Apocalisse 1:17-18: Il Risorto che tiene le chiavi
Apocalisse 1:17-18: Il Risorto che tiene le chiavi
Gesù è risorto!
• Non è una formula liturgica
• Non è un saluto tradizionale di Pasqua
È la notizia più sconvolgente che il mondo abbia mai sentito – e cambia tutto.
• Cambia il modo in cui guardiamo la storia
• Cambia il modo in cui affrontiamo la sofferenza
• Cambia il modo in cui guardiamo la morte in faccia
In Apocalisse 1:17-18 il Cristo risorto apre la bocca e parla. E ciò che dice a Giovanni – prostrato ai Suoi piedi come morto – è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno di sentire anche noi oggi, non solo a Pasqua, ma ogni giorno della nostra vita.
Perché il Risorto non è un ricordo. Non è una figura del passato. È vivo. È sovrano. Tiene in mano la storia dell’umanità – e la tua storia personale.
I L’IMPREVEDIBILITÀ
Nella vita ci sono momenti imprevedibili che cambiano tutto: un incontro inaspettato, una parola che arriva al momento giusto, una notizia che ribalta una situazione disperata. L’imprevedibile non è sempre negativo – a volte è il modo in cui la grazia entra nella storia. Ed è esattamente così che Cristo si rivelò a Giovanni, anche se è stato un incontro travolgente.
Entriamo nella scena, vediamo:
A) La difficoltà
Nel capitolo iniziale dell’Apocalisse, Giovanni – l’apostolo che aveva appoggiato la testa sul petto di Gesù, che aveva ascoltato il battito del suo cuore, che aveva condiviso anni di intimità, amicizia e missione – vede il Cristo risorto nella Sua gloria, e la sua reazione è immediata, inevitabile, irresistibile: “Caddi ai suoi piedi come morto.”
• Non è un gesto liturgico
• Non è un atto di adorazione formale
• Non è nemmeno paura psicologica
È ciò che accade:
• Quando il finito incontra l’Infinito
• Quando la creatura si trova davanti al Creatore
• Quando l’uomo, anche il più santo, viene investito dalla presenza di Dio
Giovanni non è nuovo alla presenza di Gesù. Eppure, quando lo vede nella Sua gloria, non riesce a reggersi in piedi – è sopraffatto, schiacciato, annientato dalla maestà e dalla santità di Gesù risorto.
L’incontro con la divinità non lascia indifferenti. La stessa cosa avvenne a Isaia (Isaia 6:5), a Daniele (Daniele 10:8-9).
Ma poi accade qualcosa di inatteso. Quella mano – la stessa descritta al versetto precedente come quella che tiene le stelle e dalla cui bocca esce una spada affilata – si posa su Giovanni.
Un tocco con la mano destra.
Il tocco con la mano destra può avere diversi significati:
• Il significato di benedizione e rassicurazione (cfr. per esempio Daniele 10:10-12; Matteo 17:6-7)
• Il significato di autorità e controllo sovrano (cfr. per esempio Salmo 110:1; Efesini 1:20-21; Apocalisse 1:16)
• Il significato di accoglienza, o favore (cfr. per esempio Marco 1:41; Matteo 8:15; Luca 7:14)
• Il significato della chiamata missionaria (cfr. per esempio Geremia 1:9; Isaia 6:6-8; Atti 9:17).
Comunque sia non c’è stata una parola a distanza, non un comando dall’alto. Ma un gesto di tenerezza e grazia disarmante, in mezzo a tanta gloria.
Quando Cristo si rivela nella Sua gloria, l’uomo cade; quando Cristo si avvicina nella Sua grazia, l’uomo risorge.
Nessuno resta in piedi davanti alla gloria di Cristo, ma nessuno resta a terra davanti al tocco misericordioso del Risorto.
Ma Giovanni non resta a terra. Accade qualcosa di inatteso, ecco:
B) La pietà
Gesù ha pietà di Giovanni.
La mano che governa l’universo è la stessa che consola il cuore tremante.
Con quel tocco arrivano le parole: “Non temere” che elimina la minaccia dall’incontro; un incontro caratterizzato da una visione del Cristo glorificato (Apocalisse 1:12–16), una visione di potenza soprannaturale abbagliante, troviamo per esempio: occhi come fiamma, voce come fragore di grandi acque, dalla Sua bocca usciva una spada a due tagli affilata, e il Suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza.
Il timore di Giovanni è appropriato davanti il Gesù glorificato, ma mediante la Sua grazia, va incontro al Suo servitore: pone la mano destra su di lui e dice “non temere.”
Il “non temere” di Cristo è come un vento che spegne l’incendio della paura di Giovanni.
“Non temere” (mē phobou), è imperativo presente con negazione – letteralmente: “Cessa di temere” o “smettila di avere paura”.
È lo stesso imperativo che si trova negli annunci angelici ai pastori (Luca 2:10) e alle donne quando Gesù risuscitò (Matteo 28:10).
Quel tocco e quelle parole non sono tutto. Il Risorto vuole che Giovanni sappia chi ha davanti, vediamo allora:
II L’IDENTITÀ
Gesù afferma: “Io sono il primo e l’ultimo.”
Ricordiamo brevemente il contesto di Giovanni e dei destinatari delle sue parole raccolte nel libro dell’Apocalisse: si trovava in esilio nell’isola di Patmos per la persecuzione, e perseguitati lo erano anche a chi scrive.
Gesù allora dice: “Io sono il primo e l’ultimo” perché sembrava che la storia fosse fuori controllo a causa della persecuzione – allora Giovanni aveva bisogno in quel momento di sapere chi era sovrano sulla storia.
“Io sono il primo e l’ultimo”, deriva alcuni passi di Isaia (Isaia 41:4; 44:6; 48:12), dove significa che il Signore è il solo Dio, il Creatore e il Signore assoluto della storia. Pertanto, è chiaro che dicendo così Gesù sta affermando la Sua divinità.
Questa è una figura retorica (merismo) in cui si menzionano i poli opposti di qualcosa per enfatizzare la totalità di tutto ciò che si trova tra loro.
Leggiamo per esempio Isaia 44:6: “Così parla il SIGNORE, re d’Israele e suo salvatore, il SIGNORE degli eserciti: Io sono il primo e sono l’ultimo, e fuori di me non c’è Dio”.
Questo versetto sottolinea l’eterna trascendente grandezza e unicità del Signore come Dio; non c’è niente e nessuno con cui confrontarlo; non ha paragoni, e come il Signore degli eserciti ha il potere di realizzare ciò che vuole.
“Io sono il primo e sono l’ultimo” indica che Dio esisteva prima di tutte le cose ed esisterà per sempre, quindi ci parla di eternità, auto-esistenza, ma anche della sovranità di Dio sulla storia.
Come “primo”, il Signore, era sulla scena quando ancora non esisteva la terra, e così era sulla scena anche quando cominciò a crearla e come “l’ultimo”, sarà ancora sulla scena quando chiuderà la storia di questo mondo, quando dirà la parola: “Fine!”
Bauckham afferma: “Dio precede tutte le cose, come loro Creatore, e porterà tutte le cose al compimento escatologico. È l’origine e l’obiettivo di tutta la storia. Egli ha la prima parola, nella creazione, e l’ultima parola, nella nuova creazione.”
Ma è implicito che tra l’inizio e la fine, Dio è anche durante, nel senso che sta guidando la storia dall’inizio alla fine! Quindi Dio crea e guida la storia del mondo.
Gary Smith riguardo “Io sono il primo e sono l’ultimo” scrive: “Una frase che non è solo un titolo, ma anche una descrizione della sua sovranità unica su tutti gli eventi. Sa cosa è successo in passato, ha pianificato e rivelato al suo popolo alcune delle cose che accadranno in futuro. Questa non è una dichiarazione filosofica astratta della sua eternità, ma un promemoria che le sue opere coprono l’intero ambito della storia dall’inizio alla fine dei tempi. Quest’affermazione darebbe assicurazione ai lettori che Dio sa tutto sui loro problemi passati e sarà con loro per aiutarli in futuro… Quando Dio afferma di essere il primo (41:4; 48:12), indica che ha preceduto i primi eventi della creazione e continuerà come Signore sovrano sulla creazione fino agli ultimi eventi”.
Anche se Dio trascende tutto, abbraccia anche tutto nella storia degli uomini, è anche immanente!
Dio è sovrano sulla storia degli uomini, controlla ogni atto degli uomini e la natura (cfr. per esempio 1 Cronache 29:11-12; Salmo 47), controlla anche le avversità! (cfr. per esempio Isaia 45:7; Lamentazioni 3:37; Amos 3:6), e dirige la storia dell’umanità secondo il Suo piano (cfr. per esempio Romani 8:28; Efesini 1:11), e lo porterà a compimento!
Come ha scritto Abraham Kuyper: “Non vi è un centimetro quadrato in tutto il dominio della nostra esistenza umana di cui Cristo, che è sovrano su tutto, non dica: ‘È mio’”.
Riportando queste parole di Gesù alle chiese perseguitate, li sta incoraggiando che il Gesù risorto:
• Non è un intermediario elevato
• Non è un essere superiore agli altri
• Non è una figura del passato confinata alla memoria
Ma è di natura pienamente divina, presente e sovrano ora! E da questa identità discende tutto il resto.
Il primo e l’ultimo non è uno degli attori della storia:
• La precede e la segue
• La contiene senza esserne contenuto
• La governa senza esserne travolto
Questo ha conseguenze immediate per chiunque oggi porti un peso che sembra schiacciante. La malattia che avanza, la crisi che non si risolve, la relazione che si sgretola, il futuro che non si vede – tutto questo accade dentro una storia che non è fuori controllo.
• Non siamo nelle mani del caso
• Non siamo nelle mani dei governanti di questo mondo
• Non siamo nelle mani delle forze che sembrano dominare la storia
La storia dell’umanità, come anche quella nostra personale, è nelle mani del primo e dell’ultimo, il vivente!
La tua storia non è in balia degli eventi: è custodita da Colui che la precede e la compie.
Se il primo e l’ultimo tiene la storia, nessun capitolo della tua vita è fuori posto, riposa per fede su queste verità.
Il senso di: “Il vivente” è “colui che vive” (ho zōn - presente attivo participio).
“Vivente” assume forza di titolo permanente e definitoria della Sua persona.
Il tempo presente indica che questo stato è continuo: nella Sua natura essenziale Gesù è sempre stato vivo, e il titolo si contrappone agli dèi non viventi del paganesimo.
È un titolo divino usato anche da Dio Padre (cfr. per esempio Giosuè 3:10; Salmo 42:2; Daniele 12:7; Matteo 16:16; Atti 14:15; Romani 9:26), e nell’Antico Testamento funziona in antitesi rispetto agli idoli pagani che non hanno vita né potere.
Gli idoli non solo sono falsi, ma non possono parlare, agire, rispondere (cfr. per esempio Geremia 10:5, 10; 2 Corinzi 6:16).
Applicato a Cristo, è dunque affermazione di piena natura divina – e al tempo stesso garanzia concreta per le chiese perseguitate: la Sua parola non è consolazione vuota, perché viene da chi ha potere reale di intervenire.
Questo valeva per Giovanni nel suo esilio a Patmos, valeva per le chiese perseguitate a cui scriveva, e vale per noi oggi – perché il vivente è vivo anche oggi, come vedremo nella frase che segue: “Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli.”
Ma l’identità del Risorto non è solo una dichiarazione teologica – è ancorata a un fatto storico preciso e verificabile, ecco:
III LA REALTÀ
“Ero morto” si riferisce alla Sua morte sacrificale in croce fuori dalla città di Gerusalemme, attraverso la quale sconfisse colui che aveva il potere sulla morte, il diavolo e per liberare tutti coloro che per paura della morte eran tenuti schiavi per tutta la loro vita (Ebrei 2:14–15).
Il verbo “ero” (egenomēn – aoristo attivo indicativo) morto, è “divenni morto”, e indica un evento che è avvenuto in un certo momento nel passato. È stato un evento storico reale, databile, non simbolico.
Martyn Lloyd-Jones lo diceva così: “La fede cristiana non è ottimismo. È la certezza basata su fatti storici verificati.”
Il vivente è entrato nella storia dell’umanità per morire e risuscitare, e Gesù lo dice in modo enfatico per attirare l’attenzione di Giovanni: “Ma ecco sono vivo” (“ecco vivo sono” – idou zōn eimi), dove “sono” (eimi -presente attivo indicativo) è una dichiarazione che afferma con certezza, solennemente e in modo definitivo che è vivo, quindi non è ipotetica, non è potenziale, ma è veramente vivo, risorto.
Mentre “vivo” (zōn - presente attivo participio) sottolinea Gesù nella Sua natura del Suo stato attuale e continuo; infatti, aggiunge per i secoli dei secoli che è un modo di dire “per sempre”, “eternità assoluta”, “durata senza fine”, “continuità senza interruzione”.
Gesù come Dio vive in eterno (cfr. per esempio Deuteronomio 32:40; Daniele 4:34; 12:7; Apocalisse 4:9, 10; 10:6; 15:7).
Studiosi sono convinti che “vivente” si riferisce alla natura essenziale della divinità prima di venire sulla terra, e che “sono vivo” richiama particolare attenzione sullo stato di vita che si trova in Cristo dopo la Sua resurrezione, e si concentra sulla pienezza della vita che ora vive con un corpo glorificato nell’aspetto.
Simon Kistemaker commenta: “Non c’è limite di tempo alla vita del Signore, poiché egli vive eternamente. La sua vita è immortale, indistruttibile e immutabile. La verità inconfutabile della resurrezione di Cristo fa gioire ogni credente nel suo potere di aprire le tombe e risuscitare i morti.”
La resurrezione di Gesù non è soltanto un evento del passato, ma una forza viva che continua a scorrere nella storia e nelle nostre storie personali.
Ogni volta che la vita ci mette davanti a situazioni che sembrano senza via d’uscita, a dolori che non sappiamo come portare, la resurrezione diventa un invito silenzioso a guardare oltre ciò che appare definitivo come era per la morte che Gesù ha sconfitto.
È come quella mano posata su Giovanni – una mano che ci ricorda che non siamo soli, che la notte non è eterna, che la pietra non resta per sempre davanti al sepolcro.
Immagina il mattino di Pasqua. Le donne vanno al sepolcro con il cuore pesante, convinte che tutto sia finito. Portano aromi per ungere un corpo morto, non speranze per una vita nuova. Eppure, proprio lì, nel luogo della sconfitta, scoprono che Dio ha già agito.
• La pietra è rotolata
• Il buio è stato trafitto
• La morte è stata attraversata
La resurrezione non nasce dove tutto è chiaro, ma dove tutto sembra perduto.
È così anche per noi: spesso Dio lavora proprio nei punti in cui noi non vediamo più niente.
Quando affrontiamo problemi seri – malattie, crisi familiari, fallimenti, solitudini, paure profonde – ci sentiamo come quelle donne: camminiamo verso un sepolcro, convinti che la storia sia già scritta.
Ma il Risorto ci dice che Dio scrive anche dopo il punto finale.
Che ciò che per noi è un muro, per Lui può diventare una porta, o una via di uscita per qualcosa di più grande.
Non perdiamo mai la speranza in Gesù Cristo!
La resurrezione non elimina magicamente i problemi, non cancella il dolore, non evita le prove. Anche il Risorto porta ancora le ferite nelle mani e nel fianco. Ma quelle ferite non sono più segni di morte: sono diventate ferite di luce.
Così può accadere anche nelle nostre ferite: non spariscono, ma possono trasformarsi.
• Possono diventare luoghi in cui entra la grazia
• Spazi in cui impariamo a respirare di nuovo
• Punti da cui ricomincia la vita
Dove noi vediamo un sepolcro, il vivente vede un punto di partenza.
E da questa resurrezione reale, storica, eterna, discende un’autorità che nessun altro può rivendicare.
IV L’AUTORITÀ
C’è ancora un’altra frase incoraggiante: “E tengo le chiavi della morte e dell’Ades.”
Nell’antichità le chiavi erano simbolo di autorità assoluta, potere e controllo su un dominio, così chi li teneva autorità, potere e controllo (cfr. per esempio Isaia 22:22; Matteo 16:19; Apocalisse 3:7).
In questo senso Gesù ha l’autorità sulla morte (cfr. per esempio Giovanni 5:28; 10:17-18) e sull’Ades, cioè il soggiorno dei morti (cfr. per esempio Matteo 11:23; Luca 10:15; 16:23; Atti 2:27,31; 1 Corinzi 15:55; Apocalisse 20:13-14).
Nessuno sulla faccia di questa terra può rivendicare il potere sulla morte (condizione) e sull’Ades (luogo temporaneo fino alla resurrezione dei morti – Daniele 12:2; Giovanni 5:28-29; Apocalisse 20:13-14).
Cristo, essendo Dio e vincitore della morte, ha l’autorità e governa completamente morte e il soggiorno dei morti, per questo il credente non deve temere nulla.
“Gesù Cristo ha autorità sulla morte e sull’Ades, e quando parla, entrambi si sottomettono a lui. È il Vincitore che detiene il potere assoluto” (Simon Kostemaker).
Per coloro che affrontavano la prospettiva del martirio, doveva essere un grande conforto sapere che la morte non era la fine, ma lo è per tutti.
Spurgeon, predicando su questo testo, disse che questa è la parola che trasforma il modo in cui il credente guarda la propria fine: “La morte per il cristiano non è una porta che si chiude, ma una porta che si apre – e le chiavi sono nelle mani giuste.”
Il credente può essere sicuro della resurrezione:
• Perché Dio lo promette (Giovanni 6:40; 11:25; Romani 8:11; 1 Corinzi 6:14; 1 Tessalonicesi 4:13-18)
• Perché la resurrezione di Gesù è la garanzia, la primizia per quella nostra (1 Corinzi 15:12-17,20-26; Colossesi 1:18).
La morte e il soggiorno dei morti non hanno un potere autonomo né un regno fuori controllo. Anche ciò che agli occhi umani appare come un dominio oscuro e inaccessibile è, in realtà, soggetto all’autorità del Cristo risorto.
Egli ha attraversato quelle profondità, ne conosce ogni confine e ne detiene la chiave.
Per questo, chi appartiene a Lui non deve lasciarsi intimidire da ciò che accade oltre il velo della vita terrena, e alla fine al Suo ritorno ci sarà la resurrezione dei morti (1 Corinzi 15:22–23, 51–52 ;1 Tessalonicesi 4:16–17), e avranno un corpo glorificato come quello di Cristo (cfr. per esempio 1 Corinzi 15:49; Filippesi 3:21; 1 Giovanni 3:2) alla Sua presenza nella beatitudine (cfr. per esempio Salmo 16:11; Apocalisse 21:3-4).
Ed è proprio in questa prospettiva è buono ricordare le parole di Albert Barnes: “Non dobbiamo temere di entrare in un mondo nel quale Egli è entrato e dal quale è uscito riportando un trionfo glorioso; non dobbiamo temere ciò che il terribile re che vi regna può farci, perché il suo potere non va oltre ciò che il Salvatore gli permette, e a suo tempo quel Salvatore ci chiamerà alla vita, per non morire mai più.”
Oggi, qualunque sia il tuo peso, puoi lasciarlo sostare davanti al Risorto. Non per farlo sparire, ma per permettere alla Sua luce di entrarci dentro.
• Il vivente che ha attraversato la morte conosce la strada che stai percorrendo
• Il primo e l’ultimo tiene in mano la tua storia – non solo il capitolo che vedi, ma l’intera trama
• Le chiavi che porta non servono a chiudere, ma ad aprire
CONCLUSIONE
Gesù è risorto – ed è ancora vivo oggi!
• Non nelle pagine di un libro antico
• Non nel ricordo commosso di chi lo ha amato
Ma vivo, reale, presente, sovrano
• Vivo con un corpo glorificato
• Vivo per i secoli dei secoli
• Vivo con le chiavi della morte e dell’Ades nelle mani
Questa è la gioia della Pasqua: non una festa che dura un giorno, ma una realtà che trasforma ogni giorno.
Il Risorto che ha parlato a Giovanni è lo stesso che parla a te oggi:
• La tua storia è nelle mani del primo e dell’ultimo
• La tua vita è custodita dal vivente
• La tua morte è sotto l’autorità di chi ha già vinto
E questo cambia il modo in cui vivi:
• Quando la paura ti stringe – ricordati che la tua vita non è in balia degli eventi: è nelle mani del primo e dell’ultimo
• Quando la sofferenza pesa – il vivente che ha attraversato la morte conosce la strada che stai percorrendo
• Quando il futuro sembra chiuso – Gesù ha le chiavi: nessuna porta è definitiva per chi appartiene a Cristo
• Quando ti senti schiacciato – la stessa mano che ha toccato Giovanni è tesa anche verso di te per rialzarti.
• Quando la morte ti spaventa – guarda a Colui che l’ha vinta: la morte non è più padrona di nulla
Allora:
• Alzati
• Cammina
• Vivi con la certezza di chi sa che il Risorto è al comando
La tomba è vuota. Le chiavi sono nelle mani giuste. E quella mano che si posò su Giovanni si posa oggi su di te: “Non temere.”
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