📖 Il Vuoto e la Pienezza

La diagnosi, la cura e la scelta che cambiano tutto

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Salmo 6:3-4: Fino a quando? Quando la sofferenza sembra infinita

 Salmo 6:3-4: Fino a quando? Quando la sofferenza sembra infinita
Adoniram Judson (1788-1850) fu missionario in Birmania per quasi quarant’anni. Tradusse l’intera Bibbia in birmano – un’opera monumentale che ancora oggi porta frutto.
Ma il prezzo fu altissimo. Judson soffrì enormemente: imprigionamento brutale durante la guerra anglo-birmana (1824-1826), dove fu torturato e incatenato in condizioni disumane; la morte della prima moglie Ann e di diversi figli; malattie tropicali che lo portarono sull’orlo della morte; e depressione profonda che lo accompagnò per anni.
Si racconta che, dopo la morte della moglie Ann e della figlia Maria, Judson scavò una tomba vuota accanto alle loro, vi si sedette per giorni e la fissò in silenzio. 
Tre anni dopo la morte di Ann, avrebbe scritto parole che sembrano impossibili da un uomo di fede: “Dio è per me il Grande Sconosciuto. Credo in lui, ma non lo trovo.”

Eppure, nonostante queste sofferenze immense, Judson perseverò nella missione fino alla morte.
Come è possibile? Come si continua a credere quando Dio diventa “il Grande Sconosciuto”? Come si prega quando le tombe si moltiplicano e il cielo sembra di bronzo?

Per motivi non sempre comprensibili, Dio a volte si nasconde. Questo è il caso anche descritto nel Salmo 6.

Il salmo non specifica un evento particolare della vita di Davide – se avesse una malattia dovuta all’ira di Dio mentre i nemici si approfittavano della sua debolezza, oppure se soffrisse a causa dei nemici stessi, e chiede a Dio di non correggerlo o castigarlo (v.1).

Comunque sia, in questo salmo Davide parla di sofferenza fisica e interiore (vv. 2,6-7), di nemici da cui si sentiva così minacciato da temere per la sua vita (v. 5), mentre Dio dal suo punto di vista sembrava assente (v. 3).
Alla fine, c’è la certezza che Dio ha ascoltato la sua preghiera e che i nemici saranno confusi e smarriti (vv. 8-10).
Ma quello che oggi mediteremo è la fede quando la sofferenza sembra infinita.

Cominciamo con:
I LA FEDE FRANCA – L’ONESTÀ DAVANTI A DIO 
Davide è onesto con sé stesso e con Dio, prega con una profonda angoscia.
Sia la sua interiorità – l’anima – che la sua esteriorità – il corpo – erano state colpite. 

Nei vv.2-3 leggiamo: “Abbi pietà di me, o Signore, perché sono sfinito; risanami, o Signore, perché le mie ossa son tutte tremanti. Anche l’anima mia è tutta tremante; e tu, o Signore, fino a quando”

Nei vv.6-7 è scritto: “Io sono esausto a forza di gemere; ogni notte inondo di pianto il mio letto e bagno di lacrime il mio giaciglio. L’occhio mio si consuma di dolore, invecchia a causa di tutti i miei nemici.”

La notte amplifica il dolore: è spesso, il momento più drammatico di chi soffre.
L’insonnia e la solitudine trasformano ogni pensiero in un’eco che si riversa poi nel giorno successivo, condizionandone la qualità della vita.

Un uomo che stava vivendo un periodo particolarmente buio ha descritto sé stesso come qualcuno che si trascinava nel lavoro quotidiano, a malapena in grado di funzionare, per poi andare a letto la sera e rimanere sveglio nelle lunghe ore buie fino all’alba, quando era il momento di ricominciare tutto da capo. 

Notti come questa sono spesso piene di profondi gemiti e lacrime.
P. C. Craigie osserva: “Come per la maggior parte dei sofferenti, era nelle lunghe veglie notturne, quando il silenzio e la solitudine aumentano e il calore della compagnia umana è assente, che il dolore e il cordoglio raggiungevano il loro punto più oscuro.”

Proprio in questo punto più oscuro, Davide non recita: porta la sua stanchezza esistenziale a Dio senza filtri. 
Non indossa maschere religiose
Non nasconde il suo problema dietro citazioni bibliche
Non minimizza la sua sofferenza dicendo: “Sto bene, confido nel Signore”, quando non è vero
Non pretende di essere più forte di quanto sia

Questo è liberatorio per noi: Dio non è impressionato dalla nostra religiosità di facciata. Vuole verità nell’intimo (Salmo 51:6). 

Possiamo andare davanti a Dio: 
Con più domande che risposte 
Esausti 
Confusi 
Scoraggiati 
Soli
Spaventati

Nessuna di queste condizioni ci squalifica dalla Sua presenza.
Il trono di Dio non è preceduto da una sala trucco dove dobbiamo ritoccare la nostra faccia spirituale. 
Non serve un sorriso finto, una risposta pronta, una fede impeccabile. Davide entra singhiozzando – ed è accolto.

La Bibbia non censura le nostre emozioni – ci mostra soprattutto nei Salmi – che possiamo presentarci a Dio esattamente con i sentimenti che abbiamo in quel momento.

Quali siano ora i tuoi sentimenti, così come sei puoi andare al trono della Sua grazia certo che ti accoglie grazie a Gesù.

Ebrei 4:14-16 ci incoraggia dicendo: “Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesú, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti, non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.”

Ma l’onestà di Davide non si ferma all’ammissione della sua sofferenza. Va oltre. Dopo aver descritto il suo dolore, fa una domanda che molti di noi hanno paura di pronunciare ad alta voce, una domanda che sale verso il cielo. 
Esploriamo:
II LA FEDE FRUSTRATA – LA TENSIONE TRA PROMESSA ED ESPERIENZA 
Nel v.3 Davide chiede a Dio: “Fino a quando?”
Si racconta che Calvino, durante la sua ultima dolorosa malattia, non pronunciò alcuna parola di lamento indegna di un cristiano; solo alzando gli occhi al cielo diceva “Usquequo Domine” (Signore, fino a quando?), poiché anche quando era in salute, questa era per lui una sorta di parola d’ordine, in riferimento alle sofferenze dei fratelli.

“Fino a quando?” tiene insieme entrambe le realtà della promessa di Dio e dell’esperienza in quel momento vissuta senza risolvere prematuramente la tensione. 
Non nega la promessa dicendo: “Dio mi ha completamente abbandonato”
Non nega l’esperienza dicendo: “Va tutto bene, non soffro davvero” 

Il “Fino a quando?”:
È la preghiera di chi si rifiuta sia di abbandonare Dio sia di fingere che tutto vada bene
È la preghiera di chi crede abbastanza in Dio da essere onesto con Lui riguardo al dolore

Davide riconosce la realtà sofferente presente, ma nello stesso tempo ha una speranza fiduciosa nel Signore.
Questa è fede matura – non quella che finge che tutto vada bene, ma quella che grida a Dio proprio perché crede che Lui possa cambiare la situazione. 

Il predicatore Martyn Lloyd-Jones osservò: “La fede è la capacità di affrontare il peggio che la vita possa offrire, e di credere ancora che Dio è buono e che Egli ha il controllo.”

Non è ottimismo cieco, ma fiducia radicata nel carattere di Dio.

Ci troviamo di fronte a una:
A) Tensione frequente
È frequente nel senso che questa domanda rivolta a Dio, la leggiamo diverse volte nei Salmi. Per esempio:
C’è il lamento personale per l’apparente assenza di Dio nella sofferenza individuale dove il credente si sente dimenticato e abbandonato (Salmo 13:1-2).
C’è la richiesta di giustizia contro l’ingiustizia e il trionfo dei malvagi quando Dio sembra restare inattivo di fronte al male (Salmo 35:17; 94:3).
C’è il grido che emerge anche di fronte alla violenza subita, quando l’innocente è attaccato collettivamente (Salmo 62:3).
C’è la preoccupazione per l’oltraggio al nome di Dio, quando i nemici profanano la Sua gloria e la Sua reputazione (Salmo 74:10).
C’è il lamento sotto l’ira divina prolungata, quando il popolo sotto disciplina chiede la fine del giudizio e il ritorno della misericordia (Salmo 79:5; 80:4; 89:46).

Questi diversi usi mostrano che la Bibbia autorizza il credente a portare davanti a Dio ogni tipo di sofferenza, dubbio e domanda difficile, mantenendo la fede anche nell’angoscia.

In questo salmo, potrebbe riferirsi alla sofferenza di Davide, o all’ira di Dio, o all’apparente rifiuto di Dio di ascoltare la sua supplica in un momento difficile della sua vita.

In secondo luogo, c’è una:
B) Tensione logorante
La domanda “fino a quando?” nasce proprio da questa tensione logorante senza via d’uscita.

Davide è come un corridore che ha esaurito le forze, ma vede il traguardo allontanarsi sempre più: logorato dal perdurare della prova, invoca Dio affinché ponga fine alla sua agonia.

Il senso come dice: Albert Barnes è: “Per quanto tempo mi lascerai soffrire così? Per quanto tempo durerà la mia angoscia incontenibile? Quanto tempo passerà prima che tu intervenga per liberarmi? Il linguaggio implica che nella sua apprensione fosse già un tempo lungo – come di solito il tempo sembra lungo a chi soffre (cfr. Giobbe 7:2-4), – e che egli stesse costantemente aspettando che Dio intervenisse e lo aiutasse. Questo è un linguaggio che tutti sono inclini a usare su letti di dolore e languore.”

Davide si trova, dunque, in uno stato di sofferenza con abbattimento fisico, psicologico, ma anche spirituale; infatti, ciò che rendeva tutto così frustrante era il silenzio del Signore, apparentemente disposto a lasciarlo soffrire. 

Questa è forse la tensione più dolorosa della vita cristiana: conosciamo la natura di Dio – per esempio la Sua fedeltà, onnipotenza, amore, sovranità – ma la nostra esperienza presente sembra contraddirla.
È come avere in mano una mappa che indica acqua fresca a pochi passi, mentre la nostra gola arde di sete e tutto intorno vediamo solo deserto. 

La promessa dice “qui c’è vita”, ma l’esperienza urla “io non la vedo”.
Non è una richiesta di informazioni o di un calendario; è un grido inquieto, un’insistenza appassionata che dice a Dio: “Tu hai promesso di essere fedele, di intervenire, di salvare – ma dove sei? Perché non agisci come dovrebbe agire il Dio che conosco?”

Il “fino a quando?” è un appello teologico audace, quasi un rimprovero rispettoso: Davide sta ricordando a Dio chi Lui è e cosa ha promesso. 
È come se dicesse: “Signore, questa situazione non è coerente con il Tuo carattere. Tu devi intervenire, perché è nella Tua natura farlo!”

James Montgomery Boice commenta: “Se c’è un punto di svolta in questo salmo, è certamente questo. È quando Davide, per allenamento, abitudine o pura disciplina, invocò il nome del Signore. Impara da Davide in questo momento. Nei momenti di vittoria, invoca Dio. Lodalo. Nei momenti di sconfitta, invoca Dio. Chiedi aiuto. Nei momenti di tentazione, invoca Dio. Cerca la liberazione. Nella notte oscura dell’anima, invoca Dio. Chiedi luce. Dio è la nostra via attraverso l’oscurità. È la nostra unica speranza sicura nella vita e nella morte. Egli è la nostra speranza anche quando non siamo consapevoli della sua presenza.”

Questa tensione non è solo frequente, logorante, ma è anche una:
C) Tensione rilevante
Rilevante nel senso che è la tensione centrale della vita di fede, il punto nevralgico dove crediamo ciò che non vediamo.

Davide conosce il carattere di Dio, infatti al v. 4 invoca la liberazione facendo appello alla misericordia del Signore: “Ritorna, o Signore, liberami; salvami, per la tua misericordia.”

Questa è una delle tensioni più difficili della vita cristiana: sappiamo chi è Dio teoricamente, ma la nostra vita sembra contraddire tutto ciò che sappiamo di Lui.

Per esempio:
Conosciamo che Dio è fedele, ma sperimentiamo che le Sue promesse tardano o non si realizzano come ci aspettavamo
Conosciamo che Dio è onnipotente, ma sperimentiamo l’impotenza: preghiamo e le circostanze non cambiano
Conosciamo che Dio ci ama, ma sperimentiamo sofferenza, malattia, perdita
Conosciamo che Dio è sovrano, ma sperimentiamo il caos, l’ingiustizia che trionfa

La tensione rilevante è questa: la nostra teologia – ciò che affermiamo di credere su Dio – entra in collisione con la nostra biografia – ciò che effettivamente viviamo.

Non è solo un problema di “stati d’animo” o “sentimenti”; è che la realtà oggettiva davanti ai nostri occhi sembra smentire ciò che confessiamo con la bocca.

Il paradosso: Dio ci chiede di credere in ciò che non vediamo, mentre viviamo circondati da ciò che sembra dimostrare il contrario. 

La Scrittura stessa descrive questa tensione riferendosi ad Abramo, Sara, Isacco e Giacobbe: “Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra” (Ebrei 11:13).

Cosa non ricevettero? Abramo, Isacco e Giacobbe rimasero stranieri nella terra promessa, vivendo in tende anziché possederla; la loro discendenza non era ancora numerosa come le stelle del cielo; non ricevettero l’eredità terrena; e soprattutto, il mondo non era ancora benedetto attraverso loro in Cristo (cfr. per esempio Giovanni 8:56; Galati 3:15-29). 
Eppure, credettero. 
Giuseppe morì in Egitto, ma chiese che le sue ossa fossero riportate nella terra promessa quando Dio avrebbe compiuto la Sua parola – una fede che guardava oltre la propria morte, verso un compimento che sapeva certo, ma non vedeva (Genesi 50:25; Esodo 13:19; Giosuè 24:32).

La stessa tensione che vissero i patriarchi è quella che viviamo noi oggi.
È come se Dio dicesse: “Io sono fedele” mentre tu:
Perdi il lavoro
Ti ammali
Vedi morire una persona cara
Preghi senza risposta

Questo è il terreno della fede autentica – non quando tutto va bene e le promesse si realizzano visibilmente, ma quando tutto sembra gridare che Dio ha fallito, eppure continuiamo a credere:

Quando Dio sembra:
o Assente, o ci abbia dimenticato, o abbandonato (cfr. per esempio Salmo 13:1) 
o Silenzioso (cfr. per esempio Salmo 22:1-2)

Quando le circostanze sono:
o Dure (cfr. per esempio1 Pietro 1:6-7)
o Incomprensibili (cfr. per esempio Isaia 55:8-9)
o Prolungate senza risposta (cfr. per esempio Abacuc 2:3)

Quando noi siamo:
o Soli nella prova (cfr. per esempio 2 Timoteo 4:16-17)
o Nella sofferenza persistente (cfr. per esempio 2 Corinzi 12:7-9)
o Di fronte a promesse apparentemente contraddette (cfr. per esempio Romani 4:18-20)

La fede deve lottare contro i dubbi e l’incredulità:
Come Giovanni Battista che dubitò che Gesù fosse il Messia (Matteo 11:3)
Come Pietro che affondava nell’acqua perché ebbe paura del vento (Matteo 14:31)
Come Tommaso che chiedeva prove sulla resurrezione di Gesù (Giovanni 20:24-29)

La voce del dubbio o dell’incredulità susurra:
“E se Dio non fosse davvero buono?”
“E se le promesse fossero solo parole vuote?”
“E se fossi ingannato?”
“Guarda le circostanze: dov’è il tuo Dio?”

Per varie ragioni la fede non è uno stato di quiete beata, ma una battaglia continua. 

Una frase attribuita a Charles Spurgeon dice: “La fede non è una grazia che sta dormendo in un letto di piume, ma piuttosto un soldato che combatte in mezzo alla battaglia.”
La fede vera non è uno spettatore a riposo, ma un combattente attivo nel conflitto spirituale quotidiano.

Ogni giorno il credente deve:
Ricordare a sé stesso le promesse di Dio
Confessare i propri dubbi 
Rifiutare attivamente i pensieri di sfiducia
Nutrire la fede con la Parola di Dio e la preghiera 

Ma dove troviamo la forza per questa battaglia quotidiana? 
Come possiamo continuare a credere quando tutto sembra contraddire ciò che confessiamo? 
La risposta non sta nel negare la tensione, ma nel comprendere qualcosa di più profondo: 
Anche quando Dio sembra assente, Lui sta lavorando. 
Anche quando non vediamo la Sua mano, possiamo fidarci del Suo cuore

E proprio in questa lotta quotidiana, Davide ci fa capire perché non cede, consideriamo:
III LA FEDE FIDUCIOSA – LA FEDE CHE DIO HA IL CONTROLLO DEI TEMPI 
Questa è la provvidenza nascosta: Dio governa tutto, ma spesso in modi che ci sono oscuri.

La Scrittura presenta un paradosso profondo: Dio si rivela e contemporaneamente si nasconde (cfr. per esempio Salmo 10:1; Isaia 8:17; 45:15). 

Dio agisce sempre nella storia e nella vita dei Suoi figli, ma raramente in modi che possiamo comprendere o vedere chiaramente mentre stanno accadendo.

Ci sono due livelli della realtà: il livello visibile – ciò che vediamo con i nostri occhi – e il livello invisibile – ciò che Dio sta facendo dietro le quinte.

Per esempio: 
Giuseppe:
Esperienza visibile: tradito, schiavo, in prigione, dimenticato
Realtà nascosta: Dio lo stava posizionando per salvare nazioni
Dichiarazione finale: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso” (Genesi 50:20).

La croce:
Esperienza visibile: la sconfitta totale, Dio che abbandona Dio, la morte del Messia (cfr. per esempio Isaia 53:4-12; Matteo 27:46)
Realtà nascosta: il momento della vittoria più grande della storia, la salvezza del mondo (cfr. per esempio Giovanni 3:16; Romani 5:10; 1 Corinzi 15:55-57; Colossesi 1:20; 2:14-15; Ebrei 2:14)
Faceva parte del piano di Dio (cfr. per esempio Atti 2:23; 4:27-28; 1 Pietro 1:19-20)

Dio nasconde il Suo volto anche ai Suoi figli:
Per provare se Lo amiamo per Lui stesso o solo per i Suoi doni
Per farci crescere nella fede nuda, non dipendente dai sentimenti
Per insegnarci che Lui è sovrano, non noi

La fede è l’abilità di aggrapparsi a ciò che la ragione ha una volta accettato come vero su Dio, nonostante i nostri sentimenti oscillino e la realtà intorno a noi sembri dimostrare il contrario. Perché le emozioni cambieranno, le circostanze si trasformeranno, ma ciò che è vero rimane immutabile.

“Fino a quando?” è una domanda che riconosce la sovranità di Dio. Se la sofferenza fosse casuale, caotica, senza scopo, non ci sarebbe nessun “quando” da chiedere. 

Dio non è sorpreso dalla lunghezza della nostra sofferenza
Dio ha una durata prestabilita secondo il Suo piano giusto e saggio

La stessa domanda è un atto di fede: 
“Credo che Tu sai”
“Credo che c’è un limite anche quando io non lo vedo”
“Credo che Tu controlli”

Non facciamo l’errore di Israele che pensava che il Signore fosse disinteressato a lui, in Isaia 40:27-28 risponde a questo grido: “Perché dici tu, Giacobbe e perché parli cosí, Israele: ‘La mia via è occulta al Signore e al mio diritto non bada il mio Dio?’ Non lo sai tu? Non l’hai mai udito? Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra; egli non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile.”

Anche se in questo momento non vedi vie di uscita
Anche se sembrano che le cose peggiorino
Anche se problemi si aggiungono a problemi
Anche se Dio non interviene
FIDATI DI LUI! PREGA! Dio ha tutto sotto controllo anche se non vediamo la Sua mano all’opera.

Charles Spurgeon disse: “Quando non riesci a tracciare la mano di Dio, puoi sempre fidarti del Suo cuore.”

La fede non richiede di vedere chiaramente, ma di fidarsi profondamente.

La preghiera di Davide è:
A) La preghiera di fede che non si rassegna 
Il senso di “fino a quando?”  è: “Quanto tempo passerà prima che tu mi liberi!”

“Fino a quando?” indica che spesso Davide aveva chiesto a Dio di guarirlo, ma le sue preghiere non erano state esaudite fino a quel momento.
Una donna che soffriva di grave depressione. Sentiva che Dio l’aveva abbandonata e il suo lamento era: “Dio non risponde alle mie preghiere.”

Ma non preghiamo solo per sofferenze dovute a una malattia, preghiamo anche:
Per sofferenze relazionali di ogni tipo
Per sofferenze economiche
Per sofferenze sociali
Per sofferenze spirituali
Per sofferenze ecclesiali

E molte volte non vediamo nessuna risposta, che si tratti di una malattia, o un dolore cronico per la mancanza di lavoro, per la conversione di un familiare, per avere un figlio, e preghiamo “Fino a quando Signore?”

Dopo “fino a quando”, Davide continua invocando: “Ritorna, o Signore, liberami; salvami, per la tua misericordia.”

La preghiera di Davide non è rassegnazione passiva: “Aspetterò che Dio faccia qualcosa”, ma attesa attiva di chi non si arrende, gli chiede di ritornare, di liberarlo e salvarlo.

“Ritorna”, “liberami” e “salvami” hanno sfumature teologiche significative (imperativi attivi coortativi), che indicano urgenza (imperativo) ed esprimono desiderio intenso, supplica urgente, esortazione accorata, una richiesta appassionata che nasce dal profondo dell’anima (coortativo).

Ogni verbo è carico di urgenza emotiva e afflizione profonda. Non sono richieste fredde o formali, ma grida viscerali di un’anima in angoscia intensa. 

“Ritorna, o Signore, liberami; salvami, per la tua misericordia”, significa continuare a gridare con passione e urgenza a Dio, anche quando sembra lontano o silenzioso. 

Non è preghiera educata o formale – è supplica accorata e insistente. È il rifiuto di smettere di implorare Dio con tutto il cuore.

Vediamo:
B) La preghiera di fede nello specifico
Andiamo a vedere nello specifico il significato dei tre verbi.

Cominciamo con:
(1) Ritorna 
Questa parola (šûbâ) ha il significato di andare, o tornare in un luogo, in una condizione, o in un’attività in cui si è già stati in precedenza, descrive un cambiamento di direzione, o di azione, tornare indietro (cfr. per esempio Genesi 22:5,19; Esodo 13:17; 33:11; Numeri 14:3-4, 25; Deuteronomio 17:6).

È interessante che il verbo è spesso usato per indicare un cambiamento di opinione, un pentimento (cfr. per esempio Deuteronomio 30:2, 8, 10; 1 Re 8:47; Isaia 55:7; Ezechiele 18:21, 23, 27-28, 30).

Quindi Davide prega il Signore che possa cambiare direzione, o idea riguardo la sua situazione.

Dicendo “ritorna” (šûbâ – qal imperativo attivo coortativo), Davide percepisce che Dio si era allontanato, quindi c’era una relazione interrotta, e desidera che questa relazione sia ripristinata. Oppure Davide percepisce in quel momento che Dio sia assente.

Il secondo verbo:
(2) Liberami
La vita e la morte di una persona sono nelle mani di Dio, la nostra vita dipende dal Signore (cfr. per esempio Deuteronomio 32:39; 1 Samuele 2:6; Salmo 139:16), e Davide lo sapeva.

Come sapeva che soltanto Dio lo potesse liberare dai nemici (cfr. per esempio 1 Samuele 17:47; 2 Cronache 20:15,17; Salmo 20:7-8; 36:9; 44:3-7), senza la Sua presenza attiva, ogni altra azione è impossibile. È la richiesta fondamentale: “Non lasciarmi solo in questo!”

“Liberami” (ḥallĕṣâ – piel imperativo attivo coortativo) significa letteralmente “tirare fuori”, “strappare via”, “estrarre con una certa forza” (cfr. per esempio Levitico 14:40-43).

È un’immagine molto fisica e concreta – come estrarre qualcuno da una situazione di pericolo imminente, tirarlo fuori da una trappola o da un luogo.
 
Implica un’azione di soccorso urgente da una condizione opprimente o minacciosa, quindi dalla rovina, dalla distruzione, dal danno (cfr. per esempio 2 Samuele 22:20; Salmo 50:15;81:7; 91:15; 116:8).

Nell’ebraico troviamo una parola (napšî) che indica “vita” – libera la mia vita – dal contesto dei vv.5-6, è dalla morte; quindi, il senso è “risparmia la mia vita”.

Questo rende chiaro che Davide non sta parlando in astratto, ma sta lottando contro la morte stessa attraverso la supplica appassionata. 
Ecco perché “non rassegnarsi” è così potente – è rifiutarsi di accettare la morte come inevitabile e continuare a gridare a Dio per la vita.

La forma verbale ebraica (piel) qui intensifica l’urgenza e la potenza dell’azione richiesta: non un semplice aiuto, ma un intervento vigoroso e deciso per liberare qualcuno da una situazione critica.
Non indica un semplice “aiutami”, ma “strappami via con forza”, “estraimi energicamente”. 

Infine, consideriamo il terzo verbo:
(3) Salvami
“Salvami” (hôšîʿēnî - hifil imperativo attivo coortativo) non indica solo l’aiuto, il soccorso, l’estrazione da un pericolo, ma anche la preservazione, la guarigione, il ripristino della vita e del benessere. 

Denota la liberazione sia in ambito militare (cfr. per esempio Giudici 12:2; 1 Samuele 11:3) che giuridico (cfr. per esempio 2 Samuele 14:4,16). 
Le due idee si fondono, poiché il termine denota un intervento militare o fisico perché è dovuto, o giusto a qualcuno (cfr. per esempio Deuteronomio 33:29; Salmo 31:1; 71:2; 143:11). 

Nel caso di Davide c’è un doppio legame di patto: il patto di sinaitico fatto attraverso Mosè (cfr. per esempio Deuteronomio 20:4; 33:29) con Israele e poi il patto davidico, fatto con Davide adottato come figlio (2 Samuele 7:14-15; Salmo 89:28-33).

Come israelita - patto sinaitico (cfr. per esempio Deuteronomio 20:4; 33:29) 
    Davide appartiene al popolo del patto. Dio si è impegnato a essere:
o Lo scudo che protegge
o La spada che dà vittoria
o Il salvatore del Suo popolo

Come figlio adottivo - patto davidico (2 Samuele 7:14-15; Salmo 89:28-33).
     Davide ha una relazione ancora più intima. Dio si è impegnato a essere:
o Il Padre 
o Il correttore che disciplina, ma non abbandona 
o Il fedele che non ritira mai il Suo amore

La forma verbale di “salvami” (Hifil) indica: “Fa che io sia salvato”, “causa la mia salvezza”; quindi non è “aiutami a salvarmi”, ma “causa Tu attivamente la mia salvezza, io non posso salvarmi” – mette tutta la fiducia e l’azione su Dio, perché sa che lui non può farcela.

Abbiamo allora una triplice progressione teologica: Davide prima chiede al Signore di ritornare, poi di essere “estratto” dalla situazione pressante e angosciante, infine chiede una salvezza più completa – non solo l’uscita dal problema, ma il vero ripristino della sua relazione con Dio e della sua vita.

Insieme, questi tre verbi esprimono sia l’urgenza con un forte desiderio (imperativi coortativo) della situazione presente: “Non lasciarmi solo in questo momento”, “tirami fuori adesso!” e sia il bisogno di una soluzione definitiva e restauratrice “dammi la vera salvezza!”. 

Davide non sta chiedendo aiuto per fare qualcosa da solo, ma sta implorando Dio di essere l’agente attivo, intenso e causativo della sua liberazione.

Infine, vediamo:
(4) La ragione della preghiera salvifica
Sempre nel v. 4 leggiamo: “Per la tua misericordia.”

Davide non afferma di meritare la misericordia di Dio, perché per definizione non può essere meritata, o guadagnata (cfr. per esempio Romani 11:6), ma la implora sulla base della misericordia di Dio.

“Per” (lĕmaʿan – preposizione causale) indica la ragione, la causa, in questo caso è la misericordia di Dio.

“Misericordia” (ḥasdekā) è spesso usato all’amore fedele del patto che Dio ha con il Suo popolo (Deuteronomio 7:9,12) come anche con la stirpe Davidica (2 Samuele 7:15), e questo lo abbiamo già visto prima.

Questo amore fedele si basa sul patto, in cui Dio promette di essere il Dio del Suo popolo e di prendersi cura di esso quando si rivolge a lui.
L’amore fedele del Signore è la ragione per cui dovrebbe essere liberato.

Dunque, “misericordia” si riferisce all’amore fedele all’interno di una relazione, Dio ne è ricco (cfr. per esempio Esodo 34:6; Numeri 14:18; Neemia 9:17; Salmo 86:5,15; 103:8 Gioele 2:13; Giona 4:2).

Come ha osservato Walter Brueggemann: “Chi pronuncia il lamento non si rivolge a Dio ex novo, ma parte da un contesto di fede e lealtà.”

Quando Davide chiede liberazione, non fa appello:
Alle sue capacità
Ai suoi meriti 
Alla sua fedeltà 
Alle sue buone opere 
Fa appello al carattere di Dio, in questo caso al Suo amore fedele

Questo è fondamentale: quando la sofferenza dura così a lungo da esaurire ogni nostra risorsa, l’unico fondamento che resta è il carattere immutabile di Dio. 

      La nostra speranza non deve poggiare su di noi, ma su Chi Egli è!
Non “liberami perché sono stato bravo” – Ma “liberami perché Tu mi ami”
Non “salvami perché lo merito” – Ma “perché Tu sei fedele”

È teologia della grazia in azione: la salvezza è totalmente opera di Dio (cfr. per esempio Salmo 3:8; 62:1-2; Isaia 43:11; 45:21-22; Giona 2:10).

Per chi sta gridando “fino a quando?” oggi il tuo grido: 
Non è incredulità – ma espressione di fede 
Non è incertezza – ma preghiera autentica
Non sentirti in colpa per la tua stanchezza – Dio non condanna chi è esausto
Porta la tua onestà davanti a Lui – Dio non è offeso dalle tue domande sincere 
•     Abbi fede: perché la durata della tua sofferenza non è casuale, è nelle Sue mani sotto il Suo controllo (cfr. per esempio Giobbe 14:5; Salmo 31:15; 139:16) secondo un piano saggio (cfr. per esempio Salmo 104:24; Daniele 2:20-21; Romani 11:33; 16:27) e perfetto (cfr. per esempio Deuteronomio 32:4; Salmo 18:30), per il tuo bene (Romani 8:28), anche in quelle che consideriamo situazioni difficili Dio è in grado di trarre il bene (Genesi 50:20).
I ritardi di Dio hanno sempre uno scopo. Non sono assenze, ma processi di maturazione. 
o A volte Dio sta preparando il momento giusto per intervenire e ci invita ad aspettarlo (cfr. per esempio Salmo 37:7; Isaia 8:17; Lamentazioni 3:26).
o Altre volte Dio sta preparando noi per attirarci a Lui (cfr. per esempio Osea 2:14, Geremia 31:3), o affinché siamo obbedienti (Deuteronomio 8:2-3; Salmo 119:67,71; Ebrei 5:8), o per la nostra crescita spirituale (Romani 8:28-29; Giacomo 1:2-4; Ebrei 12:10-11).
Non smettere di pregare considerando il carattere di Dio, nessuna circostanza personale, comunitaria, è più grande o più forte di Lui!

CONCLUSIONE: DAL “FINO A QUANDO?” ALLA CERTEZZA 
La bellezza del Salmo 6 è che finisce con certezza. 
Nei vv. 8-10 vediamo Davide che dichiara che il Signore ha udito la voce del suo pianto e ha accolto la sua preghiera, e la preghiera che i suoi nemici siano confusi e smarriti, e quindi che voltino le loro spalle pieni di vergogna.

Davide, dunque finisce il suo salmo con una nota positiva: la certezza che il Signore ha ascoltato la sua voce.

Forse oggi sei in un punto buio della tua vita di fede e ti ritrovi nelle parole di Adoniram Judson: “Dio è per me il Grande Sconosciuto.”
Ma ricorda che:
1) È umano gridare a Dio: “Fino a quando?” Ma nello stesso tempo stai riconoscendo così la Sua sovranità.
Non è peccato essere onesti sulla tua sofferenza. Dio vuole la tua sincerità, non la tua maschera!

2) Riconosci la tensione – ma non arrenderti
La tua esperienza può sembrare contraddire le promesse di Dio. Questa tensione è normale nella fede. 
Continua ad aggrapparti alla verità su Dio anche quando i sentimenti urlano il contrario.
Fidati del carattere e dei tempi di Dio anche quando non puoi tracciare la Sua mano 
La tua sofferenza non è casuale. Dio conosce il “quando” – anche quando tu non lo conosci.

3) Continua a pregare con passione Dio affinché possa intervenire favorevolmente 
La preghiera è il modo per stare con Dio mentre Lui compie ciò che sa essere meglio per te.

Il tuo “fino a quando?” non è l’ultima parola. Lo è “Il Signore ha udito”. Continua a gridare, continua a credere.



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