📖 Il Vuoto e la Pienezza

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Luca 6:46: Una confessione incoerente

 Luca 6:46: Una confessione incoerente 
“Perché mi chiamate: ‘Signore, Signore!’ e non fate quello che dico?”

Questa domanda di Gesù non lascia scampo. Non è rivolta ai farisei, non è indirizzata ai nemici di Gesù. È rivolta a chi lo segue. A chi lo chiama. Ed è precisamente questo che la rende così tagliente.
È una domanda che mette a nudo la nostra fede e di conseguenza la nostra obbedienza; infatti, sono collegate come ci ricorda Dietrich Bonhoeffer quando dice: “Solo chi crede è obbediente, e solo chi è obbediente crede… Perché la fede è reale solo quando c’è obbedienza, mai senza di essa, e la fede diventa fede solo nell’atto dell’obbedienza.”

Nel contesto Gesù sta parlando delle caratteristiche che devono avere i discepoli; quindi, questa è una domanda che vuole evidenziare la vera natura di un discepolo: chi è veramente senza l’obbedienza al Maestro a Gesù.

Ci troviamo davanti a un versetto breve e semplice, ma tagliente come un bisturi. 
Gesù con questa domanda vuole andare al di là della riflessione teorica, non è retorica; vuole che i Suoi discepoli siano coerenti, e non ipocriti; vuole che quelle persone che si dicono di essere Suoi discepoli facciano il conto con il divario tra professione di fede e prassi quotidiana.

Luca 6:46 è il momento in cui Gesù pone a nudo la radice del problema: non l’ignoranza, ma la dissonanza tra professione e pratica.
Chi chiama Gesù “Signore” con le labbra ma non obbedisce alla Sua parola vive in una contraddizione che svuota la fede del suo significato essenziale.

I L’INTERROGATIVO SMASCHERANTE
L’interrogativo smascherante riguarda:
A) La contraddizione 
“Perché.”
Gesù inizia con l’interrogativo “perché” (Τί – pronome interrogativo), un interrogativo smascherante che evidenzia l’incoerenza tra chiamare Gesù “Signore” e la disobbedienza: una  
contraddizione in termini, un’impossibilità logica.

È come essere assunti come vigili del fuoco e rifiutarsi di avvicinarsi alle fiamme: il titolo esiste, l’azione lo smentisce. 

Gesù dice, in sostanza: “Mi chiamate giustamente Signore, ma non vivete secondo ciò che quel titolo implica.”

Una vita che pronuncia questa confessione senza metterla in pratica rimane vuota, per quanto forte possa essere l’emozione. 
Un atteggiamento del genere è, nella migliore delle ipotesi, ingenuo, e nella peggiore, ipocrita.

C.S. Lewis osservò che non c’è nulla di più pericoloso di una religione che si accontenta di sé stessa. L’ipocrita non mente necessariamente agli altri – prima di tutto mente a sé stesso. Porta la maschera così a lungo da dimenticare il proprio volto.

L’interrogativo smascherante riguarda:
B) La critica per un cambiamento
“Chiamate.”

Il verbo “chiamate” (kaleite – presente attivo indicativo) è un atto vocale, ma in questo contesto è un riconoscimento pubblico. 

Il presente attivo indicativo è “continuate a chiamarmi” e suggerisce:
Un’abitudine, non un episodio isolato
Una professione religiosa esteriore e ripetuta
Un linguaggio devoto senza obbedienza reale

Gesù non critica il fatto che lo chiamano “Signore”. Critica il fatto che lo chiamano così, ma non lo trattano come tale.
Come dire: “Non ha senso che mi chiamiate Signore con la bocca e mi rinnegate con i fatti non facendo praticamente quello che vi dico”.

È come un soldato che saluta rispettosamente il generale ogni mattina sull’attenti  e poi trascorre il resto della giornata a ignorare ogni suo ordine. 
Il saluto è impeccabile, ma l’obbedienza, inesistente.

Il verbo diventa quindi:
Un marcatore di ipocrisia religiosa
Un richiamo alla coerenza
Un invito a un’obbedienza autentica

II L’INVOCAZIONE
“Signore, Signore!”
Questa doppia invocazione (Kýrie, Kýrie,) suggerisce enfasi, quasi insistenza. Nel mondo antico, la ripetizione intensifica: esprime urgenza, enfasi, profonda familiarità.

“Signore” è la traduzione greca dell’Antico Testamento “Settanta” traduce il nome ineffabile di Dio, Yahweh (cfr. per esempio Genesi 2:4; Esodo 3:14-15; Salmo 110:1). Indica sovrano soprannaturale su ogni cosa (cfr. per esempio Matteo 1:20; 1 Corinzi 1:3).

È la parola che la chiesa primitiva gridava come confessione di fede nel Risorto: Gesù è il Signore (Romani 10:9; 1 Corinzi 8:6; 12:3; Filippesi 2:11).
Nel Nuovo Testamento confessare Gesù come Signore è inteso a confessare Gesù come Dio.

“Signore” in greco porta un significato importante: il dominio assoluto di padrone, di sovrano, di colui che esercita autorità (cfr. per esempio Matteo 6:24). 
È un titolo regale, una proclamazione di sovranità assoluta, un riconoscimento dell’autorità di Colui al quale viene indirizzato.

Gesù ha un’autorità:
Universale (cfr. per esempio Matteo 28:18; Efesini 1:21; 1 Pietro 3:22)
Sovrana sulla/nella storia (cfr. per esempio Apocalisse 1:8,18)
Personale – per ogni singolo (cfr. per esempio Romani 14:9; 1 Corinzi 6:19-20; Galati 2:20; Filippesi 2:9-11),
Finale di giudizio (cfr. per esempio Matteo 25:31-46; Giovanni 5:22–27; Atti 17:31)

Peter Haile spiega molto bene cosa significa “Signore”: “Significa che Egli è Colui che ha l’ultima parola, che è Colui che ha il diritto e l’autorità di decidere che cosa è bene e che cosa è male. Significa che Egli è Colui che dovrebbe governare le nostre scelte. Colui che ha il diritto di determinare le circostanze della nostra vita.” 

Un’autorità che non ammette divisioni. Infatti, Gesù non è solo il Salvatore del mondo (Giovanni 4:42) – e come tale deve essere riconosciuto per essere salvati dai nostri peccati (Matteo 1:21; Atti 4:12) – ma è anche il Signore (Atti 20:21; Romani 10:9). 
Eppure, molti lo hanno accettato solo come Salvatore, separando ciò che Dio non ha mai separato. 

Michael Brown scriveva: “Purtroppo tanti oggi insegnano e scrivono: ‘Il peccatore non ha bisogno di accettare Gesù come suo Signore per essere salvato; basta che Lo riceva come suo Salvatore.’ Ma costoro dimenticano una cosa basilare: il nostro Salvatore è il Signore. Non sono due persone diverse.”

E John Bunyan lo diceva con lapidaria precisione: “Cristo Salvatore non è diviso. Chi non lo accoglie tutto, non avrà alcuno dei Suoi benefici relativi alla salvezza.”

Un vangelo che permette alle persone di accettare Cristo come Salvatore senza sottomettersi a Lui come Signore è un vangelo diverso da quello delle Scritture.

Riconoscere Gesù come Signore implica necessariamente sottomettersi alla Sua autorità in modo totale, radicale e assoluto. 
Ma si può riconoscere un’autorità con la bocca e negarla con la vita – con le scelte, con i silenzi, con l’obbedienza che non arriva.

Gesù chiede perché viene invocato come Signore senza una corrispondente obbedienza, poiché il mancato rispetto delle Sue parole contraddice l’affermazione che Gesù è Signore.
La doppia invocazione può essere un’eco liturgica vuota, Gesù non ne è impressionato se non vede obbedienza concreta.

La domanda non viene da un critico esterno. Non viene da chi non crede. Viene dal Signore stesso, rivolta a chi lo segue, a chi lo chiama con il titolo più alto che esista. E proprio questo la rende insostenibile.

“Perché mi chiamate ‘Signore, Signore’ e non fate quello che dico?” Non è una domanda alla quale si risponde con le parole. Si risponde con la vita.

Purtroppo, in questa domanda troviamo:
III L’INDIFFERENZA
L’indifferenza spirituale raramente ha il volto di chi sbatte la porta in faccia a Dio. Ha piuttosto il volto di chi continua a vivere come sempre, dicendo “sì, certo” e non fa nulla. È la tragedia silenziosa di chi sa tutto e non cambia niente.

Nell’indifferenza vediamo:
A) L’evidenza
“E”
Notate che Gesù aggiunge quella piccola “e” (kai – congiunzione) che cattura l’attenzione, una congiunzione che mette in evidenza l’incoerenza tra l’invocazione e la pratica.

“Signore, Signore” riflette il grido di una persona che invoca Gesù, ma cammina sul filo del rasoio: la sua indecisione riguardo all’impegno totale verso Cristo sta mettendo in pericolo la sua fede.
Gesù lo paragona a un uomo che costruisce la casa senza fondamenta: quando arriva la fiumana l’abbatte. E con questo intende dire che coloro che non mettono in pratica la parola di Cristo non reggeranno nei tempi difficili della vita (cfr. per esempio Giobbe 22:11,16; 27:13-23), né al giudizio di Dio, e non entreranno nel regno dei cieli (v.49; cfr. per esempio Isaia 8:7-8; Matteo 7:21-29; 2 Pietro 3:5-7).
Mentre quelli che ascoltano le parole di Gesù e le mettono in pratica reggeranno alla fiumana perché hanno costruito bene scavando profondamente nella roccia (vv.48-49).

La “e” non è solo una congiunzione che aggiunge un’idea – è quella pausa che espone l’ipocrisia. Gesù sta dicendo: “Voi mi riconoscete come Signore e contemporaneamente rifiutate di obbedirmi”.

È come se qualcuno chiamasse “capo” il suo superiore mentre lo ignora completamente.
Un riconoscimento simbolico di Cristo come Signore non equivale a un’obbedienza al Suo insegnamento.

Charles Stanley ci ricorda che possiamo obbedire perché non siamo da soli, o impossibilitati, afferma: “Lo Spirito Santo ci permette di obbedire a tutti i comandamenti di Dio e ci dirige sempre nel miglior modo possibile. Quindi, qualunque cosa ci richieda – che sia dolorosa o gioiosa, conveniente o costosa, ragionevole o strana – il nostro Padre celeste ci darà la capacità e la forza di essere fedeli, indipendentemente da ciò che pensano gli altri o da come appaiono le nostre circostanze.”

La “e” di Gesù rivela quella contraddizione stridente tra ciò che dite e ciò che fate.
La congiunzione non è un dettaglio tecnico – è il cuore nudo del messaggio di Gesù sulla coerenza tra fede e pratica.

Ma l’indifferenza non si limita all’evidenza della contraddizione. Ha un nome preciso, si chiama: 
B) Disobbedienza
“Non fate quello che dico.”

Con “non” (ou - avverbio di negazione) Gesù sta dicendo che l’obbedienza non c’è.
Gesù non sta dicendo “fate poco” o “fate male.” Fotografa una realtà — la disobbedienza è un dato di fatto constatabile, non una tendenza. Il che rende la domanda ancora più tagliente.

Non sta criticando semplicemente l’ipocrisia; sta rivelando un’incoerenza fondamentale nella relazione con Lui.

Il “non” espone la distanza di quelle persone che mancano di obbedienza a Dio, rivela cuori che sono lontani dal Signore. 

Quando qualcuno dice “Signore” ma rifiuta di obbedire, quella negazione dimostra che la confessione è vuota – non rappresenta una vera sottomissione all’autorità di Gesù.

Il verbo “fate” (poieite – presente attivo indicativo) si riferisce al concreto: compiere, mettere in atto.
Insieme a “quello che dico” indica essere coerenti alla Sua Parola – praticarla (Luca 6:47-49). 

È il verbo della prassi concreta, dell’azione che prende forma nel nostro quotidiano. 
Non è il verbo del sapere, del credere in senso intellettuale, del sentire emotivo. 
È il verbo di chi costruisce con le mani, di chi si sporca le scarpe, di chi trasforma la parola udita in vita vissuta.

Gesù chiede corrispondenza: che ciò che si confessa con le labbra abbia un riflesso nell’esistenza quotidiana.

“Chiamarlo "Signore" e non fare ciò che dice significa rendere la parola Signore priva di significato” (Thabiti Anyabwile).

Il verbo “dico” (legō -presente attivo indicativo) si riferisce alla parola autorevole di Gesù come norma di vita. 
Non significa semplicemente “ciò che pronuncio”. Significa:
Ciò che ordino
Ciò che insegno come Maestro
Ciò che prescrivo come Signore
Ciò che richiedo ai miei discepoli

In questo contesto di Luca 6, include:
Amare i nostri nemici (v. 27)
Fare del bene a chi ci odia (v. 27)
Non giudicare (v. 37)
Perdonare (v. 37)
Dare generosamente (v. 38)
Prima togli la trave dal tuo occhio (v. 42)

Sono parole scomode. Parole che costano. Parole che vanno contro l’istinto di autoconservazione, di orgoglio, di ritorsione. 
Ed è esattamente su quelle parole che si misura l’autenticità della confessione.

Gesù si rivolge a coloro che affermavano di essere fedeli a Lui, ma che non lo erano veramente, alcuni di loro si erano dimostrati falsi discepoli, o lo erano solo per alcuni aspetti – diciamo quelli che non costavano nulla, che non andavano contro i loro interessi.

La domanda raggiunge l’intera folla – apostoli compresi – la cui condotta non era sempre coerente con la loro professione di fede. Nessuno era al riparo.

Non è semplicemente perché ascoltiamo l’insegnamento di Gesù e lo chiamiamo “Signore” che dimostriamo di essere veri credenti.

Molti ammiravano, seguivano, consideravano Gesù un grande maestro, persino profeta, erano affascinati dai Suoi miracoli e insegnamento, erano vicinissimi alla verità. Eppure, Gesù non disse mai: “Siete abbastanza vicini, va bene così”. 
La vicinanza non salva
L’ammirazione non salva
La religiosità non salva
Il servizio non salva

Gesù dirà a queste persone: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!” (Matteo 7:23).

Questo vale anche oggi. 
Come ai tempi di Gesù, le persone si definiscono cristiane, ma non lo dimostrano con le loro azioni coerenti con la Parola di Cristo!

Ma come disse il vescovo Ryle: “L’obbedienza è l’unica prova concreta della fede salvifica, e le parole sono peggio che inutili se non sono accompagnate dalla santificazione della vita.”

Chi ha sperimentato la grazia salvifica di Cristo, gli obbedisce (cfr. per esempio Romani 6:17-18); ci illudiamo di essere veri credenti se non mettiamo in pratica la Parola di Dio (Giacomo 1:22); chi dice di conoscerlo, ma non osserva i suoi comandamenti è un bugiardo (1 Giovanni 2:4); la fede senza le opere è morta in sé stessa (Giacomo 2:14-26); fede e obbedienza sono inscindibili (Matteo 7:21; Efesini 2:8-10; 1 Pietro 1:2).

“L’obbedienza agli insegnamenti di Gesù è un requisito essenziale del discepolato cristiano. La nostra obbedienza non ci fa guadagnare il perdono o l’accettazione di Dio. Nessuno si guadagna il paradiso obbedendo. Dio salva i peccatori per sola grazia, mediante la sola fede. Ma la fede salvifica non è mai sola; è accompagnata da un’obbedienza che scaturisce dalla fede (Romani 1:5)” (Thabiti Anyabwile).

La fede autentica è obbediente per natura
La fede è manifestata inevitabilmente con l’obbedienza 
La fede che non obbedisce è “inconcepibile”

Noè (Ebrei 11:7), Abraamo (Ebrei 11:8), Mosè (Ebrei 11:24-29) con la loro obbedienza mostrarono la loro fede, perché fede e obbedienza fanno parte della stessa medaglia, o moneta, distinti, ma inseparabili, come ci ricorda John MacArthur: “Se davvero credi in Dio e nel suo Figlio, la tua fede dovrebbe palesarsi nel modo in cui vivi, nelle cose che dici e in quelle che fai. C’è una relazione inscindibile fra obbedienza e fede, come le due facce della stessa medaglia. È impossibile scindere l’una dall’altra, sebbene oggi molti stanno cercando di introdurre nascostamente una dottrina della ‘fede’ che prescinde l’obbedienza!”

Cosa facciamo allora con questa domanda? Non possiamo aggirarla. Non possiamo delegarla. Rimane lì, sospesa nell’aria come un’accusa – o meglio, come un invito ad allinearci alla volontà del Signore con un’obbedienza che parte dal nostro cuore.

CONCLUSIONE 
Potrà sembrare duro. Potrà sembrare arrogante. E certamente non sta a noi giudicare il cuore di nessuno. Ma alla luce di questo versetto – e di tanti altri passi della Scrittura – possiamo dire: “Nessuno ha il diritto di credere di essere veramente cristiano se non cerca umilmente di obbedire agli insegnamenti di Colui che chiama Signore” (Tozer, A. W. & Verploegh H.).

Tre realtà emergono da questo versetto. Tre specchi in cui guardare la nostra vita cristiana.
In primo luogo:
1) Chiamare Gesù “Signore, Signore!” e non obbedirgli è una confessione incoerente
Riconoscere Gesù come Signore senza abbandonare a Lui la nostra volontà è ipocrisia: è come giurare fedeltà a un re e poi ignorare i suoi decreti. 

La confessione autentica e coerente non è solo un movimento delle labbra, è una consacrazione continua, quotidiana in tutto ciò che siamo, abbiamo e facciamo, dove la nostra volontà è sottomessa alla Sua – tanto che come dice Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Galati 2:20).

In secondo luogo:
2) Chiamare Gesù “Signore, Signore!” e non obbedirgli è liturgia senza vita
Possiamo adorare la domenica mattina e vivere come se Gesù non esistesse il resto della settimana: essere credenti la domenica e atei con le azioni per il resto della settimana
Possiamo cantare “Tu sei il Salvatore del mondo” la domenica e rinnegarlo come Signore gli altri giorni
Possiamo essere credenti in chiesa e miscredenti altrove con le scelte, con le parole, con i silenzi che non onorano il Signore

Ma il Signore non si lascia ingannare da una devozione a tempo parziale, calibrata sull’ambiente che frequentiamo.
Già Isaia denunciava questa ipocrisia con parole che dovrebbero farci riflettere: “…Questo popolo si avvicina a me con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Isaia 29:13). 
E Gesù stesso citerà quelle parole contro i religiosi del suo tempo (Matteo 15:8).
Se il nostro cuore è lontano, invano è il nostro culto. 

La liturgia senza vita non è adorazione – è recita. E una recita, per quanto sincera nelle intenzioni, non raggiunge il cielo.

Infine:
3) Chiamare Gesù “Signore, Signore!” e non obbedirgli è informazione senza trasformazione
Tozer scrisse: “La verità teologica è inutile finché non viene messa in pratica. Lo scopo di ogni dottrina è quello di garantire un’azione morale.”
Questo significa che conoscere la Bibbia è inutile se non ci cambia, perché questo è il suo scopo (cfr. per esempio 2 Timoteo 3:16-17).

D.L. Moody disse giustamente: “Dio non ci ha dato le Scritture per aumentare la nostra conoscenza ma per cambiare le nostre vite.”

Le chiese cristiane sono ricche di informazione biblica. Possiamo citare testi, seguire predicatori, leggere commentari. 
Ma la vera conoscenza di Cristo porta trasformazione e obbedienza (cfr. per esempio 2 Corinzi 5:17; 1 Giovanni 2:3-4).

C’è una differenza abissale tra sapere di Gesù e conoscere Gesù. 
Si può studiare tutta la teologia cristiana e restare sempre uguali
Si può predicare ogni domenica e non essere mai stati toccati dal fuoco di cui si parla
Si può memorizzare tutta la Bibbia, ma senza esserne toccati nella profondità interiore

Sapere molto di Gesù senza obbedirgli non ti avvicina a Lui – ti rende solo più responsabile davanti a Lui (cfr. per esempio Amos 3:2; Matteo 7:24-27; Luca 12:47-48; Giacomo 4:17).
La conoscenza senza obbedienza trasforma il privilegio in colpa.

Luca 6:46 non è un versetto per il non credente. È un versetto per chi lo è. Per chi frequenta la chiesa, canta gli inni, legge la Bibbia, insegna nelle scuole domenicali, predica dal pulpito.

È un versetto per me. È un versetto per te. È un versetto per chiunque professa Gesù come Signore.

La domanda di Gesù rimane sospesa nell’aria: “Perché mi chiami Signore, Signore?”
Non è una domanda che condanna – è una domanda che chiama a riflettere sulla nostra vita cristiana. 
Chiama a riconciliare la bocca e la vita
Chiama a fare della confessione non un titolo onorifico ma un’orientazione esistenziale
Chiama a costruire sulla roccia, non sulla sabbia delle belle intenzioni

Alla domanda di Gesù possiamo rispondere non con una giustificazione, non con una scusa, ma con una confessione e una preghiera:
“Gesù, ti chiamo Signore perché ho creduto che sei il mio unico Salvatore. Aiutami a esserti sempre obbediente – non per meritare la tua grazia, ma perché l’ho ricevuta.

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