📖 Il Vuoto e la Pienezza

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Salmo 27:14: L’attesa fiduciosa nel Signore

 Salmo 27:14: L’attesa fiduciosa nel Signore
“Spera nel Signore! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sí, spera nel Signore!”
Viviamo nell’epoca della velocità assoluta 
Un messaggio inviato raggiunge l’altro capo del mondo in frazioni di secondo 
Un pasto arriva a domicilio in trenta minuti
Un film è disponibile in streaming prima ancora che esca nelle sale

La cultura contemporanea ha elevato la rapidità a virtù fondamentale e l’attesa a difetto da eliminare. 
“Non aspettare” è diventato il nuovo imperativo del nostro tempo.

Ma questo versetto, scritto da un uomo che aveva conosciuto la fuga notturna, la grotta, l’esilio e la guerra – ci pone davanti un imperativo diametralmente opposto: l’attesa fiduciosa nel Signore. 
Questo versetto ci fa capire come per il salmista – Davide – Dio è l’unico bene e sostegno.

Chi sono i destinatari di queste parole? A chi sono dirette?
C’è chi sostiene che si tratti di una risposta del Signore alla preghiera di fede di Davide.

Altri credono che Davide stia esortando sé stesso a sperare nel Signore, a fortificarsi e rinfrancare il proprio cuore.

Altri studiosi ancora pensano che Davide stia esortando il popolo, la comunità dei fedeli.

In questo versetto emergono tre aspetti importanti, cominciamo con:
I LA COMPLICAZIONE DELL’ATTESA
Prima di ascoltare l’invito all’attesa, è necessario comprendere il contesto.
Il Salmo 27 non è scritto da un uomo che vive nella quiete del successo. Davide in questo salmo fa una dichiarazione di fiducia radicale in Dio in mezzo a una situazione di pericolo reale, probabilmente durante un periodo di persecuzione, o minaccia militare (vv.2-3,5-6; 11-12). 

Eppure, proprio in questo contesto di crisi, egli risponde con la fiducia: “Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò?” (v. 1). 
È un testo che nasce da un cuore che conosce la paura, ma sceglie la fiducia, e alla fine del salmo, questo orientamento culmina nell’imperativo dell’attesa.

La tensione che Davide vive è la stessa che proviamo noi: la crisi è reale, il bisogno è urgente, ma il Signore non sembra ancora intervenire. 

In questo spazio sospeso – tra il momento del bisogno e il momento della risposta divina – viene alla luce chi siamo davvero come credenti.

Viviamo in una società del tutto e subito.
La società, con la nostra complicità, ha redatto, senza proclamarlo, un nuovo credo: il tempo è denaro e l’attesa è spreco. 

Le piattaforme digitali ci hanno abituati alla gratificazione immediata: 
Ogni desiderio può essere soddisfatto in pochi clic
Ogni risposta attesa troppo a lungo genera ansia
Ogni ritardo viene percepito come fallimento – del sistema, o peggio, di Dio

Nello stesso tempo non sappiamo aspettare: perdiamo la pazienza in mezzo al traffico, alla cassa del supermercato, nella sala di attesa del medico.

E ancora quando siamo bloccati da una malattia cronica, da un deficit fisico che non ci premette di muoverci autonomamente, oppure quando siamo coinvolti in un problema non nostro che ci rende la vita difficile.

Questa cultura penetra nelle comunità di fede in modi sottili, ma devastanti che ne condizionano l’attesa paziente e fiduciosa nel Signore.

A un pastore agitato di Boston, gli fu chiesto perché lo fosse, rispose: “Il problema è che io ho fretta, ma Dio no.”

Si dice che uno dei segreti del pipistrello risieda nella sua straordinaria capacità di fermarsi e di entrare in un sonno profondo e rigenerante. Quando si rifugia nel suo nido, questo animale compie un miracolo biologico: è capace di far crollare quasi istantaneamente il suo battito cardiaco frenetico da centinaia di pulsazioni al minuto a meno di dieci, riducendo la respirazione a lunghi intervalli di apnea.

Il pipistrello sa quando smettere di combattere e lasciarsi andare nel riposo. Noi, spesso, no.
Siamo sempre in movimento e ci aspettiamo che Dio mantenga lo stesso ritmo frenetico, quando invece ciò che vuole è che aspettiamo.

Il credente contemporaneo fa fatica:
Ad aspettare una guarigione che non arriva nei tempi previsti dalla sua preghiera
Ad aspettare una promessa che Dio non ha ancora adempiuta
Ad aspettare la risposta di Dio alle preghiere
Fatica ad aspettare Dio stesso – ad accettare i silenzi 

Quando l’attesa si allunga, il rischio è duplice: o si agisce da soli – forzando soluzioni che Dio non aveva indicato – oppure si cede allo scoraggiamento, interpretando il silenzio di Dio come abbandono.
Ed è allora che l’impazienza ci spinge a prendere il controllo della nostra vita per cercare di raggiungere la meta con le nostre forze, come se sapessimo meglio di Dio cosa fare, dove dovremmo essere e quando dovremmo arrivarci.

Ma:
Abramo aspettò venticinque anni per vedere la nascita di Isacco (Genesi 12:4; 21:1-5)
Giuseppe aspettò tredici anni nella schiavitù e nel carcere prima di vedere il sogno avverarsi (Genesi 37:2; Genesi 41:46)
Maria di Betania aspettò quattro giorni – quattro giorni che dovettero sembrare un’eternità prima che Gesù arrivasse al sepolcro di Lazzaro (Giovanni 11:6,17).

In tutti questi casi, il ritardo non era indifferenza: era preparazione a qualcosa di più grande di quanto il destinatario avesse immaginato.

Il problema non è la durata dell’attesa. Il problema è ciò che l’attesa rivela: che cosa desideriamo davvero? 
Desideriamo la risoluzione del problema, o il Signore stesso?
Cerchiamo più Dio per la Sua gloria, o perché esaudisca i nostri desideri, o risolva le nostre difficoltà?

A volte, le preghiere che eleviamo al Signore vengono esaudite immediatamente, e questo ci incoraggia ad avere ancora più fiducia. 
Ma altre volte le Sue risposte tardano ad arrivare, ed è qui che la nostra fede viene provata e allora andiamo in crisi.

Perché è così difficile aspettare i tempi del Signore? Perché vogliamo che intervenga subito?
Perché aspettare i tempi di Dio non è solo difficile, a volte sembra impossibile. 
Vogliamo che le cose accadano secondo i nostri tempi e i nostri piani. 

Ma Dio non agisce quando noi vogliamo, secondo i nostri programmi come se fosse il nostro maggiordomo celeste. Aspettarsi che lo faccia ci espone alla delusione.

Consideriamo ora:
II LA CHIAVE DELL’ATTESA
Davide aveva appena detto al v.13: “Ah, se non avessi avuto fede di veder la bontà del Signore sulla terra dei viventi!”
La fiducia nel Signore non è astratta, è ciò che impedisce di cadere nel nulla, che ci salva dalla 
disperazione.
Se non fosse stato per la sua fede nella bontà immanente del Signore, il suo cuore sarebbe venuto meno.

La Scrittura incoraggia ripetutamente l’attesa del Signore, delle Sue promesse, della Sua salvezza, dell’esaudimento alla preghiera, della maturità spirituale, del ritorno di Cristo (cfr. per esempio Salmo 37:7; 40:1-3; 62:5-6; 130:5-6; Lamentazioni 3:25-26; Proverbi 20:22; Michea 7:7; Abacuc 2:3; 1 Tessalonicesi 1:10; Giacomo 1:3-4; 5:7-8; Giuda 21).
L’attesa del Signore fa parte della vita cristiana.

La chiave per trasformare l’attesa da sofferenza a virtù risiede nella comprensione e riconoscimento della sovranità divina: 
Dio fa ciò che gli piace (Salmo 115:3)
Dio realizzerà certamente il Suo piano (Isaia 14:27; 46:9-10)
Dio è in controllo su tutto e tutti (Salmo 103:19; Romani 8:28)
Dio è buono (Salmo 100:5)
Dio è saggio (Romani 16:27)
Dio è fedele (Lamentazioni 3:22-23)
Dio è santo (1 Samuele 2:2)
Dio è perfetto (Deuteronomio 32:4)

Possiede una prospettiva superiore della vita, i Suoi piani, i Suoi tempi e azioni, sono diversi dai nostri (cfr. per esempio Isaia 55:8-9).

L’attesa fiduciosa è un’attività spirituale attiva che richiede fiducia, perseveranza, pazienza e speranza. 
Quando il credente attende Dio, confessa implicitamente che i tempi appartengono a Lui, che la Sua saggezza supera la nostra, e che la Sua tempistica è perfetta anche quando non comprendiamo il ritardo.
In altre parole, crediamo che Dio ha le Sue ragioni che per il momento non comprendiamo.

Aspettare Dio non è mai facile, ma lo facciamo nella consapevolezza che Dio conosce la nostra situazione, si prende cura dei nostri bisogni ed è buono fino alla fine.

Ci possono essere periodi bui, in cui abbiamo un profondo senso di vuoto, dove:
Non vediamo – mancanza di luce spirituale
Non sentiamo – assenza di consolazioni
Non comprendiamo – Dio sembra assente

Giovanni della Croce chiamava questo periodo “notte oscura dell’anima” – quel tempo in cui Dio sembra assente, che ci abbia abbandonato, ma in realtà sta operando nelle profondità del credente una trasformazione che la luce del conforto immediato non potrebbe mai compiere. 

La notte oscura serve a:
Rivelare le parti del cuore ancora dominate dal sé e non dallo Spirito Santo
Smascherare gli idoli interiori
Purificare da dipendenze emotive
Preparare il credente a una unione più profonda con Dio

Pertanto, la notte oscura non è segno che Dio si è allontanato, non è un castigo, ma una purificazione necessaria per liberare il cuore dai suoi idoli, e renderlo capace di amare Dio in modo puro.

È nel silenzio e nell’attesa che la fede smette di essere teorica e diventa più radicata e profonda in Dio come l’albero che in periodo di siccità affonda ancora di più le radici in cerca di acqua.

Il silenzio di Dio non è assenza, non è abbandono – è profondità di metodo. Egli opera negli strati invisibili della realtà: nei caratteri, nelle circostanze, nel tempo che scorre senza che vediamo nulla.

Fede non è vedere Dio agire – è credere che stia agendo anche quando non lo vedi. 
L’attesa è il tempo in cui Dio scrive in una lingua che capirai solo dopo.

Il regno di Dio cresce silenziosamente come il seme nel terreno, e il lievito opera silenziosamente nella pasta (Matteo 13:31-33). 
Sono le immagini che Gesù sceglie per descrivere il modo in cui Dio agisce: non la tempesta, non il fuoco, ma il processo silenzioso, invisibile, inesorabile.

Elia lo dovette imparare sull’Oreb. Cercava Dio nel vento che spaccava le rocce, nel terremoto, nel fuoco. Ma Dio era nel suono dolce e sommesso del silenzio (1 Re 19:12). Non dove Elia si aspettava.

Il libro di Ester non pronuncia il nome di Dio nemmeno una volta. Eppure, la Sua mano è ovunque nella trama. Il silenzio non era abbandono – era regia nascosta.

La difficoltà esiste non perché Dio è assente, ma precisamente perché Dio sta operando in modo potente, profondo e trasformativo.

Paolo, in Romani 5:3-4, rivela la catena dell’attesa perseverante: “Non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza.”

L’apostolo afferma una verità sorprendente: il cristiano può “vantarsi” nelle tribolazioni. Non perché il dolore sia piacevole, ma perché Dio lo usa come strumento di formazione.
La progressione è precisa:
1) La tribolazione → produce pazienza
2) La pazienza → produce carattere (cristiano) provato
3) Il carattere provato (esperienza) → produce speranza

Il carattere cristiano emerge quando la fede è messa alla prova e confermato dalla resistenza nelle difficoltà.
Questa “catena d’oro” mostra che la speranza cristiana non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla fedeltà di Dio dentro i problemi.

Leon Morris, parlando delle tribolazioni, scrive: “Non si riferisce a piccoli inconvenienti, ma a vere e proprie difficoltà. A nessuno piacciono i problemi di questo genere, ma possono essere visti come difficoltà da superare, come vie per aprire nuove possibilità.”

Nuove possibilità, soprattutto in riferimento alla crescita spirituale!
Il vero scopo della vita non è trovare piacere, bensì crescere spiritualmente all’altezza di Cristo (cfr. per esempio Romani 8:28-29, Efesini 4:12-16).

La salvezza in Cristo dona una prospettiva trasformativa sulla vita: mentre la maggior parte delle persone si lamenta nelle tribolazioni, coloro che sono redenti vedono le prove come occasioni di gioia piuttosto che di lamento (Giacomo 1:3-4).

Dunque, l’attesa non è una parentesi vuota nella storia del credente: è il laboratorio dove si forma il carattere.

Quando Dio sembra ritardare, non rimane inattivo – sta preparando i Suoi strumenti e maturando le nostre capacità per una relazione con Lui più matura e per amarlo e servirlo con tutto noi stessi.

Dio non ha mai fretta, ma dedica anni a coloro che intende usare grandemente, e non considera mai i giorni di preparazione troppo lunghi o troppo monotoni. 

Per esempio:
Mosè trascorse 40 anni nel deserto di Madian prima di essere chiamato a liberare Israele (Esodo 2–3). Dio trasformò un impulsivo principe in un pastore paziente
Gesù stesso visse 30 anni di vita nascosta prima dei tre anni di ministero pubblico. Dio Padre non ha fretta nemmeno con Suo Figlio.  
Paolo, dopo la conversione trascorse anni di silenzio e preparazione in Arabia e a Tarso (Galati 1:15–18). Dio stava trasformando un persecutore in apostolo

E allora fai tue queste parole di Spurgeon: “Fratello, attendi con gioia. Se Dio decide di dire ‘aspetta’, non essere arrabbiato con lui. Perché cedere alla fretta e all’ansia? Riposa nel Signore.”

Questo ci porta a considerare:
III LA CONSISTENZA DELL’ATTESA
Prima di tutto:
A) L’attesa è speranza fiduciosa
Corrie ten Boom disse: “La fede vede l’invisibile, crede l’incredibile e riceve l’impossibile… ma spesso deve aspettare.”

Viene ripetuto due volte:
(1) Spera nel Signore
 “Spera nel Signore! Sí, spera nel Signore!”
Davide sa quanto sia difficile sperare sempre nel Signore, e probabilmente lo ripete due volte per questo motivo, ma lo fa anche per sottolineare l’importanza della continuità: non deve essere un atto isolato, ma un respiro continuo dell’anima.

Il rapporto con il Signore comincia sperando… e continua sperando e finisce sperando.
La speranza non è solo il punto di partenza è anche il punto di arrivo

Ma cosa significa sperare?
La speranza non è un fiore delicato, è una corda tesa verso il Signore.

“Spera” (qawwÄ“h) denota l’atto di attendere con speranza, che nella sua radice evoca l’idea di torcere, intrecciare, tendere come una corda che viene tesa, o allungata. 
Da qui il significato di attesa tesa, aspettativa orientata, qualcosa di più muscolare e attivo della semplice “speranza” romantica.

È aspettare pazientemente e fiduciosamente che la cosa attesa avverrà; quindi, c’è una componente di certezza; vivere nella convinzione che Dio disponga ogni cosa per il bene spirituale del Suo popolo. (cfr. per esempio Genesi 49:18; Giobbe 3:9; 6:19; 7:2; 17:13; 30:26; Salmo 25:5,21; 37:34; 39:7; 40:1; 52:9; 69:20; 130:5; Proverbi 20:22; Isaia 5:2,4,7; 8:17; 25:9; 26:8; 33:2; 51:5; 59:9,11; Geremia 14:22; Osea 12:7).

Il verbo ebraico usato nel versetto per “spera” (qawwÄ“h – piel imperativo attivo), indica che l’attesa è un’azione attiva, deliberata e sostenuta, orientata in tensione verso il Signore.

Non si tratta di una passività inerte, di qualcuno seduto ad aspettare che passi il temporale: descrive un’attesa tesa, orientata, simile all’arco che viene incordato: c’è una direzione, c’è una tensione, c’è un’aspettativa carica di significato.

“Nel” (ʾěl -preposizione) indica orientamento verso, moto verso, il movimento relazionale, la direzione dell’anima verso il Signore.

Quindi non è un’attesa generica, né è proiettata nel vuoto: è radicata nella persona del Signore (Yahweh), cioè l’eterno e immutabile Dio che non dipende da nessuno, che è presente ed entra nella scena dell’umanità, come ha fatto nella vita del Suo popolo per salvarli dalla schiavitù egiziana (cfr. per esempio Esodo 3), dimostrando di controllare la storia in favore del Suo popolo secondo i Suoi piani di salvezza.
Pertanto, questo nome designa la presenza attiva di Dio che modella gli eventi storici verso il compimento dei Suoi propositi redentivi.

Allora possiamo affermare:
La speranza non nasce dal caso, e nemmeno è un’emozione, nasce da una decisione spirituale
La speranza è una scelta di fede che continua a confidare nel Signore e a camminare con Lui anche quando il sentiero è tortuoso e buio
È dire: “Signore, non vedo ancora nulla… ma io resto con Te.”
La speranza è una relazione. È credere che il Signore non si è dimenticato di te. È credere che la Sua promessa è più forte della tua paura
La speranza è attesa attiva, non passiva, una postura dell’anima perseverante e tesa verso il Signore
La speranza è certezza che il Signore agirà in favore di chi confida in Lui

Questa attesa è forza spirituale come ci dice Isaia 40:31: “Quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come le aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.”

Allora l’attesa del Signore non consuma le energie, le rigenera. Chi lo aspetta non si svuota – si riempie.

Ora il salmista usa due termini importanti che troviamo altrove: “Sii forte” e “si rinfranchi”.
Richiamano le parole di Mosè a Giosuè nel momento in cui la guida del popolo ebraico passa da Mosè a Giosuè: è lo stesso linguaggio che Dio usa prima della conquista di Canaan (Deuteronomio 31:7,23; Giosuè 1:6-7). 
Giosuè doveva essere forte e coraggioso perché il Signore gli avrebbe sicuramente concesso il successo nella conquista della Terra Promessa. 

Come anche nelle esortazioni di Davide a Salomone (1 Cronache 22:13; 28:20). 

Davide, pur affrontando difficoltà significative, rimane convinto della bontà del Signore ed esorta a fortificarsi e ad avere coraggio mentre aspetta la risposta divina.

Quindi:
B) L’attesa è forza coraggiosa
“Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi.”

Quando l’attesa è speranza fiduciosa, allora diventa anche forza coraggiosa; perché la speranza:
Non è passività – ci dà nuove energie
Non ci lascia fermi – ci prepara
Non ci indebolisce – ci fortifica
Non è solo fiducia – ci dà audacia

Davide esorta:
(1) Sii forte 
L’imperativo “sii forte” (ḥăzaq- qal attivo imperativo) è spesso usato come formula di incoraggiamento (Deuteronomio 31:6-23; Giosuè 1:6,9,18; 10:25; Salmo 27:14; 31:24; 1 Cronache 22:13; 28:20; 2 Cronache 32:7).
Possiamo affermare che:
(a) La forza è risolutezza e resistenza
“Sii forte” è avere la capacità di realizzare ciò che ci si prefigge: è quella forza interiore, o fisica per uno scopo, o un’azione prevista (cfr. per esempio Giosuè 23:6; Giudici 7:11), il che implica anche la necessità di una certa risolutezza e resistenza.

Un’immagine interessante è quella di un albero ben radicato che rimane saldo nel terreno anche durante la tempesta. La forza non consiste nel non sentire il vento, o nel non piegarsi sotto il peso della pioggia, ma nel rimanere ben piantato nel terreno. 

(b) La forza risiede nella presenza fedele di Dio
La vera robustezza non risiede nelle circostanze esterne, ma nella presenza di Dio radicata nel nostro intimo. 
È come possedere una bussola interna che rimane stabile anche quando la tempesta esterna infuria.

(c) La forza continua a credere anche quando non vede ancora nulla
È la forza di chi dice: “Signore, non capisco… ma resto qui”; non perché la paura sia scomparsa, ma perché la fiducia è più forte della paura stessa. 

È la capacità di continuare quando il sentiero rimane oscuro, sapendo che la mano di Dio ci sostiene anche quando non la vediamo.

(d) La forza emerge dalla debolezza
Non si tratta di negare il nostro limite, ma di permettere a Dio di operare attraverso di essa. 
La grazia divina si perfeziona nella debolezza: quando siamo deboli, allora siamo forti (2 Corinzi 12:9-10).

“Sii forte” è la decisione consapevole di rimanere ancorati a Colui che non fallisce e ci aiuta ad affrontare qualsiasi circostanza: come dice Paolo in Filippesi 4:13: “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica.” 

Spurgeon disse: “La nostra forza non sta in ciò che siamo, ma in ciò che Dio è.”

Ansia, inadeguatezza, paura e disperazione vengono superate e sostituite dalla forza e dalla fiducia nella consapevolezza di chi è il Signore e della Sua potente presenza. 

(e) La forza è fiducia attiva 
La vera fede sviluppa forza e coraggio, chi crede veramente nel Signore sa che Dio è con lui e si trova effettivamente spinto a combattere vittoriosamente, persino contro grandi nemici come ci insegna Davide contro Goliat (1 Samuele 17:31-54).

Come per Davide e il popolo ebraico, dovettero fondare la propria fiducia nella fedeltà costante e nell’infallibile presenza, guida e sostegno del Dio infinitamente potente ed eterno, così anche noi oggi dobbiamo contare su questo, come ci ricorda anche Gesù che, al termine del Suo ministero, diede ai Suoi discepoli un simile messaggio di incarico e di rassicurazione (Matteo 28:16-20).

I servi di Dio non sono forti perché non hanno ostacoli, ma perché il Signore li fortifica per superarli.

Infine, il versetto ci parla di:
(2) Si rinfranchi 
Il coraggio non è un’emozione improvvisa – cresce dall’interno come frutto di una scelta consapevole già fatta.

“Si rinfranchi” (yaʾămēṣ - hifil attivo imperfetto iussivo) è un appello alla volontà: riguarda la determinazione interiore a essere coraggiosi (cfr. per esempio Deuteronomio 31:6; Giosuè 1:6-9,18; 1 Cronache 22:13; 28:20; 2 Cronache 32:7), con una connotazione dinamica e interiore.
Quindi è: “Il tuo cuore prenda coraggio”, vale a dire essere in grado di affrontare e gestire il pericolo o la paura senza esitare.

Il coraggio:
Non è la forza che resiste, ma la determinazione che agisce 
Non è un impulso emotivo, ma una decisione spirituale
Non è sicurezza nelle proprie capacità, ma fiducia nella potenza di Dio
Non è l’assenza di paura, ma il suo dominio 

Dorothy Bernard disse: “Il coraggio è la paura che ha recitato le sue preghiere”, e questo significa che il coraggio non elimina automaticamente ciò che temiamo, ma ci dà il coraggio di attraversarlo. 
La paura che si rivolge a Dio diventa fiducia, e la fiducia diventa azione.

Davide specifica “cuore” (lēḇ). 
Il cuore è la sede delle energie collettive di una persona, il centro della sua vita.
Il cuore è:
La sede intellettuale (cfr. per esempio Deuteronomio 8:5; 1 Re 3:9; Giovanni 12:40)
La sede della volontà (cfr. per esempio 1 Re 8:17; 2 Tessalonicesi 3:5)
La sede emotiva (cfr. per esempio 1 Samuele 1:8; Esodo 4:14)
La sede della conoscenza del bene e del male (coscienza – cfr. per esempio Deuteronomio 30:14,17; 1 Re 8:37; Giobbe 27:6; Geremia 31:33; Ezechiele 36:26-27).

Il cuore è il centro operativo, come la torre di controllo in un aeroporto che gestisce il traffico aereo, che determina il nostro comportamento. 

Il cuore non riceve passivamente il coraggio dall’esterno – viene chiamato a generarlo dentro di sé, a causa dell’orientamento verso il Signore stabilito dall’imperativo precedente: “spera nel Signore.”

La paura non ha l’ultima parola quando Dio è la nostra luce e la nostra salvezza, il baluardo della nostra vita (Salmo 27.1).
Il coraggio nasce dalla fede di chi è Dio e dalla consapevolezza della Sua presenza salvifica e protettrice.

“Di fronte a qualsiasi minaccia, possiamo essere coraggiosi perché il Signore stesso è con noi ed è degno della nostra fiducia. Nessuna notte è così lunga, nessuna oscurità così impenetrabile, nessuna sofferenza così dolorosa, nessun male così spaventoso e nessun nemico così feroce da turbare la fiducia di chi ha Dio come luce e il Signore come salvezza. I credenti possono essere coraggiosi e non avere paura perché il Signore è la fortezza della loro vita” (Got Questions? Bible Questions Answered).

CONCLUSIONE 
L’attesa fiduciosa nel Signore viene sottolineata fortemente in questo versetto.
È forse l’invito più radicale e difficile che la Scrittura rivolge al credente contemporaneo, perché a volte le circostanze sono davvero complicate e difficili, tanto da intrappolarci e farci soffrire e cercare una via di uscita urgente per trovare sollievo senza voglia di aspettare.

Philip Graham Ryken scrive: “In questo mondo ipermoderno, poche persone si prendono il tempo di aspettare Dio. Siamo sempre in movimento, di fretta da un posto all’altro. Riempiamo ogni spazio di silenzio con il rumore. E poi ci aspettiamo che Dio mantenga lo stesso ritmo frenetico. Spesso, vogliamo che il Signore si sbrighi a fare qualcosa. Altrettanto spesso, ciò che Lui vuole è che noi ci sbrighiamo ad aspettare!”

Attendere fiduciosamente il Signore significa:
Resistere all’impulso di forzare soluzioni quando Dio non ha ancora parlato
Coltivare la preghiera anche nei periodi in cui sembra non produrre risultati visibili 
Credere che il silenzio di Dio non è un’assenza, ma come una presenza discreta che sta lavorando sotto la superficie delle circostanze

Non smettere di credere! Non ti arrendere!
Forse stai aspettando una risposta da parte del Signore
Forse stai lottando con un silenzio
Forse stai cercando un segno

Il Salmo ti dice: Non mollare!
Il Signore non arriva mai tardi, arriva sempre puntuale al Suo scopo (cfr. per esempio Salmo 40:1; Isaia 60:22; Lamentazioni 3:25–26; Abacuc 2:3; 2 Pietro 3:9).

Sta preparando il momento giusto, quello che non solo risponde, ma trasforma.
Abbi fede!

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