Giobbe 3:4-5. Il grido per il buio (1)
Giobbe 3:4-5. Il grido per il buio (1)
Quando non riesci più a tacere
Serie: Piove sul bagnato
Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo impotenti e intrappolati – quando i problemi non arrivano uno alla volta, ma uno sopra l’altro, come onde che non lasciano riprendere fiato. È quello che chiamiamo “piove sul bagnato”. Giobbe lo conosceva bene.
Come il salmista, che parla di nemici che lo perseguitano, prova una paura mortale, tremito e panico, e vorrebbe avere ali di colomba per volare lontano e trovare riposo, per vivere laddove non c’è nessuno (Salmo 55:3-7); così, quando siamo schiacciati da un problema, o da una sofferenza, vorremmo scappare in un luogo di pace.
Giobbe non maledice Dio né in questo capitolo né altrove in questo libro, ma qui fa affermazioni molto forti, implicitamente rivolte contro Dio e soprattutto contro la saggezza e il Suo piano.
Giobbe desidera qualcosa di impossibile e irrealistico: che in qualche modo il giorno della sua nascita possa tornare a essere trasformato nell’oscurità, cioè che possa essere annullato. Questo suo desiderio riflette l’intensità del dolore che prova.
Giobbe non parla secondo una teologia ordinata, ma secondo la violenza del dolore. Non insegna, geme.
Nei vv.4-9 Giobbe esprime un desiderio forte, un volere intenso e deciso, con maledizioni contro il giorno della sua nascita, un tentativo di invertire l’ordine cosmico stesso.
Giobbe non comunica un semplice auspicio passivo, ma un’invocazione perentoria rivolta alle forze cosmiche.
Giobbe usa termini molto forti per esprimere il suo desiderio di non essere mai nato.
I IL BUIO COME ASSENZA DI VITA (v.4)
“Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Dio dall’alto, né splenda su di esso la luce!” (v.4).
È il modo di Giobbe di esprimere il desiderio che il giorno della sua nascita non fosse mai arrivato a causa della sua sofferenza.
“Tenebre” (ḥōšeḵ) è:
A) La sostituzione: l’anti‑creazione
Giobbe vuole che il suo giorno sia riportato allo stato di non‑luce, cioè a prima dell’atto creativo.
Non è solo una metafora poetica – è una teologia rovesciata.
Diversi studiosi vedono la scelta di queste parole del v.4 come il segnale di un processo di maledizione con cui Giobbe cerca di contrastare, o annullare la creazione così come descritta in Genesi 1:3-4: “Dio disse: ‘Sia luce!’ E luce fu. Dio vide che la luce era buona, e Dio separò la luce dalle tenebre.”
La creazione inizia con la luce; Giobbe vuole che quel giorno non sia mai stato creato.
Artur Weiser scrive: “Giobbe vorrebbe addirittura annullare la creazione, afferrare e trattenere il Creatore della sua vita, colui che fa esistere ciascun giorno e fa sorgere le stelle chiamandole per nome (Is.40:26), perché non si occupi più del creato, così che il giorno della sua nascita ripiombi nell’oscurità del caos.”
Dove Dio benedice la creazione – “Dio vide che la luce era buona” – Giobbe maledice il proprio inizio – “Quel giorno si converta in tenebre... né splenda su di esso la luce!”
La maledizione non è rivolta a Dio direttamente, ma al giorno in cui lui è venuto all’esistenza. Alcuni studiosi hanno ritenuto che si tratti di una strategia retorica che esprime il suo dolore senza bestemmiare esplicitamente.
Giobbe inverte il comando divino. Chiede che quel giorno torni al caos primordiale, a prima della Parola con cui Dio creò, quindi all’oscurità originaria.
Dove Dio ha detto “sia luce”, Giobbe grida “sia buio”: è la preghiera al contrario di chi è impotente davanti a una sofferenza che lo travolge.
“Tenebre” è anche:
B) La cancellazione: la non esistenza
Giobbe vuole (si converta - yĕhî - qal iussivo attivo imperfetto) che quel giorno della sua nascita diventi tenebre, le quali non sono oscurità fisica, ma assenza di vita, annullamento dell’esistenza.
Le tenebre qui rappresentano la morte, l’assenza di significato, l’opposto della creazione divina.
La luce in certi passi biblici è vita (cfr. per esempio Salmo 36:10; Giovanni 1:5); Giobbe vuole che quel giorno ne sia spogliato.
Le tenebre sono il simbolo della non‑storia, lo si vede anche dal contesto, dove il discorso gira attorno alla non-esistenza e alla morte (Giobbe 3:5-16,23; cfr. per esempio Giobbe 10:21-22; Geremia 20:14-18).
Giobbe usa il linguaggio della creazione al contrario: vuole che il giorno in cui è entrato nell’esistenza sia cancellato dalla storia – vuole che il giorno della sua nascita non sia.
In questi versetti non chiede di morire: chiede qualcosa di più radicale – che non sia mai vissuto. (Più avanti, nello stesso capitolo, arriverà a desiderare anche la morte: vv. 11, 20-22.)
È il dolore che non vuole il rimedio, ma la cancellazione della ferita.
“Non se ne curi Dio dall’alto.” (v.4)
È come se Giobbe volesse che Dio riavvolgesse il nastro della creazione e annullasse la parte che ha portato alla sua esistenza.
La considerazione di Dio è ciò che sostiene l’essere umano. Toglierla significa togliere l’esistenza stessa.
Il verbo “non se ne curi” (ʾal-yidrĕšēhû - qal attivo iussivo imperfetto) esprime un forte e intenso desiderio di Giobbe.
La parola ebraica tradotta qui, “curare” (dāraš) è usato nel senso di “cercare” (cfr. per esempio Giobbe 5:8; 10:6; 39:8), “preoccuparsi di”, “provvedere” (cfr. per esempio Deuteronomio 11:12; Geremia 30:14,17; Salmo 142:4).
Se Dio distoglie il Suo sguardo da noi, è come se la luce del sole smettesse di toccare una pianta: senza quel calore, non resta che avvizzire e tornare polvere.
Non essere cercati significa essere emarginati (cfr. per esempio Geremia 30:17).
L’implicazione è che, se Dio non cerca attivamente un giorno, lo ignora e non si preoccupa che esista, quel giorno rimane avvolto nell’oscurità.
Giobbe desiderava che Dio non si fosse mai preso cura di quel giorno, che potesse svanire dalla Sua memoria, essere dimenticato come se non fosse mai stato.
Ciò che apprezziamo, o amiamo, vorremmo che Dio lo ricordasse e lo benedicesse; ciò che disprezziamo, vorremmo che lo ignorasse. Questo sembra il significato qui.
A causa della sua atroce sofferenza, Giobbe odiava quel giorno in cui nacque, e desiderava che fosse cancellato – al punto da voler che persino Dio non se ne fosse mai curato, che lo considerasse come se non fosse mai esistito.
C’è anche:
C) La depressione: l’oscurità psicologica
“Le tenebre” che desidera Giobbe riflettono anche il suo stato interiore, come effetto della sua situazione, non come causa (cfr. per esempio Salmo 143:3-4).
Chi ha attraversato un’oscurità interiore profonda riconosce questo linguaggio.
Il buio non è fuori – è dentro. È la perdita di senso, di futuro, di sé.
Giobbe non esagera: descrive con precisione ciò che prova chi non riesce più a vedere un motivo per essere al mondo.
Le tenebre che Giobbe maledice non sono quelle del cielo – sono quelle che si portano dentro quando il cielo sembra cieco di fronte alla sua sofferenza.
È una poesia del dolore, non una teologia – un urlo rivestito di immagini.
Giobbe non sta formulando dottrina – sta esprimendo con il linguaggio più potente che conosce la realtà di ciò che prova.
E qui c’è una lezione preziosa per chi vive il “piove sul bagnato”: Dio non ha paura del tuo grido.
• Non si offende quando il dolore esplode
• Non si allontana quando le parole diventano crude e disperate
• Non chiude le orecchie quando la preghiera assomiglia più a un’accusa che a una lode.
Il Salmo 22 inizia con le parole: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, sono le stesse parole che Gesù griderà dalla croce (Matteo 27:46).
Dio Figlio conosce il grido dall’interno – lo ha gridato Lui stesso.
Walter Brueggemann, teologo dell’Antico Testamento, definisce la lamentazione “un atto di fede sovversivo” – sovversivo rispetto a quella religiosità di facciata che esige sempre lodi, sempre compostezza, sempre silenzio davanti a Dio.
Lamentarsi non suona come qualcosa di positivo. Di solito non sopportiamo chi si lamenta, perché ci sembra un atteggiamento sbagliato, soprattutto in momenti in cui dovremmo essere contenti o riconoscenti.
Eppure, il lamento nasce spesso da un bisogno reale, non da ingratitudine.
Lamentarsi con Dio non è il contrario della fede, ma una fede messa alla prova.
Spesso nasce proprio dalla fede: dalla convinzione che Dio ascolti, che sia all’opera anche quando non lo comprendiamo e che valga ancora la pena rivolgerci a Lui nel nostro dolore.
Con molta franchezza Mark Vroegop afferma: “Lamentarsi è cristiano. La fede nella misericordia, redenzione e sovranità di Dio genera lamento. Senza speranza nella liberazione di Dio e la convinzione che Egli sia onnipotente, non ci sarebbe motivo di lamentarsi quando il dolore ha invaso le nostre vite.”
La Bibbia è piena di lamenti: parole di dolore, paura, smarrimento e frustrazione, espresse con una sincerità sorprendente.
Ci sono molti lamenti nei Salmi e mostrano che il lamento non è qualcosa di strano o proibito. Anzi, alcuni di essi erano cantati da tutta la comunità d’Israele, soprattutto nei momenti di crisi, guerra o esilio.
Salmi come il 44, il 74, il 79 e l’80 trasformano la sofferenza collettiva in una preghiera condivisa, portando davanti a Dio la protesta, il dolore e la speranza del popolo.
Questo però non significa che ogni sfogo sia giusto quando la vita non segue i nostri piani.
E non implica che abbiamo il diritto di accusare Dio o di ritenerlo colpevole.
La Bibbia non giustifica l’accusa arrogante contro Dio. Quando il nostro cuore pretende di giudicarlo o di mettersi al Suo posto, il lamento si trasforma in peccato.
La differenza è sottile, ma fondamentale:
Il lamento dice: “Non capisco quello che stai facendo, ma continuo a venire da Te.”
La ribellione dice: “Sei ingiusto e non mi fido più di Te.”
Il lamento biblico:
• Non è un atto di accusa, ma un atto di fiducia
• Non è mancanza di fede; è proprio la fede in Dio e nelle Sue promesse che spinge i salmisti a ricordargli ciò che Egli ha dichiarato.
Gli autori dei salmi di lamento spesso argomentano il loro caso davanti a Dio, quasi come in un dialogo diretto e coraggioso.
Richiamano alla memoria le promesse che Dio stesso ha fatto e gliele “restituiscono”, dicendo in sostanza: “Tu hai detto questo… ma ora sembra che Tu non lo stia facendo” (cfr. per esempio Salmo 44:2-9; 89:49-51).
Todd Billings spiega: “Gli autori di lamenti e lamentele nei salmi spesso cercano di sostenere il loro ‘caso’ contro Dio, citando spesso le promesse di Dio per lamentarsi che sembra dimenticare le sue promesse. Gli restituiscono le promesse di Dio.”
Il lamento biblico nasce da una relazione così profonda da permettere di dire: “Mi fido di Te al punto da portarti la mia confusione”.
Ancora Todd Billings scrive: “È proprio per fiducia che Dio sia sovrano che il salmista porta ripetutamente lamenti e suppliche al Signore.... Se i salmisti avessero già deciso il verdetto ‒ che Dio è davvero infedele ‒ non continuerebbero a presentare la loro lamentela.”
Chi non crede non si lamenta con Dio – si allontana in silenzio.
Il grido è ancora relazione. Il silenzio rassegnato è abbandono.
Il fatto che Gesù faccia Suo l’inizio del Salmo 22 mostra che il lamento non è incompatibile con la fiducia in Dio.
Nel momento della sofferenza più profonda, Gesù non si allontana dal Padre: gli rivolge il proprio grido.
II IL BUIO COME PRESENZA DELLA MORTE
Nel v.5 leggiamo: “Se lo riprendano le tenebre e l’ombra di morte, resti su di esso una fitta nuvola, le eclissi lo riempiano di paura!”
Oltre a ripetere la parola “tenebre”, Giobbe, riferendosi al giorno della sua nascita, dice “se lo riprendano” – l’ombra di morte (ṣalmāweṯ), cioè “ombra molto profonda, oscurità fitta.”
Il senso qui è che Giobbe desiderava che le tenebre più profonde concepibili gravassero sul giorno della sua nascita.
Questa parola è usata per indicare l’oscurità che si trova in una miniera (Giobbe 28:3) o nel regno dei morti (Giobbe 10:21-22; 12:22; 16:16; 24:17; 34:22; 38:17).
Anche Amos usa questo termine per riferirsi all’oscurità precedente alla creazione (Amos 5:8).
Lo stesso termine appare nel Salmo 23:4: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte.”
Ma lì il salmista attraversa quella valle con Dio. Qui Giobbe la invoca sul giorno della sua nascita.
Quindi Giobbe sta parlando di un’anti-presenza della luce, della vita di Dio, così buio è presenza ostile.
“Le tenebre e l’ombra di morte” potrebbe allora riferirsi ai poteri caotici che dominavano il mondo prima dell’attività creativa di Dio (Genesi 1:2).
Giobbe può avere in mente una forma di nostalgia primordiale – un desiderio di tornare a a prima dell’inizio della creazione, coì da annullare così la propria esistenza a causa della sua sofferenza.
Oppure il desiderio di Giobbe è che il giorno della sua nascita possa essere ripreso dalle tenebre.
“Riprendano” (yigʾāluhû -qal attivo iussivo imperfetto) è una parola che significa possesso, proprietà legale.
Il senso del verbo: “Voglio riprendere”, esprime ancora un forte e intenso desiderio.
Il senso è quello di riscattare, cioè riacquistare, con denaro o beni, un oggetto o una persona che era stato venduto in precedenza (cfr. per esempio Levitico 25:25,30,49,54; 27:20,27,28,33; Isaia 52:3).
Questa parola appartiene al linguaggio giuridico-familiare dell’Antico Israele: indica l’atto con cui il parente più prossimo (gōʾēl) riscatta beni ipotecati o membri della famiglia caduti in schiavitù, riportandoli sotto la protezione della famiglia (Levitico 25:25–55).
Giobbe inverte ironicamente questo significato. Anziché invocare il riscattatore (gōʾēl) come garante della vita e della continuità familiare, chiede che le tenebre e l’ombra della morte (ṣalmāwěṯ) svolgano quel ruolo nei confronti del giorno della sua nascita: non per salvarlo, ma per annullarlo.
Le tenebre e l’ombra della morte vengono così personificate come il parente più prossimo che “ricompra” il giorno, riassorbendolo nell’oscurità da cui proviene.
La maledizione non è dunque una semplice negazione: è una redenzione al contrario, in cui il riscatto non garantisce sopravvivenza, ma cancellazione.
Tremper Longman III commenta così: “Il desiderio che l’oscurità riscatti il giorno significa rivendicarlo come proprio. Vuole che l’oscurità lo salvi dalla luce e quindi salvi lui dalla nascita, il che significa salvezza dal dolore e dalla sofferenza che ora sta vivendo.”
Il giorno è il figlio della notte – è nato da lei e lei lo riconosce come suo.
Giobbe ragiona con questa logica crudele: se la notte è la madre del giorno, ha ancora il diritto di riprendersi ciò che ha generato.
Il buio come parente più prossimo che torna a reclamare il suo.
La volontà è quella di tornare indietro nel tempo, nel tentativo di riscrivere la sua vita, la sua storia personale.
C’è un dolore che non chiede guarigione – chiede di non essere mai esistito.
Oltre l’angoscia c’è il desiderio che la storia ricominci da prima di te.
C’è un buio che non è vuoto – è peso. È la presenza opprimente di qualcosa che non si vede ma si sente.
Chi conosce il lutto, la malattia, la perdita totale sa che la morte non arriva solo alla fine – a volte abita dentro, mentre si è ancora in piedi.
Giobbe la nomina, e nominarla è un atto di coraggio, perché non tutti hanno il coraggio di farlo.
III IL BUIO COME PESO CHE SCHIACCIA
Giobbe continua esprimendo il suo desiderio intenso e forte: “Resti su di esso una fitta nuvola. Le eclissi lo riempiano di paura.” (v.5).
“Resti” (tiškān – qal attivo iussivo imperfetto) significa risiedere, prendere dimora (cfr. per esempio Genesi 26:2; Esodo 25:8; 29:45-46; Numeri 14:30; Salmo 139:9; Geremia 25:24).
Giobbe vuole che sul giorno della sua nascita dimori una “fitta nuvola” (ʿănānāh), cioè una nube densa, pesante, temporalesca – non una nuvola leggera e passeggera, ma una nuvola fissa.
La sensazione è che Giobbe desiderasse intensamente che le nuvole, accumulate su nuvole, si stabilissero in modo permanente sul giorno, che facessero di quel giorno la loro dimora e lo coinvolgessero in una notte profonda ed eterna.
Dunque, non una nuvola che transita, ma che si insedia come un ospite che diventa padrone di casa, che non se ne va più e che ne cambia l’aria per sempre.
Giobbe vuole che la sua nascita sia inghiottita da un’oscurità che non lascia superstiti.
“Fitta nuvola” è un simbolo di oscurità totale, come se volesse che quel giorno fosse avvolto da un buio impenetrabile.
È la stessa radice che appare nelle teofanie dell’Antico Testamento: la nube che copre il Sinai, la nube che riempie il tabernacolo.
In Esodo 40:34 la nube copre la tenda del convegno e la gloria (kābôd) del Signore riempie il tabernacolo; qui, invece, la nube è l’anti-gloria di Dio.
Qui la nube copre il giorno della nascita di Giobbe – non per consacrarlo, ma per soffocarlo. È l’inversione della presenza: la stessa forma, il contenuto opposto.
Giobbe si riferisce a un’ombra così densa da sopraffare e oscurare alla vista il giorno della sua nascita, proprio come un’eclissi solare totale trasforma la luce del giorno in oscurità.
C’è un giorno nella tua vita che vorresti che non fosse mai stato? Non il giorno della nascita – ma quel giorno, quella stagione, quella diagnosi, quella notizia.
Quel momento da cui tutto è cambiato in peggio. Giobbe lo ha gridato prima di te. E Dio lo ha lasciato gridare perché sa che siamo polvere e la Sua misericordia è più grande del nostro dolore.
Il grido non allontana Dio – lo avvicina.
Il tuo dolore non è un ostacolo alla compassione – è il terreno in cui la compassione di Dio affonda le radici più in profondità.
La nostra fragilità diventa proprio la condizione che attira l’attenzione di Dio.
Il cuore rotto non è una condizione da cui Dio si allontana, ma piuttosto il luogo dove Egli si avvicina maggiormente: il Signore è vicino a quelli che hanno il cuore rotto (Salmo 34:18; 51:17; Isaia 57:15).
I cuori rotti occupano una posizione paradossale nelle Scritture: la loro fragilità diventa la porta d’accesso alla presenza e alla guarigione di Dio.
Invece di considerare il dolore come una separazione da Dio, la testimonianza biblica lo rivela come un invito all’intimità con Colui che comprende la sofferenza e si specializza nella restaurazione.
Infine:
IV IL BUIO COME AMAREZZA CHE CORRODE
“Le eclissi lo riempiano di paura!” (v.5)
“Eclissi” (kîmrîrê) in ebraico è “come eclissi giorno” (kîmrîrê yôm), quindi “essere nero” (mrîrê).
Giobbe desidera che il giorno della sua nascita sia così terribile da essere temuto come un’eclissi.
Nell’antichità le eclissi non erano fenomeni neutri: erano eventi inquietanti, segni di sventura, o di intervento divino – il momento in cui l'ordine del cosmo vacillava, in cui il sole si spegneva e il mondo tratteneva il respiro.
Il giorno della nascita di Giobbe, secondo il suo desiderio, deve essere segnato da un oscuramento di questa portata – un presagio di catastrofe.
Esiste tuttavia un’altra lettura: il termine può rimandare all’essere amaro, all’essere amareggiato – dunque alle amarezze del giorno.
L’amarezza non è solo sofferenza – è sofferenza che ha perso la speranza di finire, come il sole che non torna dopo l’eclissi. Così era per Giobbe quando pronunciò queste parole.
In questo senso può richiamare un oscuramento per calore, per bruciore, per bile.
Il termine è rarissimo – appare solo qui in tutto l’Antico Testamento.
Non è buio freddo, non è buio statico: è buio che brucia dall’interno, che fermenta, che si trasforma in veleno tale da incutere terrore.
Dentro Giobbe non c’è solo dolore: c’è una chimica di amarezza che trasforma tutto in veleno.
Le due interpretazioni non si escludono – si sovrappongono.
Il buio cosmico e il buio viscerale dicono la stessa cosa da due direzioni opposte: fuori il sole sparisce, dentro la bile brucia.
Giobbe non descrive solo un cielo oscurato – descrive un dolore che ha invaso tutto, dentro e fuori.
Un dolore che non si limita a fare male: trasforma.
• Corrode il passato
• Avvelena i ricordi
• Rende amaro ciò che era dolce
• Rilegge tutto
• Riscrive la storia in tinta amara.
Chi ha sofferto a lungo sa che il dolore cronico non resta fermo – si espande, invade, contamina.
Il dolore cronico non è un ospite – è un occupante. Non bussa – prende possesso.
Giobbe lo nomina con la parola più rara e più precisa del suo vocabolario.
“Lo riempiano di paura” (yĕbaʿătuhû -piel attivo iussivo imperfetto) indica quanto le oscurità siano terrorizzanti (paura - bāʿath).
Significa “incutere grande terrore”, “riempire di terrore”; “spaventare profondamente” (cfr. per esempio 1 Samuele 16:14, 15; Giobbe 7:14; 9:34; 13:11, 21; 15:24; 18:11; 33:7), al punto da impedire al giorno della nascita di avere il coraggio di presentarsi, come chi, preso dalla paura resta nascosto.
È la paura che fa tremare ogni fibra dell’essere di una persona e lascia impotenti.
Allora il giorno è personificato: può essere spaventato, respinto, paralizzato.
È la stessa logica del v.9, ma rovesciata – lì la notte aspetta l’alba che non arriva; qui il giorno non esce per paura.
Ed è qui che appare l’anti-gioia. Il giorno della nascita di un bambino nell’Antico Testamento è un giorno di festa, di benedizione, di luce.
Giobbe lo trasforma nel suo contrario: non solo buio, ma buio amaro.
Non solo assenza di luce, ma presenza di bile.
È la corruzione totale di ciò che doveva essere dono. Il giorno che avrebbe dovuto essere celebrato diventa, per Giobbe, il giorno maledetto.
Giobbe ha osato dire ad alta voce ciò che molti pensano in silenzio. Ed è proprio qui che il suo grido ci riguarda da vicino.
CONCLUSIONE
Giobbe dà voce a ciò che molti portano in silenzio. E il fatto che queste parole siano nella Scrittura dice qualcosa di preciso: Dio non ha paura della nostra amarezza – l’ha accolta nel Suo libro.
Questo dice qualcosa di straordinario sulla pazienza di Dio con la nostra sofferenza.
Dio regge il grido, non si offende per l’urlo dell’anima ferita ed è abbastanza grande da contenere la nostra angoscia senza smettere di amarci.
I Salmi di lamento ci mostrano un Dio così grande e così vicino da poter accogliere tutto ciò che abita il nostro cuore: il dolore, la paura, la colpa, la confusione e perfino la nostra autocommiserazione.
Non c’è esperienza umana troppo pesante o troppo complessa per essere portata davanti a Lui.
In questo senso, il lamento non è un atto di sfiducia, ma un atto di fede.
È credere che Dio possa sostenere ciò che noi non riusciamo a contenere.
Se stai vivendo una difficoltà dietro l’altra e senti che il dolore sta per esplodere – lascialo uscire verso Dio.
• Non allontanarti
• Non reprimere
• Non fare finta.
Grida se devi gridare!
Il grido non è l’ultima parola (cfr. per esempio Salmo 34:15).
Dio accoglie il grido, ma non ci lascia nel buio: Giobbe lo scoprirà quando il Signore gli risponderà dal turbine (Giobbe 38:1-3).
Nelle mani di Dio può diventare l’inizio di un dialogo che trasforma il cuore, proprio come accadde a Giobbe, che alla fine poté dire: “Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora il mio occhio ti ha visto” (Giobbe 42:5).
Le parole di Max Lucado qui mi sembrano appropriate: “Un periodo di sofferenza è un prezzo esiguo da pagare per una visione nitida di Dio.”
Come per Giobbe, anche la sofferenza può diventare il luogo di un incontro più profondo con Dio.
Concludo con questa frase di Spurgeon che sono adatte alla storia di Giobbe: “Le lacrime sono spesso le lenti attraverso cui vediamo Dio più chiaramente.”
Commenti
Posta un commento