Luca 24:13-19,28-29: Dalla presenza nascosta alla presenza invocata
Luca 24:13-19,28-29:
Dalla presenza nascosta alla presenza invocata
La Speranza che cammina con noi
Avete mai attraversato un momento così buio da sentirvi completamente soli?
Dove Dio sembrava assente, le preghiere sembravano perdersi nell’aria, e la speranza sembrava morta?
Il brano che leggiamo oggi ci porta sulla strada da Gerusalemme a Emmaus, una strada di circa undici chilometri.
È il giorno della risurrezione, ma due discepoli camminano in direzione opposta a quella della speranza. Stanno letteralmente dando le spalle a Gerusalemme, alla città dove tutto era accaduto.
Ma c’è qualcosa di straordinario in questo racconto: mentre camminano nella disperazione, convinti di essere soli, Gesù è lì, al loro fianco.
Il Signore non aspetta che noi siamo pronti, lucidi o spiritualmente forti. È Lui che si fa vicino proprio quando siamo più fragili.
Gesù cammina con loro, parla con loro, ascolta il loro dolore – eppure non lo riconoscono.
Questa è la nostra condizione spirituale più frequente: il Signore è con noi, ma non lo percepiamo.
Cristo cammina al nostro fianco nelle nostre difficoltà, ma la nostra cecità spirituale ci convince di essere abbandonati da Lui.
Molte persone pensano che la fede sia soprattutto “sentire Dio”.
Ma la Scrittura mostra spesso il contrario:
• Dio è presente anche quando il cuore è arido
• Dio è presente quando la mente è confusa
• Dio è presente quando la preghiera sembra perdersi nel vuoto
Il messaggio centrale di questo brano è proprio questo: Gesù cammina con noi anche quando non ne siamo consapevoli.
La presenza di Cristo non dipende dalla nostra capacità di sentirla; non dipende dalla nostra percezione; la Sua vicinanza non è condizionata dalla nostra capacità di riconoscerlo.
Questa è la nostra speranza: non che noi troviamo Dio quando Lo cerchiamo, ma che Lui è già con noi anche quando non ce ne accorgiamo.
Consideriamo prima di tutto:
I LA COMPAGNIA CHE CRISTO OFFRE (vv.13-15)
Leggiamo i vv.13-15: “Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro.”
Due discepoli di Gesù – delusi e scoraggiati, come già detto – partono da Gerusalemme per andare a un villaggio di nome Emmaus.
Presumibilmente appartengono a “tutti gli altri”, cioè alla cerchia dei discepoli più ampia degli undici menzionata in Luca 24:9.
I due uomini sono impegnati in una lunga conversazione (hōmiloun – imperfetto attivo indicativo) sui fatti che erano accaduti a Gerusalemme riguardo a Gesù (vv.19-24).
Non è una semplice conversazione; infatti, “discutevano” (syzētein), suggerisce una discussione vivace, intensa, appassionata e in dettaglio, con la connotazione di porsi domande, investigare, esaminare per cercare di capire (cfr. per esempio Marco 1:27; 8:11; 9:10,14,16; 12:28; Luca 22:23; Atti 6:9; 9:29).
Probabilmente avevano punti di vista diversi, confrontavano le loro opinioni e cercavano di dare risposte su ciò che era accaduto in quei giorni (da venerdì alla domenica) a Gerusalemme.
Stavano fuggendo delusi, come rivela la parola “speranza” nel v.21. E in quel momento – proprio in quel momento di fuga e disperazione – “Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro.”
Fermiamoci un attimo su questo dettaglio, perché è cruciale.
Notate bene:
• Non sono loro che cercano Gesù – È Gesù che prende l’iniziativa
• Non stanno pregando – È Gesù che colma la distanza
• Non stanno aspettando un’apparizione – È Gesù sceglie di camminare con loro
La Bibbia intende l’esistenza cristiana:
• Come un cammino con Gesù (Luca 7:11; 14:25).
• Come la presenza di Dio che cammina in mezzo al Suo popolo (LXX - Esodo 33:16),
• Come una presenza che è comunione, che influenza, che trasforma, (LXX - Proverbi 13:20).
Allora è più di percorrere qualche chilometro insieme; è entrare in relazione trasformativa con il Vivente.
Questo è il cuore del Vangelo: non siamo noi a cercare Dio prima:
• È Lui che ci attira (cfr. per esempio Giovanni 6:44; 15:16; Efesini 1:4-5)
• È Lui che prende l’iniziativa della nostra salvezza
• È Lui che ci ha amati prima che lo amassimo noi, quando eravamo ancora peccatori (cfr. per esempio Romani 5:8; 2 Tessalonicesi 2:13-14; 1 Giovanni 4:10).
Prima di conoscerlo siamo stati conosciuti da Lui (cfr. per esempio Geremia 1:5; Galati 4:9), prima di gridare che ci salvasse già ci aveva salvato (cfr. per esempio Romani 8:29-30; Efesini 2:1-5; 2 Timoteo 1:9)
Il Signore non aspetta che noi lo cerchiamo; Lui viene a cercare noi (cfr. per esempio Ezechiele 34:11; Luca 19:10)
Eppure, in questa storia c’è qualcosa di paradossale: Gesù è presente, ma loro non lo sanno. Sta camminando con loro, ma i loro occhi non lo vedono.
Gesù – la Speranza – cammina con i disperati, ma i disperati non lo riconoscono.
Perché non lo riconoscono? Il problema non è la distanza fisica – Gesù è proprio lì accanto a loro.
Il problema è più profondo: è una cecità che va oltre gli occhi.
Esploriamo ora:
II LA CECITÀ CHE CARATTERIZZA (v.16)
Il v.16 dice: “Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano.”
Mentre sono in movimento, Gesù si avvicina e si unisce a loro. Nonostante ciò, non lo riconoscono (epignōnai - aoristo attivo infinito): i loro occhi erano impediti.
Potrebbero esserci state ragioni naturali:
• Erano immersi nella conversazione
• Erano distratti dal dolore
• Erano ottenebrati dalla delusione
• Forse Gesù aveva un aspetto diverso nel suo corpo risorto
Ma il testo ci dà una ragione più profonda: “I loro occhi erano impediti” – una forza esterna li tratteneva dal riconoscerlo.
Infatti, il verbo greco di “erano impediti” (ekratounto – imperfetto passivo indicativo) significa “essere trattenuti con forza, essere controllati, essere tenuti sotto potere” (cfr. per esempio Matteo 14:3; Marco 14:1,44,46,49; Atti 24:6).
Significa controllare con forza in modo tale che qualcosa non accada, trattenere, frenare, impedire un’azione (cfr. per esempio Atti 2:24; Apocalisse 7:1).
Suggerisce una forza esterna che trattiene, che impedisce alla vista di riconoscere una persona.
• Non è che non lo vedessero – lo vedevano
• Non è che non sentissero la Sua voce – la sentivano
Ma non lo riconoscevano!
Avevano una sorta di cecità mentale – offuscamento, una benda, un velo spirituale che, sebbene percepissero la persona, non erano in grado di riconoscere chi fosse.
Ma qui sorge una domanda teologica cruciale: chi ha posto questo velo? Chi ha impedito loro di riconoscerlo?
Dio stesso, o Gesù, probabilmente per uno scopo pedagogico: per permettere ai discepoli di prepararsi alla rivelazione di Gesù riguardo alla Sua morte e resurrezione e al Suo piano salvifico in relazione alle profezie dell’Antico Testamento.
Come disse Tim Keller: “L’assenza apparente di Dio è spesso il Suo modo di preparare il cuore per una rivelazione più profonda.”
Quei due discepoli dovevano capire teologicamente la morte e la resurrezione di Gesù perché ancora non lo avevano capito.
E c’è un’altra ragione per cui Gesù scelse di rivelarsi gradualmente: questo incontro doveva diventare un modello permanente per tutti i credenti di ogni generazione.
Un modello per chi:
• Ha fede, ma una teologia immatura
• È deluso perché Dio non ha agito come si aspettava
• Attraversa una “sconfitta apparente” dove sembra che tutto sia perduto
• Conosce la Bibbia intellettualmente, ma non vede Cristo in essa
Emmaus è il paradigma del discepolo in crisi, o scoraggiato che incontra Cristo senza riconoscerlo – finché Lui stesso non apre le Scritture e gli occhi del cuore per istruirlo, restaurarlo, illuminarlo.
Emmaus è il paradigma del discepolo in crisi, o scoraggiato che incontra Cristo senza riconoscerlo – finché Lui stesso non apre le Scritture e gli occhi del cuore per istruirlo, restaurarlo, illuminarlo.
E qui c’è qualcosa che rende questa cecità ancora più sorprendente: i due discepoli non erano estranei a Gesù.
Cleopa era probabilmente uno dei settantadue inviati da Gesù (Luca 10:1). Eppure, ora, con Gesù accanto a loro, non lo riconoscono.
Questo ci insegna qualcosa di profondo sulla nostra condizione umana, anche di chi crede in Gesù Cristo:
• La conoscenza intellettuale riguardo a Lui non garantisce il riconoscimento spirituale
• Le informazioni su di Lui non producono automaticamente comunione con Lui
Abbiamo bisogno che Dio apra gli occhi della nostra mente per riconoscerlo veramente.
Torniamo ai due discepoli sulla strada. Con gli occhi impediti, ma il cuore che cerca di capire, iniziano una conversazione che cambierà tutto.
Non sanno ancora che:
• La Parola che stanno cercando di interpretare cammina accanto a loro
• La Verità che stanno cercando di comprendere sta per aprire le Scritture
• La Speranza che pensavano perduta è proprio Colui che li ascolta
Stanno parlando con la Risposta stessa – ma ancora non lo vedono.
Vediamo:
III LA CONVERSAZIONE CHE CONTINUA (vv.17-19)
E a questo punto, Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo (v.17), non perché non lo sapesse, ma per suscitare il loro interesse e offrire loro l’opportunità di spiegare ciò che i discepoli dovevano sapere.
Voleva che esponessero i loro dubbi così da poterli chiarire.
William Hendriksen commenta a proposito riguardo a Gesù: “Non chiese perché gli mancava la conoscenza. Chiese per suscitare interesse, così da avere l’opportunità di spiegare ciò che loro dovevano sapere. Quando i due uomini sentirono questa domanda, rimasero immobili, come se la domanda, come se la domanda fosse, se non del tutto fuori luogo, certamente molto inaspettata. Sembravano tristi, perché gli eventi degli ultimi giorni avevano riempito i loro cuori e le loro menti di dolore e un senso di delusione.”
Gesù si è trovato davanti due persone con il cuore scoraggiato e confuso.
Al v.17 è scritto: “Ed essi si fermarono tutti tristi.”
La parola greca per “tristi” (skythrōpoi) descrive volti cupi, oscurati dalla tristezza – per loro era finita perché Gesù non c’era più.
Il termine veniva usato per descrivere volti abbattuti, ma anche metaforicamente per abiti scuri che riflettono lo stato d’animo di chi li indossa – l’oscurità esteriore che manifesta l’oscurità interiore.
John Nolland scrive: “L’esecuzione di Gesù li ha gettati in una profonda tristezza, con tutte le loro speranze infrante, e i resoconti delle donne e degli uomini che avevano visitato la tomba non hanno fatto altro che sospenderli in uno stato di confusione e incertezza.”
E in quel silenzio carico di dolore, uno dei due – Cleopa – rompe il silenzio con una domanda che rivela tutto il loro stupore.
Poi Cleopa risponde, v. 18: “Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono avvenute in questi giorni?”
Invece di essere l’unica persona a non sapere cosa stesse succedendo, Gesù era l’unica persona che lo sapeva!
Ironia tragica! “Tu solo non sai?” Ma Gesù era l’unico che sapeva veramente! Lui era il protagonista di quegli eventi!
STAVANO SPIEGANDO A GESÙ LA STORIA DI GESÙ!
E qui vediamo la pazienza straordinaria di Cristo.
Nel v.19 leggiamo: “Egli disse loro: ‘Quali?’”
Con la domanda “Quali?” non è che Gesù non sapesse cosa fosse accaduto, ma li invita a parlare, a esprimere la loro delusione, a condividere la loro confusione.
Questo è profondamente consolante per noi:
• Quante volte abbiamo pregato a Dio lamentandoci di cose che Lui stesso ha permesso?
• Quante volte gli abbiamo spiegato la nostra situazione come se Lui non la conoscesse?
• Quante volte abbiamo pianto a Dio per l’assenza di Dio mentre Lui era proprio lì ad ascoltarci?
E Gesù non si offende. Non ci zittisce. Ci lascia parlare. Cammina pazientemente con noi anche quando non lo riconosciamo in attesa di consolarci.
E così iniziano a parlare. E in quelle parole – piene di dolore, confusione e speranza spezzata – emerge il cuore del loro problema.
Nei vv.19-21 vediamo:
IV IL CUORE CHE CONFESSA (vv.19-21)
Ascoltate cosa dicono i vv. 19-21: “Il fatto di Gesú Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose.”
I due discepoli hanno parlano di speranza (elpizō), una parola che indica l’aspettativa fiduciosa di qualcosa di buono che riguarda il futuro – una parola che guarda avanti in modo positivo e anticipatorio, portando la potenza del futuro nel presente per dare significato e motivazione.
Per i due discepoli la speranza era che Gesù avrebbe liberato Israele dai nemici (cfr. per esempio Luca 1:68,71,74; 2:38; 21:28; Atti 1:6; 7:35; 28:20) e inaugurato il regno (cfr. per esempio Luca 19:11). Ma le loro aspettative – false, o comunque distorte – erano state infrante dalla Sua morte.
James R. Edwards commenta: “Il ruolo della sofferenza nella redenzione sfugge alla coppia sulla strada per Emmaus, così come sfuggì a molti, se non alla maggior parte, dei loro contemporanei ebrei. Per loro, la sofferenza e la morte sono l’abnegazione della speranza. Non possono concepire – né l’umanità nel suo insieme può concepire – che la sofferenza e la morte siano i mezzi necessari per la redenzione divina e la speranza eterna.”
Parlando di questa storia, William Barclay scriveva: “Ci parla della capacità di Gesù di dare un senso alle cose. L’intera situazione sembrava non avere alcuna spiegazione. Per questi seguaci di Gesù tutte le loro speranze e sogni furono infranti. C’è tutto il rimpianto struggente, nostalgico e confuso del mondo nelle loro parole dolorose: ‘Speravamo che fosse lui quello che avrebbe salvato Israele.’ Sono le parole di persone le cui speranze sono morte e sepolte. Poi Gesù venne e parlò con loro, e il senso della vita divenne chiaro e l’oscurità divenne luce.”
Gesù venne come Redentore, ma è venuto a compiere una redenzione che non avevano previsto.
Ed è qui che vediamo il vero problema. La tragedia è che la loro speranza, sebbene sincera, era:
• Politica anziché spirituale
• Terrena anziché celeste
• Immediata anziché eterna
Era una speranza vera – ma mal indirizzata. E per questo è crollata.
Oggi si dice: “L'importante è avere fede”, come se credere intensamente fosse sufficiente.
Ma la Bibbia ci corregge: non basta credere – bisogna credere nel modo giusto.
Non basta sperare – bisogna sperare secondo la verità di Dio. Il problema dei discepoli non era la mancanza di fede, ma una fede fondata su aspettative sbagliate.
Credevano in Gesù, ma si aspettavano che facesse qualcosa di diverso da ciò che Dio aveva pianificato.
Quando la croce infranse le loro aspettative, la loro speranza crollò.
Il verbo “speravamo” (ēlpizomen – imperfetto attivo indicativo) indica azione continua nel passato:
• La speranza era viva e continua mentre Gesù era con loro
• La speranza è stata bruscamente interrotta dalla crocifissione
• La speranza ora appartiene al passato – è morta come Gesù sembra essere morto
“Speravamo”, è il tempo verbale (imperfetto):
• Della speranza perduta
• Della fede crollata
• Dell’aspettativa delusa
È la grammatica della disperazione.
Non dicono “abbiamo sperato” (aoristo) – un singolo atto di speranza compiuto nel passato. Dicono “speravamo” (imperfetto) una speranza che continuava nel tempo, che durava... ma che la croce ha interrotto.
È il tempo verbale del contrasto doloroso: ciò che era vivo e continuo nel passato, ora è morto nel presente.
Ma cosa speravano esattamente? Cosa intendevano quando parlavano di “redenzione”?
“Redenzione” (lytrousthai - presente medio infinito) è liberazione tramite il pagamento di un prezzo, parola usata per liberare un prigioniero o uno schiavo.
È interessante che “redenzione” è usata per la salvezza spirituale: i credenti sono stati redenti dalla schiavitù del peccato dal prezioso sangue di Cristo (1 Pietro 1:18) per essere una proprietà speciale di Dio (Tito 2:14).
Per i due discepoli, invece, era una restaurazione nazionale (cfr. Atti 1:6), l’inaugurazione del regno che comportava la cacciata degli occupanti.
Notate la loro teologia su Gesù: “un profeta potente” – ormai passato. Non il Figlio di Dio, non il Messia risorto. Un grande uomo, ora morto.
E qui c’è un’ironia straziante Thomas R. Schreiner commenta così: “Ciò che è ironico, ovviamente, è che questi due discepoli stanno dicendo a Gesù che coloro che sono andati alla tomba non hanno visto Gesù, mentre lo vedono, ma non si rendono conto che è davanti ai loro occhi.”
I vv. 22-24 continuano: i due discepoli sanno della tomba vuota, sanno della visione degli angeli, della testimonianza delle donne, sanno che alcuni sono andati a verificare e hanno detto che è vivo (v.12), ma concludono stupiti con una nota di perplessità e scetticismo: “Ma lui non lo hanno visto” (v.24).
Come per gli scettici di oggi, solo la presenza del Gesù risorto li avrebbe convinti di ciò che era accaduto.
Ma l’ironia della situazione è che si trovavano nel mezzo di ciò che desideravano e ciò che gli altri non avevano vissuto: Gesù stava camminando con loro, la Speranza stava parlando con loro!
Questi viaggiatori sono consapevoli che si erano verificati eventi insoliti, ma per loro mancano prove decisive.
Cercano prove tangibili: “Se non vediamo, non crediamo.”
E intanto Colui che cercano cammina accanto a loro!
Se avessero creduto ai profeti, avrebbero creduto alle testimonianze delle donne.
La fede può basarsi sulla testimonianza di altri, non solo sull’esperienza personale.
Morte e resurrezione non rientravano nell’idea di Messia di questi due discepoli. Per questo non avevano mai veramente ascoltato quando Gesù parlava della Sua morte imminente.
Loro aspettavano un Messia che liberasse Israele da Roma con la forza militare.
Un Messia che si lascia catturare, consegnare ai romani e crocifiggere prima ancora di organizzare una rivolta - a che serve?
Se l’Antico Testamento prometteva un liberatore vittorioso, non uno che muore, allora Gesù era già squalificato: era morto. A quel punto, parlare di resurrezione era quasi irrilevante.
Come gli altri discepoli che avevano sentito la testimonianza delle donne sulla tomba vuota, non ci credevano. Lo consideravano un'illusione.
La loro fede era crollata perché costruita sull’aspettativa sbagliata.
Non potevano vedere la resurrezione perché erano ancora bloccati sul concetto sbagliato di Messia.
E questo ci porta a una verità profonda che vale anche per noi oggi.
Quante volte siamo così?
• Preghiamo: “Signore, mostrami la tua presenza!” mentre Lui è già lì
• Gridiamo: “Dove sei, Dio?” mentre Lui sta camminando con noi
• Cerchiamo segni straordinari mentre Lui ci parla attraverso la Sua Parola, le circostanze, la comunità dei credenti
A volte il problema non è l’assenza di Dio. Il problema è la nostra incapacità di riconoscerlo.
Ma Dio non li lascia nella loro cecità. Lungo quella strada polverosa, qualcosa sta per cambiare. Le parole di quello Straniero stanno per accendere un fuoco nel loro cuore.
Esploriamo ora:
V LA CONVIVENZA CHE CHIEDE (vv.28-29)
Ma qualcosa cambia lungo la strada. L’insegnamento franco di questo Straniero riguardo al Cristo, il Messia che doveva soffrire ed entrare nella sua gloria (vv.24-27) – anche se non lo riconoscono che è Gesù – accende qualcosa nel loro cuore.
Nei vv. 28-29 leggiamo: “Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. Essi lo trattennero, dicendo: ‘Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire’. Ed egli entrò per rimanere con loro.”
Viaggiare di sera comportava pericoli: briganti, ostacoli sul sentiero, forse persino animali selvatici.
Ma senza dubbio la ragione principale per cui i due uomini esortarono Gesù a restare con loro, fu che rimasero toccati dal Suo insegnamento.
E allora lo invitano dicendo: “Rimani con noi.”
“Lo trattennero” (parebiasanto – aoristo medio indicativo) significa sollecitare o forzare a un’azione sia nell’insistenza che nel modo, insistere con forza.
Al Signore piace essere cercato e desiderato, e stava facendo emergere questo da questi due discepoli.
Questo principio spirituale è profondo. Come disse J. C. Ryle: “Cristo non ci impone sempre i Suoi doni, non ricercati e nè richiesti. Ama suscitare i nostri desideri e costringerci a esercitare i nostri affetti spirituali, aspettando le nostre preghiere”.
Forse è per questo che non viene da noi così rapidamente e facilmente nei nostri momenti di preghiera e lettura della Bibbia.
Vuole suscitare in noi il desiderio più vero e profondo per Lui.
Come ha detto qualcuno: “Dio nasconde il Suo volto non per allontanarci, ma per farci desiderare di vederlo ancora di più.”
Ed è proprio questo che vediamo sulla strada di Emmaus: il movimento dalla presenza nascosta alla presenza invocata.
Dio è sempre con noi, come il sole è sempre in cielo anche quando le nuvole lo coprono. Ma c’è una differenza tra sapere che il sole esiste e sentirne il calore sul viso.
Questi discepoli camminavano sotto un cielo coperto – i loro volti cupi riflettevano l’oscurità che sentivano.
Eppure, il sole era lì, nascosto, ma presente.
E mentre camminavano, qualcosa stava già accadendo dentro di loro.
Ma lungo la strada qualcosa stava già accadendo. La riprensione di Gesù quando li chiama “o insensati e lenti di cuore!” (vv.25-27) – insieme alla Sua spiegazione delle Scritture, stava toccando i loro cuori.
Desideravano saperne di più, e forse c’era anche semplice ospitalità – l’usanza di non lasciare uno straniero da solo di notte.
Come dice John Nolland: “Nel mondo antico, l’ospitalità verso gli stranieri era considerata una virtù religiosa di grande valore. Sia il mondo ebraico che quello greco-romano affermarono questa virtù con storie sull’ospitalità estesa a dèi o angeli in incognito.”
C’è una differenza tra la Sua presenza oggettiva e la nostra esperienza soggettiva di quella presenza, e il primo passo per colmare quella differenza è il desiderio, l’invocazione: “Non andare via. Rimani con noi”.
CONCLUSIONE
Questi discepoli pensavano di aver perso ogni speranza. Ma la Speranza stessa – Gesù Cristo risorto – camminava con loro su quella strada.
Tre verità fondamentali sulla speranza cristiana:
1) La Speranza – Gesù – cammina con noi anche quando non la riconosciamo
La Sua presenza non dipende dalla nostra percezione.
La vera Speranza non è un sentimento, ma una Persona – Gesù Cristo risorto. E quella Persona ci viene incontro anche nei nostri luoghi di fuga – la nostra Emmaus personale: il cinema, lo stadio, il bar, il lavoro ossessivo, i social media, qualunque luogo dove ci rifugiamo delusi, scoraggiati, senza speranza cercando di dimenticare.
Gesù, il risorto, ci incontra sulla strada verso le nostre Emmaus, nei luoghi ordinari della vita e nei luoghi in cui ci ritiriamo abbattuti.
Il racconto ci rivela che il Signore potrebbe venire a noi in forme inattese e sconosciute, quando meno ce lo aspettiamo.
Conosco una persona che ha incontrato Gesù in discoteca attraverso la testimonianza di un credente fedele che si trovava lì per lo scopo di testimoniare della Speranza!
Gesù – la nostra Speranza vivente – cammina con noi anche quando pensiamo di averlo perso.
Se oggi ti senti solo, se le tue speranze sono crollate, se stai fuggendo verso il tuo Emmaus personale – Gesù sta camminando con te, come ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:20).
2) La speranza dipende dalla conoscenza di tutte le Scritture che riguardano la Speranza – Gesù –.
Questo era il problema dei due discepoli sulla via di Emmaus, avevano una visione parziale e distorta delle Scritture che riguardavano il Cristo.
Conoscevano le promesse di vittoria, ma ignoravano le profezie sulla sofferenza. Aspettavano un Messia politico, non un Servo sofferente.
Ma quando Gesù aprì loro le Scritture – da Mosè a tutti i profeti – i loro cuori cominciarono ad ardere.
Quando conosciamo la verità di Cristo attraverso la Bibbia, la disperazione si trasforma in speranza fondata.
La Parola di Dio non è solo informazione, è fuoco che illumina la mente accecata e accende il cuore spento.
3) La speranza dipende dalla consapevolezza della risurrezione di Cristo
Non è una speranza in un ideale o in un ricordo, ma nella realtà del Cristo vivente.
I due discepoli dicevano: “Noi speravamo” – tempo passato, speranza morta. Ma quando riconobbero il Risorto, tornarono a Gerusalemme testimoniando del Cristo risorto, Speranza viva e presente.
Cristo è risorto – e per questo non siamo mai soli.
La vittoria sulla morte porta speranza! Non una speranza fragile, basata sulle nostre circostanze, ma una speranza solida, fondata sulla realtà della tomba vuota.
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