L’aridità spirituale (1)
L’aridità spirituale (1)
Una realtà che ha uno scopo
C’è un momento nel cammino di fede in cui sembra che attraversiamo il deserto, o che la nostra anima sia arida spiritualmente, dove non percepiamo più la presenza di Dio.
Madame Guyon, che aveva conosciuto profondità di vita spirituale rare, scrisse: “Ho sopportato lunghi periodi di privazione, verso la fine quasi continui: eppure, di tanto in tanto, ricevevo inondazioni della Tua Divinità così profonde e intime, così vivide e penetranti, che mi fu facile giudicare che Tu eri solo nascosto da me e non perduto.”
• Nascosto, non perduto
• Assente alla percezione, non assente alla realtà
Questa è la distinzione che ci permette di attraversare ciò che la tradizione spirituale ha chiamato in vari modi: aridità spirituale, deserto dell’anima, notte oscura.
Questa:
• Non è un’anomalia del cammino cristiano
• Non è il segnale che qualcosa si è rotto
• Non è un fallimento da nascondere
• Non è un’esperienza per i deboli di fede
È, anzi, una delle strade che Dio sceglie con maggiore frequenza per i Suoi più amati, fa parte della vita cristiana stessa.
Mosè, Giobbe, Elia, Davide, Geremia, Giona, Giovanni Battista, e persino Gesù nella Sua umanità, hanno sperimentato l’aridità spirituale.
Walter Trobisch ci ricorda che l’aridità spirituale non è solo un’esperienza biblica antica, ma una realtà vissuta anche dai grandi pensatori cristiani più vicini. La grandezza della loro vita con Dio non li ha preservati dal deserto – li ha condotti più in profondità dentro esso. Trobisch scrive: “In effetti, tutti coloro che hanno vissuto una vita religiosa intensa – penso a Lutero, Pascal, Kierkegaard – hanno dovuto affrontare periodi di aridità spirituale, a volte fino alla disperazione. Spesso l’intensità di tale sofferenza può essere direttamente proporzionale all’intensità della vita di una persona con Dio, proprio come le valli profonde si rivelano solo di fronte ad alte montagne. Pertanto, non dobbiamo vergognarci ‘dell’aridità’; possiamo rinunciare a nasconderla dietro un sorriso ‘cristiano’ sempre pronto, fingendo di essere gioiosi quando non lo siamo.”
La Bibbia non dipinge la vita di fede come “una pianura soleggiata” percorsa da credenti sempre raggianti – conosce bene l’aridità. La include nei Suoi salmi, nei Suoi profeti, nelle biografie dei Suoi servi più fedeli. E non la risolve con risposte facili.
Quello che vogliamo fare in questo messaggio – il primo di due dedicati a questo tema – è esaminare la realtà dell’aridità spirituale con onestà: vedendo anzitutto che cos’è, e poi perché Dio la permette, e talvolta la produce.
Nel prossimo messaggio vedremo che cosa può nascere da essa.
Cominciamo con:
I L’ARIDITÀ SPIRITUALE COME DATO DI FATTO
Nella stagione dell’aridità spirituale ci può essere:
• Una desolazione emotiva
Non ci sono emozioni spirituali come per esempio, la gioia, la passione, il piacere: per il culto, la preghiera, il servizio cristiano, la chiesa locale, i perduti.
• Un disorientamento mentale
Le convinzioni teologiche che prima avevano un senso ed erano solide ora sono prive di significato e vacillano.
• Un comportamento stagnante
Si trascurano le discipline spirituali, o hanno perso significato, diventano fatica: si diventa
svogliati nella preghiera, nella meditazione della Bibbia, nel frequentare la chiesa, nella
testimonianza del vangelo.
• Una disconnessione spirituale con Dio
Si ha la sensazione che il filo di collegamento con Dio sia spezzato: Dio sembra assente,
lontano, si avverte un forte senso di solitudine.
Possiamo distinguere i principali passi biblici sull’aridità spirituale in questo modo:
A) La sete di Dio (cfr. per esempio Salmo 42:1-2; 63:2; 69:3)
È come se Dio chiudesse la diga delle dolci acque spirituali… e l’anima trova solo aridità e amarezza.
La sete di Dio è l’aridità come desiderio consapevole: l’anima insoddisfatta arde di nostalgia di Dio.
Chi vive questa forma di aridità non ha smesso di desiderare Dio – lo desidera con un’intensità che gli è insopportabile.
L’immagine che il salmista impiega nel Salmo 42:1-2 è quella della cerva che anela i corsi d’acqua.
Anche gli esseri umani in Israele conoscevano bene cosa significasse essere senza acqua: l’attesa ansiosa di trovare un ruscello, soprattutto in estate, quando pochi corsi d’acqua scorrevano ancora, o la delusione di raggiungere un canyon dove ci si aspettava di trovare un torrente e trovarlo asciutto.
L’aridità non spezza il legame con Dio – lo rende doloroso ci fa capire il Salmo 63:2.
Questo perché il salmista aveva conosciuto la presenza di Dio, l’aveva sperimentata concretamente e quel ricordo rendeva bruciante la percezione della Sua assenza nel presente.
Aveva toccato, per così dire, la gloria stessa. Quando questa esperienza svanisce, il vuoto non è semplicemente l’assenza di una consolazione religiosa generica, ma la perdita di una relazione che gli dissetava l’anima.
Il salmista conosceva esattamente ciò che gli mancava. Non è ignoranza, ma memoria: ha bevuto dall’acqua viva e sa dove trovarla, eppure le rimane inaccessibile nel presente.
La sofferenza era acuta perché conosceva la fonte dell’acqua viva – l’ha bevuta. Non è come chi non ha mai conosciuto Dio e quindi non sa cosa gli manca.
E il Salmo 69:3 descrive chi ha pregato tanto da non avere più voce: la gola riarsa non è il silenzio dell’indifferente, ma l’affanno di chi ha urlato fino all’ultimo.
A differenza del Salmo 63, dove la sete di Dio è desiderio ardente, qui il salmista è consumato dall’esaurimento.
Non è solo la privazione della presenza divina, ma l’usura del grido: le sue suppliche inascoltate rivolte a Dio lo sfiniscono.
L’immagine è straziante: la gola riarsa dal pianto continuo, gli occhi che si indeboliscono mentre guarda verso il cielo in attesa.
Non è una sete silenziosa, ma un grido di fede che logora l’anima stessa. Il salmista ha urlato, ha supplicato, ha atteso, e tutto questo sforzo lo ha consumato.
Ciò che rende tutto ancora più doloroso è la consapevolezza che grida: “Mio Dio” – non a un dio lontano e indifferente, ma a Colui che dovrebbe ascoltare, a Colui che ha un rapporto personale con lui.
L’intimità racchiusa in quel: “Mio Dio”, contrasta bruscamente con il silenzio come risposta.
Non è l’aridità passiva del deserto, ma l’aridità attiva del grido di fede ignorato – un dolore che logora non solo lo spirito, ma anche il corpo.
Un’altra descrizione dell’aridità spirituale è:
B) Il silenzio di Dio percepito come abbandono (cfr. per esempio Salmo 22:2; 88; Lamentazioni 3:1-8)
Ci sono periodi nella vita in cui percepiamo l’assenza di Dio, sebbene questa sia solo una percezione, se consideriamo le tante promesse che Dio è con noi (cfr. per esempio Isaia 41:10; Matteo 28:20; Ebrei 13:5).
Quando il sole si nasconde dietro una nuvola, non per questo è meno reale di quando ne percepiamo la luce.
Parlando dell’aridità spirituale, Walter Trobisch scrive: “Potrebbe essere il modo in cui Dio bussa alla porta per annunciare che desidera entrare di nuovo nella nostra vita.
Qualcuno potrebbe chiedere: perché Dio deve venire da noi ancora e ancora? Non è forse sempre presente, sempre vicino a noi? Non ha forse detto: ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni’? Sì, l’ha detto. È con noi eppure deve venire. Questo è il mistero della nostra vita cristiana.
Vista dal punto di vista di Dio, Egli è sempre ugualmente vicino a noi, più vicino della nostra stessa pelle, che lo percepiamo o meno. La sua relazione con noi è una linea ininterrotta.
Guardandola dal nostro punto di vista, la nostra relazione con Dio è spesso una linea interrotta. A volte ci sentiamo più vicini a Lui, a volte più lontani. Come il giorno e la notte, il caldo e il gelo, l’estate e l’inverno regnano nella creazione di Dio, anche la nostra vita spirituale è soggetta al cambiamento e ha le sue stagioni secche e piovose.”
Quando dimentichiamo che Dio, spesso, opera in modo nascosto e oltre la nostra comprensione – che non sempre risponde alle nostre preghiere, che non cambia le nostre circostanze più dure, che a volte toglie le consolazioni spirituali, o sospende la percezione della Sua presenza – la nostra anima non comprende ciò che accade, così entriamo in crisi.
In questi periodi sentiamo che tutto va storto e dimentichiamo che Dio ci sta guidando nell’oscurità, come si guida un non vedente verso una meta che non conosce.
Una delle sofferenze più grandi è il timore che Dio non stia operando nella nostra vita: la mancanza di percezione della Sua presenza attiva dentro di noi.
Ma per quanto possa sembrare paradossale, il grido dell’abbandono rivolto a Dio è fede, non incredulità.
È il grido di chi crede che Dio sia Sovrano sulle circostanze – altrimenti non griderebbe a Lui. Chi non crede non implora: ignora.
Il Salmo 88 – un salmo di lamento in cui il salmista descrive la sua afflizione e la sua solitudine, dovute all’abbandono di Dio e alla Sua ira – è l’unico salmo del Salterio che finisce nell’oscurità senza alcuna svolta, senza un “ma io ti loderò comunque”, o senza un “grazie, perché mi libererai”.
L’aridità spirituale nel Salmo 88 è totale: assenza della presenza di Dio, isolamento umano, sofferenza fisica e spirituale, e nessuna certezza di redenzione. È l’aridità nella sua forma più devastante.
E il fatto che questo salmo sia nel canone biblico è esso stesso un messaggio teologico: Dio ha incluso nel libro di preghiera ufficiale di Israele una preghiera senza consolazione.
L’onestà davanti a Dio non è evitare semplicemente le bugie, ma smettere di nasconderci, svuotare il nostro cuore così com’è davanti a Lui, oltra alla speranza, anche la confusione, o rabbia, o paura – tutto ciò che siamo, caos compreso.
L’onestà davanti a Dio – anche nella disperazione totale – mantiene viva la relazione e testimonia una fede che non ha bisogno di rassicurazioni facili per rimanere autentica.
Infine, vediamo:
C) Lo svuotamento spirituale (1 Re 19:1-8)
Il crollo più profondo spesso segue la vittoria più grande – non la sconfitta.
Elia non crolla prima del Carmelo: crolla dopo.
Il vaso più svuotato non è quello che non ha mai ricevuto, ma quello che ha dato tutto.
Il ministero nel momento di massima intensità può prosciugare l’anima senza che ce ne accorgiamo.
È un po’ come l’atleta che crolla non durante la gara, ma sul traguardo: l’energia trattenuta per resistere fino alla fine si scarica tutta insieme, e ciò che resta è il vuoto.
Elia, certo era anche stanco e affamato. Il Signore prima di parlargli sul monte Oreb, gli provvede cibo e acqua per mezzo di un angelo e lo lascia riposare prima di affidargli una nuova missione.
Quindi la fame, la stanchezza, un periodo di stress, prolungato non ci aiutano in caso di aridità spirituale, in questi casi la cosa più saggia da fare è prendersi cura del nostro corpo per preparare il nostro spirito.
A questo si aggiunge qualcosa di più sottile: l’aspettativa mal posta.
Elia aveva interpretato la vittoria sul Carmelo come il punto di non ritorno – la conversione del regno, la fine del baalismo.
Quando la regina Izebel minaccia la sua vita come se nulla fosse cambiato (1 Re 19:2-4), non è solo la stanchezza a crollare: è la sua teologia della storia.
La delusione, e quindi la conseguente aridità, non è solo emotiva – è teologica, e va elaborata come tale.
Anche i credenti maturi possono attraversare periodi di aridità spirituale, o come viene anche chiamato: “Il buio dell’anima”.
Questo fenomeno non rappresenta un fallimento personale, ma una fase naturale della crescita cristiana.
Paradossalmente, è spesso una crescita spirituale più profonda a condurre a un’inaspettata aridità.
La notte più buia non è quella del principiante: è quella di chi ha camminato abbastanza a lungo da perdere le stelle di riferimento.
Durante questi periodi emerge una sensazione di solitudine vuota: le discipline spirituali personali (meditazione, preghiera, adorazione) che prima erano un piacere, sembrano inaridirsi, e se si prova qualcosa è solo un senso di desolazione – Dio appare assente (cfr. per esempio Salmo 42:3).
Stephen D. Eyre lo descrive così: “Nulla sembra andare per il verso giusto nel nostro tempo di raccoglimento, né in qualsiasi altro ambito della vita. La lettura o lo studio delle Scritture hanno un sapore arido e polveroso. Il piacere dello studio che conoscevamo prima è scomparso. Ora le parole sulla pagina non sono altro che parole. Anche la preghiera è piatta. Le nostre preghiere per gli altri sembrano non elevarsi oltre il soffitto. Il culto e l’adorazione sembrano mere formalità; i canti che potremmo intonare sono pesanti e faticosi. Emotivamente, sembra non esserci altro che uno struggente senso di vuoto. Ogni affetto religioso sembra svanito.”
E Augustine Baker dice: “L’anima non vede altro che nubi e oscurità. Cerca Dio, ma non riesce a trovare il minimo segno o impronta della Sua Presenza.”
Eppure – ed è qui che la Scrittura non cede all’autocommiserazione – mantenere un incontro regolare con il Signore rimane fondamentale anche in questo periodo. Non perché si senta qualcosa. Non perché la preghiera sembri volare. Ma perché ci saranno ugualmente dei benefici, anche quando non li percepiamo.
Come scrive ancora Stephen D. Eyre: “Mantenere un incontro regolare con il Signore è importante durante questo periodo, nonostante le difficoltà. Quando questa fase sarà finita, scopriremo benefici meravigliosi. Molte cose che so e insegno sul Signore provengono dai periodi nel deserto. Davide fu benedetto da Dio nel deserto. Trascorse dieci anni nel deserto fuggendo da Saul dopo che Dio gli aveva promesso il trono. Durante questo periodo Davide imparò a confidare nelle promesse di Dio. Sviluppò anche abilità politiche guidando i reietti e i soldati che si unirono a lui nel deserto.”
Una nuova forma di crescita e di forza spirituale emerge quando si persevera nonostante l’aridità.
La maturità spirituale e la gioia profonda giungono a chi impara ad attendere – non ad aspettare passivamente, ma ad attendere fedelmente anche senza visione.
II LE MOTIVAZIONI DELL’ARIDITÀ SPIRITUALE
L’aridità spirituale, simboleggiata metaforicamente dal deserto, non è un incidente nel piano di Dio: è un metodo educativo, è pedagogia divina.
Dio può insegnarci di più nei periodi di oscurità, di aridità spirituale, che nella luce, o nell’oasi dove abbiamo tutto.
Il deserto è il luogo dove tutto si ferma e tutto può ricominciare. È lo spazio in cui attendiamo, conosciamo, soffriamo, siamo trasformati e cresciamo – luogo di rivelazione e di rivoluzione.
Spurgeon disse: “La maggior parte delle grandi verità di Dio devono essere apprese attraverso il travaglio; devono essere bruciate in noi con il ferro rovente dell’afflizione, altrimenti non le riceveremo davvero.”
Le stagioni di aridità diventano mezzi di grazia, perché rivelano la nostra povertà e ci spingono a una resa più profonda.
L’aridità spirituale serve per:
A) Capire cosa abbiamo nel cuore, a imparare la completa fiducia in Dio e a dipendere da Lui
In Deuteronomio 8:2-3, Mosè dice al popolo d’Israele: “Ricordati di tutto il cammino che il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provar la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del SIGNORE”.
(1) Il deserto è come uno specchio
Il deserto non aggiunge nulla che non ci fosse già: rivela ciò che c’era nascosto.
È l’umiliazione intenzionale di Dio – non punitiva, ma chirurgica – con lo scopo di portare alla luce la realtà del nostro cuore.
Quando i conforti spirituali vengono rimossi, quando la sensazione della presenza di Dio si ritira come la marea, emerge ciò che davvero governa il nostro interno:
• Le nostre priorità
• Le nostre motivazioni reali
• Le nostre paure
• Le nostre dipendenze interiori
• La nostra fiducia (o sfiducia) in Dio
(2) Il deserto ci spinge a fidarci di Dio e a dipendere da Lui
“Il deserto è il luogo in cui bisogna rinunciare alle proprie facoltà umane. Nel deserto non ci possono essere più inganni, né illusioni di uscirne con le proprie forze, né possibilità di riporre la speranza in fonti di aiuto naturali” (Jacques Ellul).
Nel deserto spirituale, scopriamo che non possiamo salvarci da soli. Il deserto ci spoglia di ogni autosufficienza, distrugge illusioni, e ci lascia finalmente liberi di dipendere solo da Dio, cercando concretamente il Suo sostegno.
O come dice René Voillaume: “Il deserto porta il segno della completa impotenza dell'uomo, poiché egli non può fare nulla per sopravvivere da solo e scopre così la sua debolezza e la necessità di cercare aiuto e forza in Dio.”
Il deserto era il periodo in cui Israele era completamente dipendente dalle cure del Signore per la sua sopravvivenza: la manna ogni mattina, l’acqua dalla roccia, la colonna di nube e di fuoco (Esodo 15:22-27; Numeri 20:1-13; Deuteronomio 8:4,15-16).
• Non poteva immagazzinare
• Non poteva pianificare
• Non poteva essere autosufficiente
Doveva ricevere ogni giorno – e ogni giorno ricominciare a fidarsi.
Nel deserto il Signore spoglia il credente delle sue sicurezze, svuota le sue riserve, smonta i suoi piani di riserva – con il preciso scopo che si affidi totalmente a Lui.
È la scuola più dura e più necessaria: imparare che senza di Lui non possiamo farcela.
L’aridità spirituale serve per:
B) Prepararci a una missione, o ministero
Mosè passò quarant’anni nel deserto prima di essere chiamato dal Signore a liberare il Suo popolo dall’Egitto (Esodo 2-3).
In quel periodo capì che la liberazione non poteva avvenire con le proprie forze, come aveva pensato quarant’anni prima, quando, da principe d’Egitto, uccise un egiziano pensando di inaugurare così la rivoluzione (Esodo 2:11-12).
Il deserto non gli insegnò strategie: gli insegnò chi doveva essere – un uomo umile, che confida nella potenza del Signore, e non nella propria.
Anche Gesù, prima della Sua missione trascorse quaranta giorni nel deserto (Marco 1:12-13). Non come turista spirituale: fu condotto dallo Spirito – spinto nel vuoto, nell’aridità, nella tentazione – prima di iniziare a predicare il regno.
E Paolo, dopo la conversione sulla via di Damasco, scomparve in Arabia per un periodo di silenzio e preparazione (Galati 1:17), prima di emergere come il missionario che avrebbe capovolto il mondo mediterraneo.
Il deserto è il luogo dove Dio:
• Spezza l’autosufficienza
• Forma la pazienza
• Prepara alla chiamata
L’aridità spirituale serve per:
C) Purificare il cuore
Gli Israeliti dell’esodo, in un momento di crisi, si lamentarono del fatto che avrebbero preferito morire in Egitto piuttosto che soffrire nel deserto (Esodo 14:12; cfr. per esempio Proverbi 21:19; Geremia 4:26).
Il deserto per gli Israeliti smascherava gli idoli che si portavano nel cuore senza saperlo.
Come durante la peregrinazione nel deserto per il giudizio di Dio (cfr. per esempio Esodo 32:1-4; Numeri 11:4-5; 32:13; Deuteronomio 8:2–5), il deserto può quindi anche simboleggiare un luogo di desolazione e punizione (cfr. per esempio Ezechiele 29:5), che conduce al pentimento, alla purificazione, alla consacrazione e alla preparazione.
Il deserto fu, nella storia d’Israele, il periodo in cui il popolo era più aperto all’istruzione del Signore e alla formazione.
Quando il Signore riconducendo nel deserto la ribelle e testarda Israele (cfr. per esempio Osea 2:14-16; 4:16), la pone in una condizione in cui può essere nuovamente plasmata e istruita,a partire di nuovo dal pentimento.
Giovanni Battista, adempiendo Isaia 40:3, predicò il messaggio del pentimento dal deserto (Matteo 3:1–3).
Il deserto, come immagine del giudizio, è ciò cui il Signore riduce la terra d’Israele a un luogo arido che costituisce il luogo del suo pentimento (Osea 2:3,12-13) e rinnovamento – un nuovo esodo!
A volte – non sempre – l’aridità spirituale è causata, o peggiorata dal nostro peccato, che ci separa da Dio e ci inaridisce, ci svuota della gioia della salvezza (cfr. per esempio Salmo 32:3-4; 51:12; 66:18 Isaia 59:2).
In questi casi, con l’aiuto dello Spirito Santo, è importante il ravvedimento e la confessione (cfr. per esempio Salmo 32; 51; Isaia 55:6-7; Giacomo 4:8; 1 Giovanni 1:9).
Ma non sempre l’aridità nasce da una colpa precisa: a volte è semplicemente il prezzo della crescita.
Il deserto, inteso come prova, purifica il nostro cuore e la nostra fede come il fuoco purifica l’oro.
L’aridità spirituale è correttiva – ci porta alla maturità spirituale, è palestra di fede (Salmo 119:67,71; Romani 5:3-5; Ebrei 12:5-11; Giacomo 1:2–4; 1 Pietro 1:6–7).
Dio educa il credente a una fede stabile, non infantile, non dipendente dall’emozione del momento.
Dio vuole che i Suoi figli crescano, per questo permette periodi di aridità.
Giovanni della Croce chiamava questo periodo “notte oscura dell’anima” – quel tempo in cui Dio sembra assente, come se ci avesse abbandonato, ma in realtà sta operando nelle profondità del credente una trasformazione che la luce del conforto immediato non potrebbe mai compiere.
La notte oscura può essere un dono, serve a:
• Rivelare le parti del cuore ancora dominate dal sé e non dallo Spirito Santo
• Smascherare gli idoli interiori
• Purificare da dipendenze emotive
• Preparare il credente a una unione più profonda con Dio
Dunque, la notte oscura non è sempre scuola di formazione, a volte è segno di disapprovazione, sintomo di una condizione di peccato, il cui rimedio è il ravvedimento.
L’aridità è anche una purificazione necessaria per liberare il cuore dai suoi idoli e renderlo capace di amare Dio in modo puro.
È nel silenzio e nell’attesa che la fede smette di essere teorica e diventa più radicata e profonda in Dio, come l’albero che, in periodo di siccità, affonda ancora di più le radici in cerca d’acqua.
Così il credente nell’aridità non si ritira dalla vita spirituale, ma scende più in profondità di quanto avesse mai osato.
Nel deserto:
• La fede smette di essere teoria
• Le radici scendono più in profondità
• La fiducia diventa reale
Il silenzio di Dio non è assenza, non è abbandono – è profondità di metodo, una forma di pedagogia spirituale.
Egli opera negli strati invisibili della realtà: nei caratteri, nelle circostanze, nel tempo che scorre senza che vediamo nulla.
Fede non è vedere Dio agire – è credere che stia agendo anche quando non lo vedi.
L’attesa è il tempo in cui Dio scrive in una lingua che capirai solo dopo.
Non sempre Dio si manifesta in modo drammatico, ma continua a operare anche nel silenzio.
Pensa a un’alba: non c’è un’esplosione di luce, non c’è un tuono. Eppure, minuto dopo minuto, il mondo cambia completamente. Il silenzio non è assenza: è gestazione.
Il regno di Dio cresce silenziosamente come il seme nel terreno, e il lievito opera silenziosamente nella pasta (Matteo 13:31-33).
Sono le immagini che Gesù sceglie per descrivere il modo in cui Dio agisce: non la tempesta, non il fuoco, ma il processo silenzioso, invisibile, inesorabile.
“Dio è ancora nel suo apparente silenzio e rimane attivo anche quando appare più distante.” dice Max Lucado
Dio opera negli strati invisibili della vita:
• Nei caratteri
• Nelle circostanze
• Nel tempo che scorre senza segni immediati
Tenendo presente, come ci ricorda Max Lucado che “la fede non è la convinzione che Dio farà ciò che vuoi tu, ma la convinzione che Dio farà ciò che è giusto.”
Dio, nella Sua perfezione, farà sempre solo ciò che è giusto (cfr. per esempio Deuteronomio 32:4), e nonostante i cambiamenti di questo mondo, Dio rimane immutabile (Malachia 3:6).
Allora facciamo nostre le parole della religiosa Teresa d’Avila: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa. Dio non cambia.”
CONCLUSIONE
Abbiamo visto, in questo primo messaggio, due verità che reggono insieme.
Prima di tutto:
1) L’aridità spirituale è un dato di fatto della vita cristiana
• La Bibbia non nasconde i deserti spirituali dei suoi servi: li include nel suo libro di preghiera affinché posiamo essere incoraggiati che come dicevo nell’introduzione:
• Non è un’anomalia del cammino cristiano
• Non è il segnale che qualcosa si è rotto
• Non è un fallimento da nascondere
• Non è un’esperienza per i deboli di fede
In secondo luogo:
2) L’aridità non è priva di scopo
Dio la usa come specchio che rivela ciò che abbiamo nel cuore, come scuola di dipendenza, come preparazione alla missione, come fuoco che purifica.
Se in questo momento ti trovi nel deserto, porta con te questa prima certezza: non sei lì per caso, e non sei lì invano.
Dio sta facendo qualcosa, anche quando tu non senti nulla. Il seme non smette di germogliare solo perché non vedi ancora il germoglio.
Ma resta una domanda aperta, forse la più importante: che cosa può nascere da questo deserto? È a questa domanda che risponderemo nel prossimo messaggio.
Commenti
Posta un commento