📖 Il Vuoto e la Pienezza

La diagnosi, la cura e la scelta che cambiano tutto

Scopri perché il vuoto che senti non è casuale ma la prova che sei fatto per qualcosa di più grande.

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Ecclesiaste 2:1-3: Provare ogni piacere

 Ecclesiaste 2:1-3: Provare ogni piacere
“Se solo avessi questo, sarei felice.”
Quante volte l'abbiamo pensato? Se solo avessi quella casa, quella macchina, quel lavoro, quella relazione... allora sì che la mia vita avrebbe senso!
È facile guardare qualcuno come Bill Gates, Elon Musk, Jeff Bezos, e pensare: “Loro sì che ce l’hanno fatta. Ricchi, potenti, liberi di godere ogni piacere”.

C’era un uomo che, ai suoi tempi, aveva tutto. Salomone.
Non solo era re, ma era anche l’uomo più ricco del suo tempo e aveva tutto ciò che poteva desiderare a portata di mano. Eppure, nonostante il suo potere e la sua ricchezza, non riusciva a trovare significato nella ricerca del piacere.

Salomone ci insegna una verità devastante: il piacere non riempie il vuoto esistenziale. Più pensiamo di averne bisogno per essere felici, più vuoti rimaniamo.

Così decise di fare un esperimento: avrebbe inseguito ogni forma di piacere e soddisfazione che questo mondo può offrire, per vedere se in esso si potesse trovare il vero significato della vita.
La sua conclusione? Vanità.

I L’ESPERIMENTO DEL PIACERE MONDANO (v.1) 
Nel v.1 leggiamo: “Io ho detto in cuor mio: ‘Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!’ Ed ecco che anche questo è vanità.”  

Consideriamo:
A) La decisione consapevole di provare
“Io ho detto in cuor mio” si riferisce alla decisione consapevole di Salomone.

L’Ecclesiaste parla a sé stesso e si spinge all’azione con il comando di “andiamo” (lĕkāh -qal imperativo attivo coortativo), accompagnato in ebraico da una particella avverbiale enfatica “sicuramente” (nāʾ).

Notate cosa dice Salomone: “Ti voglio mettere alla prova”, cioè testare, mettere alla prova per accertare, o apprendere la vera natura di qualcosa (cfr. per esempio 1 Re 10:1).

La parola “prova” indica che ciò che segue è un esperimento, un tentativo deliberato di imparare qualcosa dall’esperienza personale. 

L’Ecclesiaste intende raccogliere prove per la sua valutazione dell’efficacia del piacere.

Il verbo “mettere alla prova” (ʾănas -piel attivo coortativo imperfetto iussivo) ci fa capire che Salomone vuole fortemente testare l’edonismo. 
Non è debolezza, ma scelta consapevole e determinata per capire. Si getta nell’esperimento con piena volontà e risoluzione a occhi aperti!

Il senso è:
Decisione ferma – “Ho deciso che lo farò”
Determinazione volitiva – “Voglio assolutamente”
Dedicazione deliberata – “Mi impegno a”

Salomone:
Non è un teorico distaccato – è attivamente coinvolto in questo test
Non teorizza dalla poltrona – si rimbocca le maniche e si tuffa nell’esperimento

Come uno scienziato, o un filosofo che sperimenta ogni sorta di cose per vedere cosa ha un valore o un significato duraturo, Salomone ha concluso il capitolo 1 in un vicolo cieco: la sapienza e il lavoro non danno risposte definitive. 

Salomone trasforma la sua vita in un laboratorio, il suo cuore in provetta; sta scrivendo un report scientifico con la sua stessa esistenza come dato.

È come “The Wanderer” nella canzone basata sull’Ecclesiaste scritta dagli U2, con Johnny Cash alla voce solista: 
“Sono andato là fuori
In cerca di esperienze 
Per gustare, toccare e sentire il più possibile 
Come un uomo può prima di pentirsi”

Ma in cerca di cosa esattamente? Verso cosa dirige questo esperimento? Vediamo:
B) La direzione dell’esperimento 
“Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!” (v.1).

Salomone apre le porte del laboratorio del piacere – e lui stesso è la cavia.

Come molti fanno ancora oggi quando la vita sembra non avere senso, Salomone – l’Ecclesiaste – si rivolge al piacere.

Infatti, “gioia” (śimḥāh) si riferisce a uno stato di felicità, con particolare attenzione agli input sensoriali del corpo che offrono intrattenimento ai sensi, e può indicare anche piacere e godimento (cfr. per esempio Proverbi 21:17; Ecclesiaste 2:2, 10; 7:4)

La parola ebraica per “godrai” (rĕʾēh) può avere il senso di sperimentare (cfr. per esempio Salmo 34:8; 90:15; Ecclesiaste 6:6); scoprire/verificare (cfr. per esempio 1 Samuele 23:22-23; Ecclesiaste 3:18; Abacuc 2:1); comprendere (cfr. per esempio Genesi 42:1; 1 Samuele 12:17

“Piacere” (bĕṭôb) indica ciò che è piacevole, che dà piacere e soddisfazione (cfr. per esempio Proverbi 15:23; Ecclesiaste 2:24; 3:13).
Salomone dice al suo cuore: sperimenta, scopri, verifica direttamente tutto ciò che può dare soddisfazione e godimento. Buttati dentro, vivi l’esperienza in prima persona e vedi se questo riempie il vuoto!

Ma cosa significa veramente questa ricerca del piacere?
C’è una canzone di Tim McGraw, “Live Like You Were Dying”, che parla di una persona che ha cambiato atteggiamento davanti alla vita e alle persone dopo aver ricevuto una cattiva diagnosi dal medico.  Tra le altre cose, ha voluto provare cose estreme come paracadutismo, alpinismo e cavalcare un toro. 

La canzone descrive qualcuno che, di fronte alla mortalità, cerca esperienze intense e autentiche – momenti che spezzano la routine e creano ricordi significativi.

Salomone, invece, intraprende un esperimento sistematico e deliberato sul piacere. 
Non è un cambiamento spontaneo di prospettiva, ma una ricerca filosofica: “Può il piacere dare significato alla vita?”

La prova che l’Ecclesiaste qui abbraccia è quella dell’edonismo – la ricerca sul piacere come chiave per il significato della vita.

L’edonismo indica il piacere come bene supremo, è la filosofia che fa del piacere lo scopo della vita. Sostiene che:
Il piacere è il fine ultimo dell’esistenza umana
Il dolore è da evitare a ogni costo
La vita buona è quella che massimizza le esperienze piacevoli

Fra i greci esistevano due scuole principali:
La scuola edonista cirenaica (IV secolo a.C.) – l’approccio del “carpe diem” radicale: “Cogli il piacere immediato! Il piacere fisico qui e ora è l’unico vero bene”.  

La scuola edonista epicurea (IV-III secolo a.C.) – l’approccio della pace interiore: il vero piacere è l’assenza di dolore e turbamento dell’anima. 
           Epicuro cercava pace interiore attraverso amicizia, moderazione e conoscenza – non 
           eccessi sfrenati.

E oggi? L’edonismo non è scomparso – si è solo modernizzato:
Edonismo consumistico: “Ti meriti di essere felice” – acquisti compulsivi, intrattenimento costante, la prossima esperienza che finalmente ti soddisferà

Edonismo digitale: “Scorri, clicca, ripeti” – Social media, streaming, gaming – dopamina a portata di click, algoritmi progettati per massimizzare piacere e dipendenza

Edonismo esperienziale: non più solo cose, ma “momenti instagrammabili” –collezionare esperienze come trofei

Edonismo giustificazionista: “Si vive una volta sola” – la giustificazione moderna per ogni scelta impulsiva

Ma aspetta: questo significa che il piacere in sé è sbagliato? 
“Gioia” e “piacere” non sono parole negative in sé, infatti sono usate anche nel celebrare Dio per le Sue benedizioni, o vittorie (gioia – cfr. per esempio Numeri 10:10; 1 Samuele 18:6; Neemia 8:10; piacere – Salmo 16:11; 21:4; 85:13).

Il problema non è la gioia o il piacere, ma dove Salomone li cerca: scollegati dalla loro fonte. Sta testando se questi doni possono funzionare senza il Donatore.
Salomone sconsiglia l’edonismo: un’attenzione al piacere come cuore della propria ragione di vita.

Molte persone si rivolgono al piacere perché, se non per il significato ultimo, almeno per distrarre dalla mancanza di significato, IL PIACERE DIVENTA IL SOSTITUTO DI DIO.

Per milioni di persone oggi, il piacere non è solo uno svago – è diventato il loro dio, facendo del piacere lo scopo della loro esistenza.

La filosofia moderna è seducente: “Lo scopo della vita è essere felice. Massimizza il piacere, minimizza il dolore, e avrai vissuto bene”.

La maggior parte di noi prende decisioni basandoci su ciò che massimizzerà il nostro piacere e la nostra felicità e allevierà il disagio, la noia, il dolore.

Cerchiamo ciò che il comico Jerry Seinfeld chiama “piccole isole di sollievo in quella che spesso è un’esistenza dolorosa.”

Qual è:
C) La conclusione 
“Ed ecco che anche questo è vanità.”  (v.1).

La domanda di Salomone è: il piacere può dare senso alla vita? È il significato della vita?
Salomone non era uno che faceva le cose a metà. Quando decise di esplorare il piacere, lo fece in modo sistematico e completo. 
Disse a sé stesso: “Proviamo tutto! Non lasciamo nulla di intentato!”

Salomone ha costruito parte della sua vita su questa filosofia. Ha spremuto ogni goccia di piacere che questo mondo poteva offrire. 

E il suo verdetto? “Ho inseguito il vento e ho catturato nebbia! Mi ritrovo con le mani vuote e il cuore ancora più affamato!”

Il piacere è vanità (hābel), cioè non ha alcun significato; è futile, o inconsistente, come vapore al vento.

La domanda è: “Perché continuiamo a correre dietro al piacere anche quando ci delude?”
Primo:
Quando Dio viene rimosso dal centro, rimane un vuoto che urla per essere riempito
È un cratere a forma di Dio – e nessun piacere terreno ha le dimensioni giuste per riempirlo.
Perché siamo stati creati per Dio, come ci ricorda la Confessione di Fede di Westminster (nella versione battista) con questa domanda: “Qual è lo scopo primario dell’uomo?” E risponde: “Lo scopo primario dell’uomo è di glorificare Dio e di gioire in Lui per sempre.” (cfr. per esempio Salmo 16:11; 37:4; 73:25-28; Romani 11:36; 1 Corinzi 10:31; Filippesi 4:4).
John Piper ha costruito la sua intera teologia su questo concetto: “Dio è più glorificato in noi quando noi siamo più soddisfatti in Lui.”

Questo non significa che Dio diventa il maggiordomo celeste per aiutarci a ottenere i piaceri mondani, o fare del piacere il nostro dio, o di mettere noi stessi al di sopra di Dio, ma che il Signore, unico e solo vero Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 6:4; Isaia 45:5; 1 Tessalonicesi 1:9; 1 Timoteo 2:5) è il nostro piacere.

IL TESORO È DIO STESSO!

Allora il problema non è che cerchiamo il piacere. 
Il problema è DOVE e in CHI lo cerchiamo, facendo attenzione però al fatto che il piacere non diventi un idolo!

Il piacere promette di colmare il vuoto, ma se non è il Signore, è come riempire il Grand Canyon con un cucchiaino.
     Secondo:
Il piacere mondano è un anestetico
Viviamo in un mondo pieno di incertezza, paure e dolore. Il futuro è nebuloso, le relazioni sono fragili, la morte è inevitabile.
Ed è molto più facile narcotizzarsi con l’intrattenimento, il cibo, il materialismo, le droghe, il sesso e così via, ma l’anestetico non guarisce la ferita - la nasconde solo fino alla prossima dose. E la ferita continua a sanguinare sotto la superficie.
Terzo:
Il nostro cuore ci inganna
Geremia 17:9 avverte: “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?”

Il cuore continua a sussurrarci: “Questa volta sarà diverso. Questo piacere ti soddisferà veramente”. E noi gli crediamo, ancora e ancora.
            Siamo come pesci che abboccano sempre allo stesso amo, convinti che questa volta il 
            verme sia vero.
Quarto:
Abbiamo perso il senso dell’eternità
           Senza un’eternità da considerare, senza la resurrezione dei morti, senza un giudizio 
           finale, senza un Dio a cui rendere conto, la filosofia diventa: goditi i piaceri mondani (cfr. 
           per esempio Luca 12:19; Filippesi 3:19; 2 Timoteo 3:4)
           Se questa vita che è breve, è tutto ciò che c’è – se dopo la morte c’è solo il vuoto – allora 
           tanto vale spremerla al massimo. 
           Uno spot pubblicitario diceva: “Si fa una sola volta nella vita; quindi, bisogna afferrare 
           tutto il piacere possibile!”
Ogni momento perso è un momento sprecato
Ogni piacere non goduto è un’opportunità perduta per sempre
Ogni limite morale diventa un ostacolo alla felicità

Mettere il piacere al primo posto, paradossalmente, non riesce a dare piacere. 
Il libro del rabbino Harold Kushner sull’Ecclesiaste si intitola: “Quando tutto ciò che hai sempre voluto non è abbastanza.”

Il piacere senza Dio è come stringere sabbia nel pugno: più forte lo afferri, più velocemente scivola via. Non ha sostanza, non ha peso, non dura. Ti ritrovi sempre con le mani vuote, chiedendoti: “E adesso?”
Questa verità attraversa i secoli.

Secoli fa il saggio monaco Thomas à Kempis lo espresse perfettamente: “Spesso un uomo lotta veementemente per qualcosa che desidera, ma quando lo raggiunge, cambia idea. Perché gli affetti non rimangono fermamente attorno alla stessa cosa, ma ci spingono da una cosa all’altra.”

Ecco la tragedia: stiamo costruendo le nostre vite su fondamenta di sabbia. E quando crolla – e crolla sempre – rimaniamo con le macerie, chiedendoci cosa sia andato storto.

Facciamo del piacere un dio, ma è con i piedi d’argilla – crolla sempre.

L’obiettivo di Salomone era determinare se il piacere mondano fornisce una base solida per la nostra vita, e arrivò alla conclusione che non aveva nessun valore duraturo.

Il piacere sembrava promettere uno scopo nella vita, ma non durò. Alla fine, si rivelò vuoto, sfuggente ed effimero. 
Quando i suoi piaceri svanirono, all’Ecclesiaste non rimase che nulla – l’edonismo si rivelò insensato!

Salomone aveva letteralmente tutto ciò che il mondo può offrire, ma come dirà alla fine, senza Dio al centro (Ecclesiaste 12:15-16), tutto è vuoto. 
È la testimonianza perfetta che il piacere mondano non riempie il vuoto che solo Dio può colmare.

Ecco il paradosso crudele: inseguire il piacere è il modo più sicuro per perderlo. È come cercare di afferrare la propria ombra – più corri veloce, più ti sfugge.

Forse in questo momento stai cercando di riempire quel vuoto dentro di te con qualcosa: una nuova relazione, il successo professionale, l’acquisto che finalmente ti renderà felice, l’esperienza che cambierà tutto, il prossimo like sui social, la prossima sensazione forte.

Ma se sei onesto con te stesso, sai già la verità: ogni volta che ottieni ciò che desideravi, la soddisfazione dura poco. Poi torni a sentirti vuoto. E ricominci a cercare.

Non sei solo. Salomone – l’uomo che aveva tutto – ha fatto lo stesso esperimento. Ha inseguito ogni piacere possibile. E ha concluso: “È vanità.”

Abbiamo più opzioni rispetto all’antichità, ma il risultato? SEMPRE LO STESSO VUOTO. 

I piaceri alla fine non portano da nessuna parte, non danno significato e senso all’esistenza umana.

A riguardo John Currid commenta così: “Cosa realizza il piacere? Cosa produce la sensualità? Quali sono i suoi fini? La verità è che un piacere come questo può dare una gratificazione immediata, ma in realtà non una soddisfazione e uno scopo duraturi. Cosa c’è nella ricerca del piacere che dia un significato alla vita? Non placa la coscienza sporca; non affronta il problema del peccato; non appaga l’anima; non offre contentezza, serenità o soddisfazione che durano nel tempo.”

Salomone loda il piacere come dono di Dio, senza il quale la vita non è degna di essere vissuta ed esorta a godere della vita come dono di Dio (Ecclesiaste 2:24; 3:13, 22; 5:18-20; 6:3; 9:7-10; cfr. 11:7-10; 12:1). 

Pertanto, esiste un piacere ricevuto con gratitudine e una sana soddisfazione (cfr. per esempio Salmo 104:10-15; Giacomo 1:17) che è in realtà una testimonianza della realtà di Dio (cfr. per esempio Atti 14:17). 

Così ci invita a camminare nell’equilibrio: il piacere è insoddisfacente se perseguito come obiettivo e come idolo, ma meraviglioso quando ricevuto con gratitudine come dono di Dio all’interno di una vita correttamente focalizzata secondo la Sua volontà.

Quel vuoto che senti? È la forma di Dio. Nient’altro può riempirlo!

Dio ti sta chiamando a smettere di inseguire surrogati e a trovare in Lui il tuo vero piacere – l’unico che non delude, l’unico che dura per sempre, l’unico che perdona i nostri peccati in Cristo (cfr. per esempio Atti 10:43; Efesini 1:7) e appaga l’anima (Giovanni 4:13-14; 10:10).

L’esperimento di Salomone continua, vediamo:
II L’ESPERIMENTO DEL DIVERTIMENTO (v.2) 
Il v.2 ci dice: “Io ho detto del riso: ‘È una follia’; e della gioia: ‘A che giova?’”

Come per il piacere, Salomone non sta dicendo che ridere sia sbagliato (cfr. Ecclesiaste 3:4), ma qui lo usa in un senso diverso (Ecclesiaste 7:3,6).
Ciò che sta dicendo è che cercare di trovare il senso, o il significato della vita attraverso il divertimento è vanità.

Il divertimento è morfina emotiva – allevia il sintomo, ma non cura la malattia.

C’è:
A) Il divertimento come fuga
Amiamo film comici, raccontare e ascoltare barzellette, fare battute per tirarci su, guardare su YouTube, o Tik Tok, video divertenti, o qualsiasi cosa pur di ridere. 
Non c’è nulla di male purché non siano scurrili, ma la risata, il divertimento, non possono fornire una base per la vita. 

Duane Garrett commenta così: “Non insinua che ogni risata debba essere repressa come un male; piuttosto, come soluzione ai problemi fondamentali della vita (soprattutto il problema della morte), è un fallimento totale.”

C’è:
B) Il divertimento come facciata
La risata può nascondere un profondo dolore, tristezza e disillusione (cfr. per esempio Proverbi 14:13). 
La risata è come uno schermo fumogeno – nasconde la realtà, ma non la cambia.

Salomone non conclude che ridere sia malvagio a meno che non lo si voglia trasformare nella soluzione ai problemi della vita, o nel suo significato.

Ed ecco il paradosso: chi fa ridere gli altri è spesso chi piange dentro.

Il comico Tony Hancock ha fatto ridere milioni di persone attraverso i suoi programmi radiofonici e televisivi. Eppure, era un genio tormentato, insicuro di sé e spaventato dal suo destino. Si è tragicamente tolto la vita in Australia nel 1968. 

Quando toglie il trucco, il clown rivela spesso una malinconia profonda. Chi illumina la festa, a volte, è proprio la persona che dentro di sé sente il peso del vuoto esistenziale.

C’è:
C) Il divertimento come fissazione
Perché molte persone sono così ossessionate dal divertimento? 

Perché il divertimento sembra l’unico scopo razionale, non ci sono altri scopi nella vita
Non ci sono altri scopi nella vita di alcuni, e soprattutto NON C’È IL SENSO DI DIO!
o Perché dobbiamo soffrire? 
o Perché sacrificarsi? 
o Perché aspettare? “Ogni lasciata è perduta”. 
o Perché negare sé stessi?

Siamo ossessionati dal divertimento:
Perché c’è una pressione sociale
“Tutti si stanno divertendo tranne me”. 
o I social media mostrano vite apparentemente perfette
o La società dice: “Se non ti diverti, stai sprecando la vita”.
Di conseguenza non si vuole essere esclusi dalla ‘vita vera’, o mettere a tacere l’ansia di non aver ‘vissuto abbastanza’.

Viviamo nell’epoca della FOMO (Fear Of Missing Out) – la paura di perdersi qualcosa.
E il divertimento è diventato la valuta con cui misuriamo se stiamo davvero vivendo.

Siamo ossessionati dal divertimento:
Perché la noia ci terrorizza
o La noia ci terrorizza perché ci mette di fronte a noi stessi in modo brutalmente diretto
Quando non c’è nulla che ci distragga – nessun compito, nessuno stimolo, nessun intrattenimento – restiamo soli con i nostri pensieri, e questo può essere profondamente scomodo.
      La noia ci costringe a confrontarci con domande che normalmente evitiamo: cosa stiamo 
      facendo della nostra vita? Ha un senso? Siamo soddisfatti? 
      Nel silenzio della noia, emerge la consapevolezza della nostra mortalità, del tempo che 
      passa, del vuoto che può esserci dietro le nostre frenetiche attività quotidiane.
o La noia fa paura anche perché la nostra cultura ci ha abituato a identificare il nostro valore con la produttività
Non fare niente viene vissuto quasi come un fallimento morale. 
o C’è poi un aspetto più sottile: nella noia percepiamo la nostra impotenza rispetto al tempo
Non possiamo controllarlo, accelerarlo, riempirlo di significato per forza. E questo senso di mancanza di controllo può generare angoscia.
Infine, siamo ossessionati dal divertimento:
Perché abbiamo paura
o Paura del silenzio che ci costringerebbe ad affrontare chi siamo veramente
o Paura del vuoto che grida che questa vita non basta
o Paura della morte che ci ricorda che tutto finisce
Tutta la cultura umana è un sistema di difesa contro la consapevolezza della morte. Il divertimento è uno dei meccanismi principali di negazione: “Se mi diverto abbastanza, non penso che morirò”.
La fissazione per il divertimento frenetico è un tentativo di ingannare la morte.

Il divertimento come anestesia esistenziale: 
Non funziona
Non ha mai funzionato
Non funzionerà mai

Salomone si diede al divertimento, all’intrattenimento con feste più sfarzose, i banchetti più sontuosi, gli spettacoli più elaborati. 
Ma alla fine di ogni festa, quando le luci si spegnevano e gli ospiti se ne andavano, rimaneva solo il vuoto.

Salomone poteva affermare che il riso è una follia (mĕhôlāl – poal participio passivo), il senso è: essere molto folle, o pura follia (1 Samuele 21:13-14; Geremia 25:16) cioè irrazionale senza senso, sciocco.

Salomone usa una forma grammaticale rara e unica (poal) per enfatizzare quanto sia profondamente folle cercare il significato della vita nel riso/divertimento.

Non c’è via di mezzo: o il riso è il dono gioioso di Dio dentro una vita centrata su di Lui, oppure è follia autodistruttiva.

È interessante che il verbo indica uno stato permanente di follia, e non una scivolata occasionale. 
Non è che “diventi” folle quando cerchi il significato nel divertimento – sei in quella follia finché rimani lì.

Salomone usa una forma grammaticale rara e unica (poal participio) – che appare qui in Ecclesiaste 2:2 – per enfatizzare quanto sia profondamente folle cercare il significato della vita nel riso/divertimento.

Non c’è via di mezzo. O il riso è il dono gioioso di Dio dentro una vita centrata su di Lui, oppure è follia autodistruttiva che ti fa vivere come se non esistesse, fare scelte irrazionali e ti mette in opposizione al tuo Creatore.

E della gioia disse in modo enfatico: “A che giova?” (mah-zzōh ʿōśâ), cioè, cosa realizza realmente? Che profitto ne ha? (cfr. per esempio Ecclesiaste 1:3; 3:9; Isaia 26:18; Abacuc 2:13).
Implicitamente non contribuisce alla vera felicità, non produce nulla di duraturo.

La gioia può riempire un’ora, ma non può dare significato a una vita. È vapore che svanisce.

Salomone non sta chiedendo se ridere è piacevole - ovviamente lo è! 
Sta chiedendo: “Che cosa produce di permanente? Quale risultato duraturo porta? A cosa serve come fondamento della vita?”

Come per il piacere, non c’è niente di male nel ridere e nella gioia – anzi! Ma come scopo e fondamento di significato e senso Salomone ci dice sono una follia e non portano a nulla di stabile.

Nel v.3 vediamo l’ultimo esperimento di Salomone:
III L’ESPERIMENTO DEL CONSUMO DEL VINO (v.3) 
Nel v.3 leggiamo: “Io presi in cuor mio la decisione di abbandonare la mia carne alle attrattive del vino e, pur lasciando che il mio cuore mi guidasse saggiamente, di attenermi alla follia, per vedere ciò che è bene che gli uomini facciano sotto il cielo, durante il numero dei giorni della loro vita.”

Cominciamo con:
A) La scelta strategica
Nel 1969, la cantante Peggy Lee registrò una canzone (Is That All There Is? – È tutto qui?) che esprime perfettamente l’esperimento di Salomone. La canzone racconta diverse esperienze di vita:
Da bambina, la sua casa prende fuoco. Guarda tutto bruciare, tremando sul marciapiede in pigiama. Quando tutto finisce, si chiede: “È tutto qui? È tutto quello che c’è da sapere sul fuoco?”
A 12 anni, suo padre la porta al circo – il più grande spettacolo sulla terra. Clown, elefanti, orsi danzanti, acrobati. Ma mentre guarda, sente che manca qualcosa. Alla fine: “È tutto qui? È tutto quello che c’è da sapere sul circo?”
Si innamora del ragazzo più meraviglioso del mondo. Lunghe passeggiate, ore a guardarsi negli occhi, tanto innamorati. Poi lui se ne va. Lei pensa che morirà, ma non muore. E si chiede: “È tutto qui? È tutto quello che c’è da amare?”
E ogni volta, dopo ogni delusione, il suo ritornello è lo stesso:
“Se questo è tutto, amici miei, allora continuiamo a ballare 
Tiriamo fuori l’alcol e divertiamoci 
Se è tutto quello che c’è.”

Questo è esattamente ciò che Salomone sta facendo in questo versetto! Di fronte al vuoto esistenziale – È tutto qui? – la sua risposta è: “Proviamo il vino”.

Come in 1:13 Salomone ha applicato il cuore a cercare e a investigare la saggezza, ora in 2:3 esplora il piacere dei sensi con lo stesso approccio metodico – soggetti diversi, stesso risultato: vanità.

“Io presi in cuor mio la decisione” significa che Salomone non ha fatto una scelta impulsiva; ha deciso consapevolmente – l’azione del cuore era deliberata e ponderata – di andare verso il piacere, per scoprire attraverso l’esperienza diretta se il vino potesse dare significato alla vita.

Ma come affronta questo esperimento? Con quale approccio? Qui emerge il paradosso più sorprendente:
B) La sfida del controllo
“Abbandonare” (abbandonare - māšaḵ) significa “condurre”, “far muovere in una certa direzione” (cfr. per esempio Giudici 4:6-7; Salmo 28:3), o “trascinare” (Genesi 37:28; Geremia 38:13), o “tirare” (Deuteronomio 21:3, Isaia 5:18), o “attrarre” (Osea 11:4).

Può anche significare “prolungare qualche attività o situazione” (cfr. per esempio Esodo 19:13; Isaia 13:22; Geremia 31:3), nel senso di mantenerla attiva finché non avrà raggiunto il suo obiettivo, questo è anche il significato del verbo (mešôḵ - infinito di scopo).

Può avere anche il senso di “stuzzicare”, di “sollecitare”, di “provocare fornire lo stimolo necessario per…” (il vino).

Il verbo descrive come Salomone ha lasciato il suo corpo (bāśar - carne) essere condotto verso il vino.

Secondo alcuni non indica un’ubriachezza sregolata, ma un esperimento controllato di piacere.
Stava cercando di capire se fosse possibile godersi i piaceri della vita senza perdere il controllo. Non voleva vivere in modo dissoluto né dimostrare che gli eccessi fanno male – questo è ovvio. 

Voleva capire se fosse possibile godersi i piaceri della vita mantenendo comunque il controllo, e se questo potesse dare significato all’esistenza. 
Non si trasformò in un vizioso: il suo era un esperimento sul piacere, non sulla dissolutezza.

Jim Winter commenta: “Forse non sprofonderà in una dissolutezza da ubriaco, ma vorrà sapere se l’effetto dell’alcol gli darà una sorta di sollievo dal tormento di una mente che non riesce a far fronte alla futilità della propria esistenza.”

Forse qui Salomone sta parlando di quella ricerca sofisticata del piacere attraverso i sensi: vino pregiato, cibi raffinati, esperienze sensoriali elaborate, come intenditore e non come un ubriacone.

Il motivo di questa interpretazione è la frase: “Pur lasciando che il mio cuore mi guidasse saggiamente, di attenermi alla follia.”

Questo indicherebbe un autocontrollo attivo nel far sì che venga intrapresa una certa azione (guidasse – nōhēg – qal attivo participio; cfr. per esempio Esodo 3:1; 1 Samuele 30:22; 2 Samuele 6:3; 2 Re 4:24; 1 Cronache 20:1; 2 Cronache 25:11).

Come dire: “La mia mente manteneva ancora il controllo per mezzo della saggezza”. In altre parole, si trattava di un esperimento attentamente controllato.

In questo senso è come se dicesse: “Mi concedo il piacere del vino, ma con la testa sulle spalle”.

Non c’è niente di male in un bicchiere di vino; infatti, nel resto del libro non condanna questa pratica, anzi ci fa capire che porta allegria (Ecclesiaste 9:7; 10:19).
La Bibbia condanna l’uso che porta all’ubriachezza (cfr. per esempio Proverbi 31:4-5; Isaia 5:11; Osea 4:11; Efesini 5:18).

L’uomo ha a lungo ricercato uno stato alterato di coscienza, o di anestesia attraverso l’uso di alcol e droghe.

“Di attenermi” (ʾĕḥōz) significa “afferrare”, “tenere saldamente” la follia (siklût) – cioè la stoltezza, insensatezza, irrazionalità, il contrario di saggezza (Ecclesiaste 2:3,12,13; 7:25; 10:1,13) – del piacere del vino, o dell’esperimento.

Che sia per cercare il piacere dei sensi solo nel gustare vini e cibi prelibati, o che sia per ubriacarsi come effetto anestetizzante, Salomone (ed è probabile che abbia fatto entrambe le cose), sta valutando attentamente il significato dell’atto in relazione alla sua ricerca complessiva di significato, e ci fa capire che questo stile di vita è vuoto.

Salomone ha scelto strategicamente. Ha cercato di controllare l’esperimento. Ma qual era lo scopo finale? Cosa stava veramente cercando?
C) La soluzione mancata
Salomone voleva scoprire provando (ʾerʾeh - vedere - cfr. per esempio 1 Samuele 23:23), o sperimentando personalmente (cfr. per esempio Salmo 71:20), se bere e fare feste fossero la soluzione migliore al vuoto della vita di fronte alla morte, se il piacere potesse dare significato alla vita, e concluse che bere non toglie il vuoto esistenziale, o il dolore.

Nelle parole: “Durante il numero dei giorni della loro vita”, c’è un velato riferimento alla morte. Voleva scoprire se bere e festeggiare insieme fossero la soluzione migliore al vuoto della vita di fronte alla morte. Scoprì che l’alcool non era la soluzione.

Il vino è rappresentativo dei piaceri sensoriali e dello sballo, oggi molte persone si sballano con alcool o sostanze stupefacenti:
Per scappare da una realtà per loro insopportabile
Per avere euforia – momenti di estasi o di uscire da sé stessi
Per noia esistenziale 
o Il lavoro ripetitivo perde senso 
o Le relazioni diventano routine 
o La vita si riduce a una monotonia insopportabile
o Il futuro appare grigio e prevedibile
Per ribellione per affermare la propria autonomia
o Ribellione contro i limiti umani 
o “Posso creare la mia felicità”
o “Io decido cosa mi rende felice, non Dio, non la società”
Per mancanza di speranza
o “Non c’è nulla da aspettarsi”
o “Tanto morirò comunque”
o “La vita non ha senso, quindi perché no?”
o “Se non c’è futuro, tanto vale anestetizzare il presente”
Per malessere interiore
Per esempio:
o Ansia
o Depressione
o Angoscia
Lo sballo diventa automedicazione per un’anima malata.

Per Salomone, il motivo era questo: voleva capire se esiste qualcosa in questo mondo, sotto il cielo, che possa dare significato permanente alla nostra breve esistenza.

L’esperimento aveva la motivazione di scoprire lo scopo dell’uomo sotto il cielo.
Salomone adotta volutamente una prospettiva secolare, come se questo mondo fosse tutto ciò che esiste. 
Si chiedeva: cosa vale la pena per noi nei nostri brevi anni sulla terra prima di morire?
Che cos’è il bene?
Ciò che è appropriato alla condizione umana – funzionale, adatto allo scopo (cfr. per esempio Ester 1:19; Ecclesiaste 3:1)
Ciò che vale veramente la pena, che merita il nostro tempo e le nostre energie – utile, vantaggioso, proficuo (cfr. per esempio Giobbe 10:3; Ecclesiaste 7:18)
Ciò che dà vera soddisfazione – piacevole, desiderabile (cfr. per esempio Ecclesiaste 2:24; 3:13)
Ciò che è benefico e porta prosperità (cfr. per esempio Proverbi 16:20; Geremia 32:39)

Salomone sta chiedendo: 
“Data la mia breve esistenza sotto il cielo – nella dimensione puramente terrena, senza ancora considerare l’eternità – cosa dovrei fare?” 
“Cosa è funzionale, vantaggioso, soddisfacente per creature mortali come noi?” 
“Cosa può dare soddisfazione duratura?”
“Come posso vivere in modo che valga la pena?”
“Cosa rende la vita degna di essere vissuta?”

Quanti oggi inseguono lo stesso esperimento? 
Non con la saggezza di Salomone, ma con la disperazione, l’angoscia, l’ansia.
Pensano: “Se solo potessi provare quel piacere, quella esperienza, allora sarei soddisfatto”. 

Ma Salomone ci dice dall’inizio qual è il risultato: vanità.
Salomone ci fa capire che il piacere, il divertimento, lo sballo, non possono dare significato alla vita, non perché sia negativi, Dio ci dona di godere il benessere (Ecclesiaste 2:24), ma non possono essere il fondamento dell’esistenza al di fuori di Dio.

Il significato, il senso della vita, è Dio stesso – Lui che ci dona ciò di cui abbiamo bisogno. 
Non i doni, ma il Donatore
Non il vino, ma Colui che fa crescere la vite
Non il piacere, ma la Fonte di ogni vera gioia

CONCLUSIONE 
Dentro di noi c’è un desiderio che nulla di terreno riesce a colmare.
Ci sono ancora persone oggi che vivono solo per il piacere. Vivono per quella scossa, quella scarica di adrenalina. 
Vogliono solo ridere, sballarsi, dimenticare – l’importante è non sentire il vuoto.
Riempiono i bar durante l’happy hour, ridendo del nulla, fingendo di divertirsi quando in realtà non si stanno divertendo affatto. 

Tutti cercano “piccole isole di sollievo in quella che spesso è un’esistenza dolorosa” – ma le isole non bastano quando vivi in mezzo all’oceano del vuoto.
Non è insolito sentire che un’altra celebrità è entrata in riabilitazione, o che un’altra rock star si è tolta la vita. 
Ce ne sono diversi, ma possiamo citare:
Robin Williams – attore amato da milioni, carriera straordinaria, si è tolto la vita nel 2014.
Chester Bennington – voce dei Linkin Park, band al top delle classifiche mondiali, suicidio nel 2017.
Kate Spade – designer miliardaria, impero della moda, si è suicidata nel 2018.

Persone che avevano tutto ciò che noi sogniamo, eppure erano completamente infelici. Hanno scoperto il vuoto di vivere per il piacere.

Thomas R. Schreiner afferma: “La via dell’edonismo alla fine non appagava Salomone. Il vuoto della vita non veniva scacciato dai piaceri della vita. In effetti, l’assurdità della vita era ancora più evidente, poiché, dopo aver soddisfatto ogni desiderio del cuore, gli era chiaro che il piacere non elimina la noia della vita.”

Viviamo nell’era del vuoto esistenziale, del tormento interiore, dello smarrimento e forse anche angoscia. 
Molte persone stanno cercando nel piacere ciò che può essere trovato solo in Dio.
Quindi l’alternativa alla vera felicità è Dio!

Il mondo offre una felicità fugace che va e viene. Ma Dio ti offre una felicità che rimane nonostante le circostanze. Non nasce da ciò che hai, ma da Chi conosci.

Ma forse ti stai chiedendo: “Perché il piacere non funziona? Cosa c’è di sbagliato?

Ecco la verità che devi sapere: quel vuoto che senti? È la forma di Dio. Nient’altro può riempirlo!
Dio ti sta chiamando a trovare in Lui il tuo vero piacere:
L’unico che non delude
L’unico che dura per sempre
L’unico che perdona i nostri peccati in Cristo e appaga l’anima

Tieni presente:
Non i doni, ma il Donatore
Non lo sballo, ma Colui che fa crescere la vite
Non il piacere, ma la Fonte di ogni vera gioia




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