Matteo 13:18-23: La parabola dei quattro terreni
Matteo 13:18-23: La parabola dei quattro terreni
Quel giorno Gesù uscì di casa e andò a sedersi in riva al mare. Attorno a Lui si radunò una folla così grande che dovette salire su una barca. Seduto sull’acqua, con la folla sulla riva, cominciò a parlare con parabole.
In Matteo 13:3-9 leggiamo: “Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo: ‘Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un'altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra, e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine, e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi [per udire] oda.’”
Una scena quotidiana. Ogni ascoltatore l’aveva vista con i propri occhi – i campi di Galilea, il seminatore con la borsa, il seme che vola e cade.
Ma Gesù aggiunge alla fine una frase che sveglia: “Chi ha orecchi, oda.”
Qualcosa si nasconde sotto la superficie di questa storia; qualcosa di più grande di un campo e di un raccolto, Gesù la spiega solo ai Suoi discepoli (Matteo 13:11).
Mediteremo solo dai vv.18-23, Gesù spiega la parabola solo ai Suoi discepoli. Dicendo: “Voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore! Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada. Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato. Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa. Ma quello che ha ricevuto il seme in buona terra, è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l’uno rende il cento, l'altro il sessanta e l’altro il trenta.”
Perché a volte predichiamo fedelmente la Parola, ma non vediamo frutto?
La risposta di Gesù nella parabola è semplice e radicale:
• Il seminatore è fedele
• Il seme è perfetto
• Il problema è il suolo: il cuore umano
In questa parabola:
• Il seminatore non cambia
• Il seme non cambia
• La sola variabile è il terreno: il cuore dell’uomo.
Cominciamo con:
I IL SEME SULLA STRADA — IL CUORE INDURITO (v. 19)
Nel v.19 leggiamo: “Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada.”
Gesù parla di coloro che ascoltano la parola (logos) del regno (tēs basileias) – un altro modo di dire il “vangelo del regno”, cioè l’essenza della predicazione di Gesù sull’avvento del regno nel e attraverso il Suo ministero (Matteo 4,23; 9,35; 24,14).
Possiamo chiamarla anche la Parola di Dio (cfr. per esempio Atti 6:2,7; 8:14-15; 1 Tessalonicesi 2:13), e il Vangelo (cfr. per esempio Efesini 1:13).
Di questa parola Gesù dice: “Non comprende”.
Il verbo “comprende” (symiéntos – presente attivo participio) non si tratta semplicemente di non capire, ma di una resistenza attiva, deliberata, ostinata.
La mancanza di comprensione non è ignoranza neutra: è una condizione spirituale corrotta e colpevole (Romani 3:11; cfr. per esempio Atti 28:26-27; Romani 1:21; Efesini 4:18); significa non permettere che la Parola di Dio faccia radici nel cuore.
È la differenza tra sentire il Vangelo e ricevere il Vangelo, tra l’udire e il mettere in pratica (cfr. per esempio Matteo 7:23).
Questa durezza di cuore è l’assenza di fede e di pentimento, è disinteresse, insensibilità, non prendere il messaggio di Gesù sul serio.
Nella cittadina dove sono nato e cresciuto, per andare a trovare i miei zii, vi erano due possibilità: fare la strada asfaltata o fra gli ulivi. C’era un passaggio che veniva chiamato “u viuleddu”, cioè un viottolino, un sentiero, largo forse trenta centimetri. Talmente vi passavano tante persone che era diventato duro come pietra, mentre attorno dove non passava nessuno non lo era, la terra era soffice.
Gesù ha in mente esattamente questa immagine. Nei campi antichi, i sentieri battuti diventavano duri come il cemento sotto il sole cocente, in assenza di pioggia e sotto il costante passaggio del contadino, o di altre persone, creando una superficie impermeabile dove niente poteva penetrare, nemmeno di un millimetro. Rimaneva in superficie, esposto, visibile, e gli uccelli lo vedevano e venivano a mangiarlo.
Ecco il primo tipo di terreno: il cuore indurito che non lascia entrare la Parola di Dio – non perché la Parola sia debole, ma perché il cuore è diventato impenetrabile.
E questo, come “u viuleddu”, non avviene dall’oggi al domani: è un processo lento, un cementificarsi progressivo dell’anima.
Ogni passo che calpesta quel sentiero lo indurisce un po’ di più e la Parola di Dio non assimilata è presa dal maligno, infatti “gli uccelli” rappresentano il maligno, Satana, il diavolo (v.19; Marco 4:15; Luca 8:12).
Come un rapace che piomba sul seme ancora in superficie, strappa via la Parola dal cuore indurito prima che possa affondare le radici (Matteo 13:11-12).
Quando la verità non diventa vera esperienza con il Signore, non viene assimilata, il maligno la ruba facilmente.
Satana non dorme, e non ha bisogno di trascinarti nei peccati più clamorosi per rovinarti l’anima. Gli basta riempire le tue giornate di piccole distrazioni, di scuse plausibili, di rimandi confortanti – finché non ti ritrovi vecchio e ancora senza nessuna decisione di seguire il Signore.
Ogni rimando è un altro passo che calpesta la tua anima indurendola un po’ di più.
• Il rimandare è la più sottile delle tentazioni: non sembra peccato, ma strangola la fede in silenzio
• Il diavolo non teme il peccatore che cade, ma il credente che decide di cominciare oggi
• L’inferno non ha bisogno di grandi porte: gli basta una piccola scusa ripetuta ogni giorno
Quando il cuore è “calpestato” dal peccato, da passioni malvagie, da pregiudizi, dal materialismo, dai fallimenti e dalle delusioni, perché sono proprio questi passi che fanno del cuore duro come una strada battuta dove il seme della Parola di Dio non attecchisce.
Come il contadino prima di seminare, deve preparare il terreno: togliere sassi e zappare la terra e poi semina, così a volte saremo usati dal Signore per preparare i cuori a riceverlo, con la preghiera (cfr. per esempio 1 Timoteo 2:1), con la coerenza (cfr. per esempio Matteo 5:16), con amore autentico (1 Giovanni 3:18), con mansuetudine e rispetto (1 Pietro 3:15).
Molti ascoltatori non sono pronti per ricevere il Vangelo, il seme arriva prima del tempo, mentre è necessario pazientare e aspettare attivamente il momento giusto dell’azione sovrana dello Spirito Santo (cfr. per esempio Giovanni 3:8).
Consideriamo ora:
II IL SEME SUL TERRENO ROCCIOSO — IL CUORE SUPERFICIALE (vv. 20-21)
Nei vv.20-21 è scritto: “Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato.”
Il terreno roccioso è l’immagine di un cuore superficiale.
In Israele esistono zone dove, sotto un sottile strato di terra, si nasconde la roccia piatta. Il seme germoglia velocemente – il terreno superficiale si scalda presto al sole, la pianticella spunta rigogliosa. Ma le radici non trovano profondità, e alla prima siccità, la pianticella avvizzisce: splendida la mattina, secca prima del tramonto.
Questa è forse la più tragica delle immagini, perché sembra una vera conversione – c’è gioia.
È normale che un credente accolga il regno di Dio con gioia, come quella parabola che racconta Gesù: il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo che un uomo dopo averlo trovato, nasconde, e per la gioia che ne ha va e vende tutto quello che ha e compra quel campo! (Matteo 13:44; Romani 14:16-17; Galati 5:22; 1 Tessalonicesi 1:6).
Ma tutta questa energia emozionale se non ha radici, rimane solo un fuoco di paglia emotivo.
Quante persone abbiamo visto entusiaste, gioiose e commosse fino alle lacrime dopo aver ascoltato il Vangelo, dopo aver fatto la preghiera di accettare Gesù, dopo aver alzato la mano in una campagna evangelistica, o in un appello in chiesa dopo una predicazione.
Ma poi il loro entusiasmo si è spento dopo le prime difficoltà: la perdita del lavoro, incomprensioni con altri cristiani, malattie, una storia d’amore andata in pezzi.
Con la stessa improvvisazione con cui avevano abbracciato la fede, se ne sono allontanati.
Spurgeon ha fatto un’osservazione pertinente: “Voglio che capiate chiaramente che la colpa non risiedeva nell’improvvisa conversione. Molte conversioni improvvise sono state tra le migliori che siano mai avvenute.”
Il problema non era la loro crescita improvvisa, il problema era la mancanza di radici.
Luca precisa che queste persone credono solo per un certo tempo: accolgono la Parola con entusiasmo finché non arrivano la persecuzione e la prova.
Non è una crisi spirituale – è una ritirata deliberata.
“È sviato” (skandalizetai – presente passivo indicativo), dice Matteo, vale a dire cade, cessa di credere, smette di seguire Gesù, abbandona la retta via.
Luca è ancora più netto: si tirano indietro, cioè tornano alla vita pagana.
Questa persona aveva fatto un’equazione semplice: benedizioni del regno “sì”, croce del discepolato “no”.
Aveva pensato al Vangelo come a un’assicurazione contro il dolore, non come a una chiamata dentro il dolore.
Quindi sono coloro che non vogliono soffrire per il regno dei cieli.
Eppure, la persecuzione è una cosa normale per il credente come vediamo nella Bibbia! (cfr. per esempio Matteo 5:11-12; Marco 8:34; Atti 4:1-6; 5:17-18; 8:1-4; 14:19-22; 16:35-40; 18:12-17; 19:35-40; 1 Corinzi 15:9; 2 Corinzi 11:24; 2 Timoteo 3:12).
Chi non è ben radicato in Gesù, chi non è un vero credente, alle prime difficoltà, rinuncia alla fede, ritorna indietro, si perde per strada!
Ma il vero credente non si perde per strada! (cfr. per esempio Romani 8:28-39; 1 Corinzi 1:8; Filippessi 1:6).
La persecuzione, come anche la sofferenza, non è un incidente nel piano di Dio – è parte del piano. È il fuoco che rivela se l’oro è vero (1 Pietro 1:6-7).
• La prova non distrugge la fede: rivela se ha radici
• La profondità non si vede nei momenti di entusiasmo, ma nelle radici che resistono alla prova
• L’entusiasmo accende, ma solo le radici sostengono
Questo tipo di terreno rappresenta coloro che prendono decisioni emotive premature nel seguire Cristo senza comprendere il costo del discepolato.
Gesù ha detto di pensarci bene a diventare Suoi discepoli perché seguirlo ha un prezzo (cfr. per esempio Luca 14:25-32).
Non è una mancanza di sincerità iniziale, semplicemente non durano – è l’entusiasmo emotivo che non regge alla prova.
Una fede piantata nel terreno superficiale dell’emozionalismo non ha potere di resistenza.
Il problema non è la mancanza di emozione – il problema è che con l’emozione non vi era la nuova nascita, un pentimento reale, una rottura vera con la vecchia vita.
Non è importante solo iniziare la gara, è importante anche finirla! (2 Timoteo 4:6-8).
Consideriamo:
III IL SEME TRA LE SPINE — IL CUORE SOFFOCATO (v. 22)
Nel v.22 Gesù dice: “Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa.”
Le spine erano già nel terreno quando il seme veniva seminato – il terreno non era stato adeguatamente ripulito dalle radici delle erbacce.
Le spine sono insidiose perché non sono immediatamente mortali. Non strappano il seme come gli uccelli. Non seccano la radice come la roccia. Crescono accanto alla pianticella, lentamente, in silenzio, impercettibilmente – e la soffocano.
Le spine non uccidono la fede in un giorno: la soffocano lentamente.
Gesù identifica due tipi di spine che possono divenire ostacoli al discepolato! (Luca 12:16–21; 14:18 –20; 21:34).
Cominciamo con:
A) Le preoccupazioni della vita
Gli “impegni della vita” (mérimna tou aiōnos), si riferiscono alle preoccupazioni e alle ansietà di questo tempo.
Il lavoro, la famiglia e le responsabilità quotidiane non sono peccaminosi in sé; il problema è quando sono dominanti, quando occupano ogni pensiero, quando Dio viene messo in agenda dopo tutto il resto – e tutto il resto non finisce mai!
Gesù aveva già detto: “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:33-34).
Il contesto di queste parole è a non essere ansiosi dei bisogni primari materiali del mangiare e del vestire, perché Dio si prenderà cura di noi (cfr. per esempio Salmo 23:1; Filippesi 4:19).
Quando i pensieri diventano ansia, in fondo è un fallimento della fede.
Non è un difetto del temperamento – è una dichiarazione pratica che Dio non è abbastanza.
“Prima” (prōtos) indica di primaria importanza! Ci parla di priorità assoluta rispetto a tutto il resto!
Dio deve occupare il primo posto nella gerarchia dei valori!
“Cercate” (zēteite) è un imperativo presente attivo: implica un obbligo continuativo di curare il rapporto con Dio, di impegnarsi a cercare e a fare la volontà di Dio, questo deve essere l’impegno e la lealtà ogni giorno, questa deve essere la priorità come vediamo nelle parole “cercate prima il regno e la giustizia di Dio”.
Il “regno” indica la sottomissione, l’ubbidienza a Dio e la “giustizia” il comportamento, o la vita richiesta da Dio che Lui approva (Matteo 5:6,10,20).
Il regno e la giustizia di Dio, non sono uno dei tanti obbiettivi per i discepoli, ma quello che viene prima di tutto e di tutti!
Il secondo tipo di spine è:
(2) L’inganno delle ricchezze (apatē tou ploutou)
“L’inganno” (apátē - Colossesi 2:8; 2 Tessalonicesi 2:10; Efesini 4:22) indica falsità, seduzione, illusione delle ricchezze (ploutos), quelle ricchezze che uno pensa diano sicurezza, potere e influenza (Isaia 30:6), ma danno una falsa sicurezza perché la nostra vita dipende da Dio (cfr. per esempio 1 Timoteo 6:17) e non solo, perché ci possono allontanare da Dio.
Le ricchezze non mentono apertamente: sussurrano. Promettono sicurezza, influenza, libertà, ma non è mai abbastanza, come quell’uomo che voleva sempre di più come raccontava Gesù in una parabola per sensibilizzare contro l’avarizia: “Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?” E disse: “Questo farò: demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni, e dirò all'anima mia: `Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti.´” Ma Dio gli disse: ‘Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?’ così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio” (Luca 12:18-21).
Dopo aver parlato di accontentarci della condizione in cui ci troviamo materialmente, Paolo rivela la radice del problema: “Quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazioni, di inganni e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. Infatti, l’amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori (1 Timoteo 6:9-10).
Non il denaro in sé, ma l’amore del denaro. Quella priorità nascosta che fa scegliere il conto in banca sopra il regno di Dio!
Il giovane ricco non seguirà Gesù per questo motivo! (Matteo 19:16-22). Quando Gesù gli disse di vendere tutto ciò che aveva e di darlo ai poveri, quel giovane se ne andò triste – non perché fosse cattivo, probabilmente era sincero. Ma quando fu chiamato a scegliere, i suoi possedimenti erano più importanti del regno.
Aveva tenuto tutto – e perso l’unica cosa che contava!
Una persona può frequentare una chiesa, parlare biblicamente, conoscere le dottrine, ma se non produce il frutto di mettere il Signore al primo posto, di una vita trasformata, del carattere di Cristo che cresce dentro di lui, vuol dire che c’è qualcosa che sta soffocando la sua fede dall’interno.
Come scrisse J.C. Ryle: “Non dobbiamo mai accontentarci di una sterile ortodossia. Il Vangelo che professiamo di amare deve produrre buon frutto nel cuore e nella vita. Questo è il cristianesimo reale.”
Questo terreno descrive il credente secolarizzato che non ha rotto con la mentalità del mondo.
• Non è un ateo – è un cristiano diluito
• Non ha rinnegato la fede – l’ha semplicemente messa a tacere sotto il peso del quotidiano
• Non ha rotto con Dio – ha perso le priorità
Questa è la fede soffocata dalla mondanità.
Infine:
IV IL SEME NELLA BUONA TERRA — IL CUORE APERTO (v. 23)
Nel v.23 leggiamo: “Ma quello che ha ricevuto il seme in buona terra, è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l’uno rende il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta.”
La buona terra non è terra magica. È terra lavorata. Terra arata, dissodata, che ha ricevuto il seme in profondità.
Questa persona, non ha ceduto alla durezza della strada, né alla superficialità della roccia, né alla lenta soffocazione delle spine; ha lasciato che la Parola penetrasse, radicasse e fruttificasse.
“Frutto” denota ciò che una persona fa e come vive, rivelando chi essa realmente è (cfr. per esempio Matteo 7:20).
In questo contesto si riferisce all’accoglienza concreta della signoria di Dio, che si manifesta in un comportamento che riflette gli obblighi del Suo regno come specificato nel Sermone sul Monte (Matteo 5-7).
Il vero cristianesimo in Matteo è più che una semplice professione di fede, è la manifestazione di una condotta retta e di obbedienza all’insegnamento di Gesù.
Un vero credente, è quello che ha aperto il cuore a Gesù, e di conseguenza è una persona trasformata con un comportamento diverso rispetto a quello che aveva prima la conversione, sarà consacrato a Cristo nel seguire la Sua volontà!
Il verbo “porta frutto” (karpophorei – presente attivo indicativo) sottolinea che il frutto è una caratteristica continua e permanente del vero discepolo – non un episodio, non una stagione, ma una vita.
Una persona che dice di essere credente, ma non mostra frutto – nessun segno di trasformazione, nessuna obbedienza, nessun cambiamento – non lo è.
Il frutto non è facoltativo per il vero credente – è il segno della fede salvifica in Cristo (cfr. per esempio Giacomo 2:14-26), la prova che si è innestati a Cristo (cfr. per esempio Giovanni 15:1-8) e che si è ripieni dello Spirito Santo (cfr. per esempio Galati 5:16-23), ma ognuno ha una quantità variabile: chi il cento, chi il sessanta, chi il trenta.
Questa quantità variabile non suggerisce che i rendimenti minori derivino da negligenza – ogni livello rappresenta una risposta genuina e significativa alla Parola ricevuta, proporzionale alla capacità, o maturità spirituale di ciascuno.
Comunque, il frutto c’è!
La buona terra non è il risultato dello sforzo umano – è l’opera del Dio che rigenera.
Come disse Ezechiele 36:26-27 con parole che risuonano come una promessa impossibile diventata realtà: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne. Metterò dentro di voi il mio spirito e farò in modo che camminerete secondo le mie leggi, e osserverete e metterete in pratica le mie prescrizioni.”
(cfr. per esempio Tito 3:4-7).
Nelle mani di Dio un cuore di pietra può diventare un cuore di carne.
Il cuore di pietra, simbolo di morte spirituale e insensibilità a Dio, non si ammorbidisce da solo.
Solo Dio è in grado di farlo e lo sostituisce con un cuore di carne, simbolo di vita e di sensibilità, ricettività a Dio.
La salvezza non è solo informazione, ma anche trasformazione.
Questo passo sottolinea che l’iniziativa e la causa della trasformazione è Dio.
Dio non concede un cuore ricettivo perché il peccatore obbedisce; piuttosto, il peccatore obbedisce perché Dio gli infonde un cuore nuovo.
L’obbedienza scaturisce dall’opera precedente di rinnovamento divino, non dallo sforzo umano che la precede.
Dio non si limita a correggere il vecchio: strappa via il cuore di pietra, infonde il suo Spirito dentro di noi e ci rende capaci di camminare nelle sue vie – una trasformazione così radicale che solo la potenza sovrana di Dio può compiere.
CONCLUSIONE
Il seminatore è chiunque semini la Parola – in primo luogo Gesù stesso (Marco 1:14-15), poi tutti i credenti (cfr. per esempio Atti 8:1-4; 2 Timoteo 4:2).
1) Il seminatore crede nella potenza del seme, non nelle proprie capacità
Non nella sua retorica, non nella sua intelligenza. Ma nella Parola di Dio che è viva ed efficace (Ebrei 4:12), che non torna a Dio a vuoto secondo il Suo piano (Isaia 55:10-11), che è potenza di Dio per la salvezza (Romani 1:16).
• Il seme ha vita in sé
• Il seminatore non la crea – la sparge
• Dio fa il resto
Siamo il profumo della Sua conoscenza, il profumo di Cristo per quelli che sono sulla via della perdizione – un odore di morte – e per quelli che sono sulla via della salvezza – un odore di vita – (2 Corinzi 2:14-16).
Dobbiamo vigilare per non falsificare la Parola di Dio, perché siamo chiamati a essere amministratori fedeli dei misteri di Dio (1 Corinzi 4:1–2), servendo secondo le capacità che Egli stesso ci ha affidato (Matteo 25:14–30).
Il nostro servizio deve essere mosso dalla sincerità che viene da Dio, una sincerità che purifica le motivazioni e orienta le nostre azioni, così che siamo trasparenti e onesti davanti al Signore.
Tutto ciò che facciamo è infatti visto e valutato da Dio, Colui che serviamo in unione spirituale con Cristo (2 Corinzi 2:17).
• La domanda non è: quanti hanno risposto?
• La domanda è: sono stato fedele?
• Ho la sincerità che viene da Dio?
Questo è il cuore della risposta alla delusione evangelistica – alla delusione:
• Di chi semina e non vede raccolto
• Di chi accompagna persone che poi se ne vanno
• Di chi predica e sembra predicare nel vuoto
In secondo luogo:
2) Il seminatore deve ricercare l’approvazione di Dio, non il successo personale
Riportando le parole del servo del Signore, in Isaia leggiamo Isaia 49:4: “Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza.”
Non è un uomo debole che parla. È il servo di Dio che guarda i risultati visibili e non vede nulla, è scoraggiato per questo, l’impegno sembra non produrre frutti.
Il campo sembra restituire solo silenzio.
Il regno di Dio spesso appare un fallimento – i missionari, o gli evangelisti lavorano per anni senza vedere frutto, i pastori si chiedono se i loro molti sermoni hanno realizzato qualcosa, i genitori vedono i loro figli ribelli a Dio.
Nonostante l’apparente fallimento, la frase non finisce lì, sempre nello stesso versetto leggiamo: “Ma certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa è presso il mio Dio.”
Nonostante lo scoraggiamento il servo del Signore, allo stesso tempo riafferma la sua fiducia totale in Dio sapendo che il Signore lo approva, ed è questo che dobbiamo ricercare, e lo faremo se serviamo per la gloria di Dio senza essere motivo di scandalo per i non credenti come anche per i credenti (1 Corinzi 10:31-32).
• Quando noi lo adoriamo lo glorifichiamo
• Quando ci santifichiamo lo glorifichiamo
• Quando proclamiamo le Sue virtù lo glorifichiamo, per questo siamo stati redenti da Dio (1 Pietro 2:9-10).
L’evangelizzazione glorifica Dio perché il Vangelo che annunciamo svela la Sua gloria come nulla altro può fare.
Infine:
3) Il seminatore e chi raccoglie sono solo strumenti nelle mani di Dio
Il campo non è mai solo nostro. Gesù in Giovanni 4:37-38 ci dice che c’è chi semina e chi raccoglie.
Questo rovescia la prospettiva:
• Forse il terreno che sembra duro davanti a te è già stato seminato da qualcun altro prima di te
• Forse il tuo lavoro apparentemente vano è il terreno che qualcun altro mieterà dopo di te
Ma è Dio che attira a Cristo (Giovanni 6:44) e Dio che salva (Salmo 3:8; Giona 2:9).
Paolo fondò la chiesa a Corinto mentre Apollo continuò il ministero dopo la partenza di Paolo, ma il punto centrale è radicale: sebbene Paolo abbia piantato e Apollo abbia irrigato, secondo come il Signore ha dato a ciascuno (1 Corinzi 3:5), ma solo Dio causa la crescita.
Ognuno riceverà il proprio premio secondo la propria fatica, non dice successo, o convertiti, (1 Corinzi 3:5-8).
Questa è la liberazione più profonda dalla delusione – il risultato:
• Non dipende dalla mia eloquenza
• Non dipende dal mio metodo
• Non dipende dalle mie forze
• Dipende da Dio
Questo non elimina la responsabilità – Paolo pianta, Apollo irriga, entrambi fanno la loro parte.
Ma toglie il peso schiacciante di dover produrre ciò che solo Dio può produrre.
Il seminatore non può fare quello che solo Dio può fare.
• Non può aprire gli occhi del cieco spirituale (Matteo 11:27; Giovanni 6:65)
• Non può dare vita a chi è morto nei peccati (Efesini 2:1-5)
• Non può sostituire il cuore di pietra con un cuore di carne (Ezechiele 36:26-27)
Comprendere questo non è un invito alla pigrizia – è la liberazione dalla schiavitù dei risultati.
Se la salvezza appartiene a Dio, io non devo portarne il peso.
• Il mio compito è seminare
• Il mio dovere essere fedele
• Tutto il raccolto appartiene a Lui
Sapere che la salvezza è opera di Dio non mi rende passivo: mi rende libero.
Libero di seminare senza ansia, di servire senza paura, di affidare a Lui ciò che solo Lui può compiere.
Le false aspettative generano delusioni!
È vero che dobbiamo credere che possiamo spostare le montagne (cfr. per esempio Marco 11:22-23, Ebrei 11:1,6), nelle grandi opere che Dio può compiere (Efesini 3:20), ma è altrettanto vero che Dio non agisce sempre secondo le nostre aspettative (cfr. per esempio Proverbi 16:9; Isaia 55:8-9).
La fede non è pretendere risultati, ma confidare nella Sua volontà, nei Suoi tempi e nei Suoi modi (cfr. per esempio Giovanni 11:5-27; Ebrei 4:16; 1 Pietro 5:6).
Il seminatore deluso spesso soffre perché ha inconsciamente assunto una responsabilità che non gli appartiene, o come Elia si scoraggia e va in depressione, perché non ha raggiunto i risultati sperati: ha avuto una grande vittoria contro 450 profeti di Baal, ma scappa davanti la regina Izebel, che non si era ravveduta dall’idolatria e che lo voleva uccidere pensando di essere rimasto da solo (1 Re 19:1-10), mentre vi erano ancora settemila uomini che non si erano piegati a Baal (1 Re 19:18).
Elia aspettava un campo in fiore. Dio stava lavorando sottoterra.
La delusione svanisce quando ricordiamo che il campo è Suo: noi seminiamo, ma è la Sua mano che fa nascere la vita secondo la Sua volontà.
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