22:5; Esodo 4:31; 1 Samuele 1:19; Salmo 95:6; Isaia 27:13).
E il testo lo usa qui, dopo la perdita di tutto. Non è un caso.
È la stessa cosa che fa Davide dopo la morte del figlio: si prostra davanti a Dio (2 Samuele 12:20).
Il dolore non interrompe l’adorazione – diventa il luogo dell’adorazione.
La prostrazione rappresenta la totale impotenza di chi adora davanti a colui che possiede potere e autorità. Giobbe ha appena perso tutto – è già impotente, e sceglie il gesto che corrisponde alla sua realtà: adorare prostrato.
Non si alza a pugno chiuso, si prostra davanti a Dio e dice con il corpo: tu hai il potere, io non ho niente, e ti adoro lo stesso.
Nonostante il lutto, Giobbe risponde con un atto di adorazione e una dichiarazione di sottomissione alla sovranità divina, confermando la sua fede anziché maledire Dio come si aspettava Satana.
La perdita dei suoi figli e dei suoi beni, secondo Satana, doveva seminare dubbi nella mente di Giobbe sul carattere del Dio in modo da rinnegarlo (Giobbe 1:11).
Questo ci porta a considerare che la fede non è un contratto – si può amare Dio e adorarlo indipendentemente dai Suoi benefici.
David Atkinson commenta così: “Sorprendentemente, e significativamente, il suo primo istinto è di reagire verso Dio, nell’adorazione. Quanti di noi trovano che l’adorazione sia la nostra prima reazione, anche nei momenti migliori. Ma ecco un uomo che sta affrontando un lutto multiplo. È stato afflitto da una perdita dopo l’altra. Il suo dolore è reale e molto grande. Quanto è difficile adorare in un momento simile! Eppure, l’adorazione è la reazione di Giobbe. È così assorbito dall’azione sovrana di Dio nel dare e nel togliere che c’è un’umile accettazione nel benedire persino la mano che lo ha colpito.”
Un esempio da seguire, dovremmo imparare a reagire alla crisi con l’adorazione, anche quando non comprendiamo i piani di Dio come ci ricorda David L. Allen: “La vera adorazione può avvenire anche quando non comprendiamo Dio, o non lo troviamo nella nostra sofferenza. Giobbe non rivendica i suoi diritti e privilegi. Riconosce giustamente che Dio ci possiede; non ci deve nulla.”
Con l’affermazione, che è una delle più dense teologicamente dell’intera Scrittura: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore”, Giobbe riconosce che il Signore (Yahweh) è sovrano su tutta la vita, compresi sia gli aspetti buoni che quelli cattivi; quindi, non ci sono incidenti nel Suo universo.
Notate che Giobbe usa il nome “Signore” (Yahweh) tre volte in questo versetto.
Non usa “Dio” (Elohim), ma il nome personale del patto (cfr. per esempio Esodo 3:14-15; 6:2-3; 19:5-6; Deuteronomio 7:9), il nome con cui Dio si è rivelato in relazione con il Suo popolo.
Il Dio che Giobbe chiama tre volte per nome è il Dio che esiste da sempre, che non dipende da nulla, che non cambia, che è dinamicamente presente nella vita del Suo popolo, anche nei momenti di dolore.
Giobbe ha perso tutto, ma il Dio che pronuncia non è cambiato. Colui che ha dato è lo stesso che ha tolto – quel nome rimane degno di benedizione.
Tre volte, nel momento del dolore più grande, Giobbe pronuncia quel nome; non lo ha abbandonato, la relazione è ancora lì – ferita, incomprensibile, ma viva.
E la cosa straordinaria è che sotto quel nome mette insieme tutto: il dono e la perdita, il dare e il togliere.
Il Signore ha dato e il Signore ha tolto, non sono due divinità diverse – è lo stesso Dio, lo stesso nome, la stessa relazione.
Giobbe sa che Dio non ha alcun obbligo di spiegargli nulla. Non gli deve una risposta, non gli deve una ragione. Eppure, Giobbe non fugge – rimane davanti a lui. E alla fine benedice il suo nome.
Tre movimenti in una sola frase – Giobbe adorò dicendo:
I IL SIGNORE HA DATO (v.21)
“‘Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore.’” (Giobbe 1:21).
Giobbe sapeva di essere venuto in questo mondo senza nulla e che un giorno sarebbe partito nella stessa condizione: nudo (cfr. per esempio Ecclesiaste 5:15).
Non puoi portare niente con te!
Si racconta che anni fa tutti i parenti erano fuori dalla porta della camera da letto del patriarca di una famiglia molto ricca. Aspettavano che l’anziano morisse e che l’avvocato di famiglia uscisse. Quando arrivò, annunciò a tutti che il padre era morto. Immediatamente uno dei più avidi chiese: “Quanto ha lasciato?” E l’avvocato rispose: “Ha lasciato tutto. Non ha portato niente con sé.”
Così sarà per tutti noi.
Non importa quante carte di credito possiedi, quanti soldi hai in banca, o quanto sia grande la tua cassetta di sicurezza, cosa accumuli, o quanta assicurazione hai. Quando ce ne andremo, ce ne andremo proprio come siamo venuti al mondo: nudi, senza niente.
Ora Giobbe non disse: “Sono stato bravo e ho lavorato sodo per accumulare tutto quello che ho.”
Aveva sempre saputo che ogni cosa ricevuta veniva direttamente da Dio.
• Non dalle sue capacità
• Non dalla sua fatica
• Non dalla sua fortuna
Pensa a un bambino che riceve un regalo di compleanno.
• Non lo ha comprato
• Non lo ha guadagnato
• Non lo ha meritato
Lo ha semplicemente ricevuto. Noi siamo quel bambino – ogni mattina, davanti a ogni respiro, davanti a ogni pasto.
Quando Giobbe dice “il Signore ha dato”, sta evocando un gesto preciso – Dio che pone qualcosa nelle sue mani.
• Non un processo anonimo
• Non la fortuna
• Non il caso
Ma la MANO di Dio che dà.
Tutto ciò che Giobbe godeva nella vita era puro dono di Dio!
La parola “ha dato” (nātan – qal attivo perfetto) esprime l’idea che ogni bene è un dono del Signore, non un diritto.
Giobbe riconosce che tutto ciò che aveva non era suo per diritto. Era grazia.
Nessuno di noi ha diritto alla salute, alla famiglia, alla prosperità: sono doni di Dio, e i doni appartengono al Donatore.
Albert Barnes scriveva: “Non aveva nulla quando venne al mondo, e tutto ciò che aveva ottenuto era stato per la buona provvidenza di Dio. Mentre lo aveva dato, aveva il diritto di rimuoverlo. Questo era il sentimento di Giobbe, e questo è il vero linguaggio della sottomissione ovunque. Chi ha una visione corretta di ciò che possiede sentirà che tutto deve essere ricondotto a Dio, e che ha il diritto di rimuoverlo quando vuole.”
Indica che ciò che Giobbe aveva ricevuto era un dono già fatto dal Signore, è stato un atto reale, storico, già avvenuto (perfetto), così come la perdita era anch’essa sotto la sovranità del Signore.
Giobbe non parla in astratto, ma di un’azione concreta, e deliberata del Signore nella sua vita:
un dono senza merito, senza contropartita, senza condizioni (Genesi 24:35; Numeri 8:19; 14:4). Dio è sovrano nel dare come anche nel togliere.
Dio non è un contadino distratto che sparge semi a caso. È un giardiniere che pianta ogni seme nel punto esatto dove può portare frutto. E quando pota, non lo fa per impoverire la pianta, ma per farla fiorire.
“La provvidenza di Dio è una mano invisibile che non sbaglia mai” (Thomas Watson).
Il verbo indica porre un oggetto, o un’idea nel possesso, o sotto il controllo di un altro, implicando il valore dell’oggetto e uno scopo nell’atto del donare (cfr. per esempio Genesi 1:29; 9:3; Deuteronomio 8:18; 1 Samuele 1:4; Salmo 29:11; Geremia 31:33).
In altre parole: quando Dio dà lo fa con piena consapevolezza, sa cosa sta dando, sa a chi lo sta dando, e sa perché lo sta dando.
• Non è a caso
• Non è distrazione
• Non è abitudine
• Non è automatismo
• Non è per errore
È gesto intenzionale e ponderato che proviene dal Suo amore.
Giobbe ci fa capire che nulla è nostro: tutto quello che abbiamo ci è stato dato dal Signore.
Sta dicendo: “Non ero proprietario assoluto di nulla; tutto ciò che avevo era stato dato da Dio.”
Tutto ciò che aveva era una concessione sovrana della grazia del Creatore, che dispone liberamente di ciò che è Suo (cfr. per esempio Deuteronomio 10:14; 1 Cronache 29:14; Salmo 24:1; 50:10-12).
Noi non possediamo nulla in senso assoluto – siamo amministratori di ciò che appartiene al Creatore.
Il problema oggi è che crediamo di meritarci tutto quello che abbiamo, frutto della nostra fatica.
Questa convinzione è la radice dell’ingratitudine, dell’orgoglio e, alla fine, della disperazione.
Dobbiamo evitare questa convinzione sbagliata: non dovremmo attribuire nessuna benedizione a fonti terrene, ma riconoscere che tutto – salute, famiglia, pane quotidiano, la vita – è dono gratuito e immeritato della grazia di Dio.
Ogni cosa buona che hai ricevuto, ogni momento di gioia, ogni respiro – tutto questo è dono. La domanda non è se lo meriti. La domanda è se lo riconosci.
Si racconta che un anziano pastore, alla fine della sua vita, fosse solito alzarsi ogni mattina e dire ad alta voce, prima ancora di fare colazione: “Grazie per questo giorno che non mi spettava.”
Non era una formula. Era teologia vissuta. Era Giobbe 1:21 tradotto in abitudine quotidiana.
Giacomo scrive: “Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c'è variazione né ombra di mutamento” (Giacomo 1:17).
Giacomo non dice alcuni doni, ma ogni dono, e questo lo fa il Padre, il Dio generoso.
Ogni dono concreto è un beneficio dato gratuitamente, non guadagnato, non meritato, non negoziato.
Viene dall’alto perché lì abita un Padre che dà per pura disposizione d’amore, non per obbligo né in risposta a ciò che siamo (cfr. per esempio Matteo 5:45; Atti 14:17).
Chi capisce questo, come Giobbe, non può più dire: “Me lo sono guadagnato.” Può solo dire: “Mi è stato dato dalla grazia di Dio.”
È un pericolo reale e concreto. Mosè aveva già avvertito Israele di questo rischio nel deserto: “Guardati, dunque, dal dire in cuor tuo: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno procurato queste ricchezze. Ricordati del Signore tuo Dio, poiché egli ti dà la forza per procurarti ricchezze, per confermare, come fa oggi, il patto che giurò ai tuoi padri.” (Deuteronomio 8:17–18).
Il pericolo non era la prosperità in sé, ma l’amnesia spirituale che l’accompagna – il momento in cui il dono oscura il Donatore.
La benedizione diventa trappola quando smette di essere riconosciuta come dono!
Non lasciare che l’abbondanza ti renda ingrato alla voce del Donatore.
L’ingrato non è necessariamente un uomo cattivo.
• È semplicemente un uomo che ha smesso di guardare in Su
• Ha gli occhi fissi sui frutti e ha dimenticato L’ALBERO
• Ha le mani piene e ha dimenticato CHI gliele ha riempite
II IL SIGNORE HA TOLTO
La vera fede non è una piuma che galleggia sul vento, ma un’ancora che affonda nella roccia.
Ecco perché chi ce l’ha può resistere nel giorno della tempesta della prova.
Dicendo: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto”, Giobbe riconosceva la totale dipendenza della vita umana da Dio; anche le avversità fanno parte del controllo del Signore (cfr. per esempio Isaia 45:7; Lamentazioni 3:37-38; Amos 3:6).
Nulla sfugge al controllo divino: né le benedizioni né le avversità.
A.W. Pink disse: “Ciò che Dio permette non è mai fuori dal controllo della sua mano.”
Il dolore senza Dio è un labirinto senza uscita.
Il dolore con Dio è un tunnel – buio, stretto, ma con una direzione e un’uscita.
Senza un ancoraggio trascendente, la sofferenza diventa assurda e priva di significato – un labirinto dove ogni corridoio riporta al nulla.
Ma quando il dolore è attraversato in comunione con Dio, acquisisce direzione e scopo. Non diventa meno reale o meno buio, ma cessa di essere casuale.
La sovranità di Dio non è un concetto astratto, ma la base su cui poggia la nostra capacità di perseverare nella sofferenza.
Giobbe incarna questa realtà.
Quando dichiara “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore” (Giobbe 1:21), non sta negando il dolore – lo sta inquadrando dentro una relazione con Dio che lo trascende.
Non è rassegnazione passiva, ma riconoscimento attivo che Dio rimane sovrano anche quando tutto crolla.
Giobbe ha riconosciuto la proprietà di Dio su tutti i suoi possedimenti, e quindi Dio ha il diritto di farne ciò che vuole.
Spurgeon usa tre immagini memorabili.
• La prima è quella dell’amministratore
I beni non ci appartengono, siamo solo amministratori, se il padrone ritira ciò che è suo, come possiamo lamentarci?
Il servo non possiede la casa in cui abita; la abita per grazia. Quando il padrone chiede le chiavi, il servo le consegna non perché non senta il freddo della strada, ma perché sa a chi appartiene la casa.
Matthew Henry scrisse: “Quando Dio ci toglie qualcosa, sta solo riprendendo ciò che era suo.”
• La seconda è quella della balia
Il problema dell’uomo moderno è che ha smesso di essere un pellegrino e ha cominciato a comportarsi da proprietario.
Ma nessuno possiede nulla sotto il sole – tutto è in prestito, tutto è in transito.
I figli non ci sono stati dati da tenere per sempre, ma da custodire per un tempo.
• La terza è quella del giardiniere
Quando scoprì che il suo fiore più bello era stato preso, si rattristò, finché non capì che era stato il padrone del giardino a prenderlo perché lo aveva ammirato.
È interessante che Giobbe non dica che sia stato il Signore a dare, e gli uomini, o le forze della natura, o Satana a togliere, ma il Signore.
Albert Barnes commentava così: “E il Signore ha tolto. Non è un caso; non è il risultato di un caso fortuito; non è da attribuire a tempeste, venti e alle cattive passioni degli uomini. È il risultato di un disegno intelligente, e chiunque ne sia stato l’agente o lo strumento, è da attribuire alla provvidenza sovrana di Dio. Perché Giobbe non sfogò la sua ira sui Sabei? Perché non incolpò i Caldei? Perché non maledisse la tempesta e la bufera? Perché non incolpò i suoi figli per essersi esposti? Perché non sospettò la malizia di Satana? Perché non insinuò che la calamità fosse da attribuire alla cattiva sorte, alla sfortuna o a una cattiva amministrazione degli affari umani? Nessuna di queste cose venne in mente a Giobbe. Attribuì subito la sottrazione dei suoi beni e la perdita dei figli a Dio, e trovò consolazione nella convinzione che un Sovrano intelligente e santo presiedesse ai suoi affari, e che lui avesse sottratto solo ciò che aveva donato.”
Giobbe vede oltre gli strumenti secondari e riconosce la mano sovrana di Dio anche nella perdita.
Non è fatalismo – è teologia. Dietro ogni evento c’è una mano che regge la storia.
È stato il Signore a dare; è stato il Signore a togliere e solo nel Signore si deve cercare la spiegazione di questi strani eventi.
Guardare solo agli strumenti del dolore è come incolpare il bisturi invece di chiedersi perché il chirurgo ha operato.
Quando si guarda solo alle cause secondarie della sofferenza, per esempio la malattia, le forze della natura, la malvagità di una persona, o Satana – si trova solo motivo di dolore.
Quando la fede riesce a vedere la Grande Causa Prima, cioè il Signore, inizia il conforto.
Se di grandezza possiamo parlare, la grandezza di Giobbe, in questo momento, non sta nell’assenza del dolore, ma nella direzione dello sguardo nel dolore. Quando tutto crolla, la persona non spirituale guarda le macerie. Giobbe guarda in alto e si sottomette.
“La fede non è capire Dio, ma fidarsi di Lui” (Oswald Chambers), e Giobbe lo fece.
La fede non è la capacità di spiegare ciò che accade, ma la capacità di fidarsi del carattere di Dio quando ciò che accade non ha spiegazioni.
La fede matura non nasce quando comprendiamo il dolore, ma quando scegliamo di fidarci di Dio anche senza risposte.
Giobbe non riceve né riceverà spiegazioni sulla sua sofferenza, ma sceglie comunque di rivolgersi a Dio nonostante tutto, ed è questo che rende la sua fede straordinaria.
La fede:
• È credere che Dio esiste anche quando tutto sembra gridare il contrario
• È credere che Dio è buono anche quando la vita non lo è
• È credere che Dio ti sostiene anche quando senti di cadere
III SIA BENEDETTO IL NOME DEL SIGNORE (vv.21-22)
Charles Spurgeon disse: “Le tempeste della vita provano la realtà della nostra fede.”
Una fede mai messa alla prova è come un edificio mai testato da un terremoto: non sai se reggerà.
Invece di maledire Dio, come Satana credeva che Giobbe avrebbe fatto (Giobbe 1:9–11), benedì il Signore!
A) La fede autentica in Dio si manifesta in un amore incondizionato per Lui
La sofferenza rivela se il nostro amore per Dio è vero o mercenario
Giobbe non amava Dio perché lo aveva benedetto, lo amava e basta. Questa è la vittoria che smaschera la menzogna di Satana.
La fede di Giobbe non è: “Ti amo perché mi hai dato”, ma: “Ti amo per quello che sei.”
Non è necessario sapere il perché – è necessario conoscere il Signore e amarlo per quello che è; e quando Lui è tutto ciò che rimane, si scopre che Lui è abbastanza.
Ci vuole vera fede per dire, in mezzo al dolore e alla sofferenza: “Sia benedetto il nome del Signore.”
“Le parole umane di benedizione rivolte a Dio sono un atto di adorazione che riafferma il rapporto con Dio” (Carol A. Newsom).
Più importante per Giobbe di tutti i suoi beni, persino del suo rapporto con i propri figli, era il suo rapporto con Dio.
Dio era, ed è degno di essere benedetto e lodato in ogni circostanza della vita.
In tutte le cose – buone o cattive, felici o tristi – il nome del Signore va lodato.
Giobbe non maledice, non accusa, non abbandona la fede – benedice.
Il verbo “benedire” (bārak) deriva dal sostantivo “ginocchio”, suggerendo così il piegare le ginocchia nella benedizione (cfr. per esempio 2 Cronache 6:13; Salmo 95:6; Daniele 6:10).
Il verbo indica la lode, riconoscere il valore, onorare, esaltare, essere grati.
“Nome” (šēm) in ebraico viene spesso usato per indicare la persona stessa (cfr. per esempio Salmo 54:1; Proverbi 18:10), riassume il carattere di Dio, i Suoi attributi, tutte le Sue qualità (per esempio 1 Samuele 25:3,25; Salmo 20:1; Isaia 30:27; Matteo 1:21) come si è rivelato all’umanità; dunque, l’auto-rivelazione di Dio, sinonimo di Dio stesso (cfr. per esempio Salmo 5:11; 96:2).
Quindi, il nome non è semplicemente un’etichetta identificativa, ma la persona stessa di Dio nella sua totalità: il Suo carattere, la Sua natura, la Sua autorità, la Sua gloria.
Nella mentalità ebraica il nome equivale all’essere.
Benedire il nome del Signore significa riconoscere e proclamare chi Dio è – non solo cosa fa.
In quel momento devastante, Giobbe non si aggrappa a ciò che Dio gli ha dato, ma a ciò che Dio è.
Steven J. Lawson scrive: “La tragedia colpisce inaspettatamente la vita di Giobbe, il credente più forte, non sotto forma di disciplina rimproverante, ma come un’opportunità per adorare Dio per quello che è.”
Giobbe non benedice le circostanze – benedice il nome del Signore. C’è una differenza enorme; le circostanze sono devastanti.
Il nome del Signore rimane degno di lode indipendentemente dalle circostanze.
B) La fede autentica in Dio è fondata sulla Sua natura
La fede di Giobbe non è fondata su ciò che Dio ci dà, o fa – ma su chi Dio è!
Spurgeon racconta la storia di un uomo che stava per donare una sterlina a qualche istituzione benefica. Il diavolo disse: “No, non puoi permettertelo.” “Allora,” disse l’uomo, “darò due sterline; Non mi lascerò dettare in questo modo.” Satana esclamò: “Sei un fanatico.” L’uomo rispose: “Darò quattro sterline.” “Ah!” disse Satana, “cosa dirà tua moglie quando tornerai a casa e le dirai che hai dato quattro sterline?” “Bene,” disse l’uomo, “ora darò otto sterline, e, se non ti importa cosa stai facendo, mi tenterai di darne sedici.”
Così il diavolo fu costretto a fermarsi, perché più lo tentava, più andava dall’altra parte. Quindi lasciamo che sia con noi. Se il diavolo ci spinge a maledire Dio, benediciamolo ancora di più, e Satana sarà abbastanza saggio da smettere di tentare quando scoprirà che, più cerca di scacciarci, più andiamo nella direzione opposta.
Le benedizioni sulla terra sono passeggere, ma il Dio delle benedizioni rimane – e quel Dio è degno di lode non per i Suoi doni, ma per la Sua persona.
La devozione di Giobbe non dipendeva dalla sua prosperità.
Giobbe non capisce:
• Non ha spiegazioni
• Non sa nulla della scena celeste
• Non sa nulla della sfida di Satana
• Non sa nulla del perché
E benedice lo stesso!
“La risposta di Giobbe alla sua sofferenza è un esempio per tutti i cristiani. Non importa quanto soffriamo in questa vita, è improbabile che uno di noi soffra quanto ha sofferto Giobbe. Riconoscere la sovranità di Dio per fare ciò che vuole delle nostre vite e adorarlo a qualunque costo sono le risposte appropriate a ogni sofferenza” (David L.Allen)
Giobbe ci insegna che, quando le vie del Signore sono al di là della nostra comprensione, Egli va comunque lodato, perché riconosciamo la Sua sovranità e il fatto che fa sempre la cosa giusta (cfr. per esempio Deuteronomio 32:4).
La logica di Dio è diversa dalla nostra (Isaia 55:8-9) e spesso non la comprendiamo, perché agisce in modi misteriosi (Romani 11:33-34),
Ma John Piper ci ricorda: “La fede non è la convinzione che Dio farà ciò che vuoi. È la convinzione che Dio farà ciò che è giusto.”
“Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore”, non è un’espressione rassegnata, ma fede attiva, la vera fede che non dipende dai benefici materiali.
Satana sostiene che Giobbe serve Dio solo per interesse: togli le benedizioni e lo maledirà.
La domanda fondamentale del libro è quindi: “È possibile amare Dio indipendentemente dai suoi benefici?”
Warren Wiersbe commenta così: “L’accusa di Satana contro Giobbe era in realtà un attacco a Dio. Potremmo parafrasarlo così: ‘L’unico motivo per cui Giobbe ti teme è perché lo paghi per farlo. Voi due avete fatto un patto: Lo proteggete e lo fate prosperare finché lui Ti obbedisce e ti adora. Non sei un Dio degno di adorazione! Devi pagare le persone per onorarti.’”
Dobbiamo sempre adorare il Donatore e non i doni.
Il Donatore è più grande dei doni che dona.
Le parole di Giobbe dimostrano che la consacrazione a Dio può essere disinteressata, che non è necessariamente corrotta dalla benedizione divina, o distrutta dalla perdita.
C) La fede autentica in Dio non silenzia il proprio dolore
Giobbe non ci insegna a silenziare il dolore, ma a portarlo davanti a Dio.
Non c’è dubbio che il comportamento di Giobbe qui sia giusto, e quindi esemplare, ma avrà i suoi momenti di fede difficili: arrivò a maledire la sua nascita (Giobbe 3), a formulare domande senza risposta (Giobbe 10:1-3), a lottare con Dio (Giobbe 13:3).
Giobbe non è un eroe di marmo – è un uomo di carne che trema, cade e si rialza, ma non lascia la mano di Dio.
E Dio non lo condanna per questo; anzi, lo elogia per aver parlato con verità (Giobbe 42:7).
Il narratore del libro conclude dicendo: “In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa” (v.22).
Notate la precisione con cui dice: “In tutto questo.” Cioè fino a questo momento.
Due affermazioni distinte.
• La prima riguarda il suo comportamento complessivo – non peccò
“Peccò” (ḥāṭāʾ) è “mancare il bersaglio”, o “fallire nel raggiungere un certo obiettivo” (Giudici 20:16; Giobbe 5:24; Proverbi 8:35-36; 19:2; Isaia 65:20), in questo senso rispetto alla legge divina: violare la legge di Dio, i Suoi standard; non osservare i requisiti di una vita santa; non raggiungere la pienezza spirituale; oppure ribellarsi a Lui (cfr. per esempio Genesi 20:6; Esodo 10:16; 20:20; Levitico 4:1-3; Deuteronomio 1:41; Giosuè 7:11; Isaia 43:27; 64:4).
Nel tempo della prova il rischio di peccare è maggiore, la sofferenza è terreno fertile per l’impazienza, l’incredulità, la ribellione che si manifesta con il mormorare contro Dio, accusare e avere rancori contro di Lui, dubitare che non può esistere un Dio buono se si soffre tanto, fino ad arrivare a un ateismo pratico.
• La seconda riguarda le sue parole e il suo pensiero – non attribuì a Dio nessuna colpa Giobbe non accusò il Signore di nessuna “colpa” (tip̱lāh), cioè di aver fatto qualcosa di scandaloso, sgradevole, illecito, improprio, ingiusto, sbagliato.
Nel tempo della prova il rischio è alto: la sofferenza può spingere a mettere Dio sul banco degli imputati – a dichiararlo ingiusto, crudele, indifferente, o assente.
Si può arrivare a dire che ha sbagliato, che ha esagerato, che non merita fiducia.
Giobbe non lo fa. Non perché non soffra, ma perché anche nel dolore mantiene intatta la sua fiducia nel carattere di Dio.
CONCLUSIONE
Tre implicazioni, tre impegni.
1) Primo: afferma la sovranità assoluta di Dio
Non come concetto astratto, ma come roccia – la base su cui costruire la vita anche quando tutto crolla.
2) Secondo: lascia che le lacrime scorrano
Giobbe si strappò le vesti, si rasò il capo, cadde a terra – e non peccò.
Il pianto non è incredulità. La grandezza dell’adorazione di Giobbe sta nel fatto che avvenne nel dolore, non al posto del dolore.
3) Terzo: fidati della bontà di Dio e fa’ di Lui il tuo tesoro
Le benedizioni sono andate – il Dio delle benedizioni rimane. E quel Dio è degno di lode non per i Suoi doni, ma per la Sua persona.
Se stai vivendo il “piove sul bagnato” – se i colpi si moltiplicano senza darti respiro – ricorda:
• Il Dio che ha fissato il confine a Satana conosce il tuo nome
• Regge la tua storia anche quando tu non riesci più a reggerla
• La direzione è tutto – vai verso di Lui, fidati è buono!
Concludo con una citazione di Thomas Brooks che ci fa capire che è possibile amare Dio e benedirlo indipendentemente le afflizioni: “Dio, che è infinito in saggezza e incomparabile in bontà, ha disposto che i nostri problemi, sì, molti problemi, ci piombino addosso da ogni parte. Come le nostre misericordie, così le nostre croci raramente giungono da sole; di solito si susseguono l’una dopo l’altra; sono come le piogge d’aprile: non appena una è passata, ne arriva un’altra. È una grazia che ogni afflizione non sia un’esecuzione... Più sono numerose le afflizioni, più il cuore si eleva verso il cielo.”
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