Luca 24:25-27,30-32: Dalla cecità ostinata alla chiarezza donata
Luca 24:25-27,30-32: Dalla cecità ostinata alla chiarezza donata
La speranza che cammina con noi
Un bambino si era perso in una città del nord dell’Inghilterra. Un poliziotto lo trovò che piangeva. “Figliolo, cosa c’è che non va?” “Mi sono perso. Non riesco a trovare la strada di casa”, ripose il bambino.Il poliziotto cominciò a elencare punti di riferimento – ristoranti, negozi, monumenti. Ma il bambino non conosceva nessuno di quei luoghi. Poi il poliziotto pensò alla grande chiesa con la croce illuminata.
“Figliolo, vedi quella chiesa laggiù con la croce?” Con il volto illuminato, il bambino rispose: “Sì! Portami alla croce. Da lì troverò la strada di casa.”
Sulla strada di Emmaus, due discepoli erano persi, non geograficamente – conoscevano la strada, ma spiritualmente – avevano perso ogni speranza.
Il loro Messia era morto sulla croce. I loro sogni sepolti con Lui.
Camminavano via da Gerusalemme – via dalla comunità, via dalla speranza.
E mentre camminavano nella loro cecità, Gesù si avvicinò, ma non potevano riconoscerlo perché i loro occhi mentali erano chiusi.
Questa è la storia di come Dio apre occhi ciechi.
Stiamo trattando una piccola serie intitolata: La speranza che cammina con noi.
Ma andiamo con ordine cominciando da:
I L’OSTINAZIONE DEL CUORE
Prima che arriviamo al momento della rivelazione, dobbiamo affrontare il problema più profondo: la cecità spirituale ostinata.
Nel v. 25 leggiamo: “Allora Gesù disse loro: ‘O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!’”
Rivolgendosi a loro in questo modo, Gesù espresse sia sorpresa che rimprovero riguardo alla loro intelligenza, perché avrebbero dovuto conoscere meglio le Scritture (v.27) e di conseguenza crederle, ma invece erano riluttanti, e questo portò loro tristezza.
Il loro atteggiamento sarebbe stato diverso se avessero avuto una conoscenza completa e una profonda fede in tutte le prove delle Scritture.
“O insensati” esprime grande delusione.
“O” (ō) è un’esclamazione che implica una forte emozione (cfr. per esempio Marco 9:19; Luca 9:41; Atti 1:1; 13:10; Romani 2:1, 3; 9:20; Galati 3:1; 1 Timoteo 6:20; Giacomo 2:20).
“Insensati” (anoētoi) è letteralmente “senza mente”, “senza comprendonio”, privo di intelligenza, non caratterizzati dall’uso della ragione, incapaci di comprendere, ottusi.
La parola greca era usata dai filosofi per indicare coloro che non avevano una giusta prospettiva delle cose.
L’insensato è colui che pensa, parla e agisce a casaccio, senza discernimento, ed è governato dalla stoltezza.
“Lenti di cuore” (bradeis tē kardia) significa lenti, pigri, ostinati nel credere al messaggio dei profeti. Un modo di dire metaforico per indicare una mancanza di vigilanza spirituale.
David E. Garland scrive: “L’incapacità di questi due di credere è un fallimento morale, non un fallimento intellettuale (Abacuc 1:5; Atti 13:41).”
“Il cuore” (kardia) è il centro della persona intera e comprende:
• Mente/intelletto: il centro del pensiero e della comprensione (cfr. per esempio Marco 2:6,8; Romani 1:21)
• Volontà: il centro delle decisioni (cfr. per esempio Atti 11:23; Romani 2:5)
• Emozioni: sentimenti e affetti (cfr. per esempio Giovanni 14:1; Romani 9:2)
• Coscienza morale: il senso del bene e del male (cfr. per esempio 1 Giovanni 3:20-21)
• Sede della fede: dove si crede (Romani 10:9-10)
Quei due discepoli erano ostinati nel centro più profondo del loro essere – non solo emotivamente freddi, ma intellettualmente resistenti, volitivamente riluttanti ad accettare la verità delle Scritture.
In questo senso il rimprovero di Gesù richiama l’attenzione sul loro fallimento nell’orientarsi pienamente attorno al Suo insegnamento.
“Credere” (pisteuein – presente attivo infinito) indica la fede, ritenere come vero e accettarlo con fiducia (cfr. per esempio Luca 1:20; Giovanni 2:22; Atti 9:42; 11:17; 16:31; 22:19; 2 Tessalonicesi 2:12).
Quindi erano lenti di cuore in riferimento, o specificatamente, alla fede.
“L’accettazione di quanto detto dai profeti avrebbe dovuto portare i discepoli a credere ai resoconti delle donne alla tomba; si può credere nella resurrezione basandosi sulle prove degli altri, anche se ciò non significa che il Signore trattenga prove personali da chi ne ha bisogno” (Marshall).
Ma qual è il problema? Il problema:
• Non è intellettuale, è di cuore
• Non è questione di intelligenza, ma di volontà
Hanno tutte le informazioni necessarie, ma il loro cuore si rifiuta di credere.
Perché? Perché la verità contrasta con le loro aspettative teologiche.
La loro teologia era una gabbia che imprigionava persino Dio.
Avevano una teologia precisa su come doveva agire il Messia: doveva liberare Israele politicamente, sconfiggere gli oppressori romani, stabilire il regno davidico.
Avevano costruito un Messia a loro immagine, non secondo l’immagine di Dio.
Il loro fallimento deriva dal loro rifiuto di abbracciare le vie di Dio.
Un Messia crocifisso non rientrava nei loro schemi. Eppure, la croce stava lì, davanti a loro, come un fatto innegabile.
La croce demoliva ogni loro certezza e categorie teologiche; era scandalosa per chi come loro, volevano un Dio controllabile, prevedibile, addomesticato.
Quindi, anche con tutte le evidenze davanti a loro – la tomba vuota, la testimonianza degli angeli, le apparizioni – i loro occhi rimanevano chiusi.
Quale fu la radice del loro errore?
I discepoli credevano e aspettavano il Messia, ma pensavano che non potesse soffrire, perché avevano una conoscenza parziale dell’Antico Testamento, o avevano idee sbagliate su ciò che l’Antico Testamento insegnava e quindi avevano idee sbagliate sulla croce.
William Hendriksen commentava: “Questi uomini mancarono la gioia della salvezza perché non prestarono abbastanza attenzione e non credettero nella parola della profezia nella sua interezza. Coloro che trascurano lo studio della Parola di Dio non si rendono conto di quanto si perdano. Non c’è da meravigliarsi se sembrano cupi.”
Leggevano le Scritture come chi guarda attraverso una nebbia fitta: vedevano forme, ombre, ma non la realtà nitida del piano di Dio.
Ecco perché Gesù spiegherà loro tutte le cose che i profeti avevano dette e la necessità della Sua morte e risurrezione, mostrando come questo fosse il compimento delle Scritture (Luca 24:25–27).
Dio opera in modo diverso dalle nostre aspettative – agisce secondo una logica che l’uomo non immaginerebbe: il Suo Unto doveva passare attraverso la sofferenza per entrare nella gloria (Luca 24:26).
Gesù non è stato glorificato nonostante la croce, ma attraverso la croce. Morte e risurrezione fanno parte dello stesso piano divino.
In sintesi, il problema dei discepoli fu questo:
• Avevano frainteso cosa insegnavano le Scritture (Antico Testamento) sul Messia
• Vedevano la gloria, ma non la sofferenza
• Vedevano la corona, ma non la croce
• Non capivano che il Messia doveva prima soffrire e morire, poi ritornare in gloria
• Quando Gesù fu crocifisso, pensarono che Dio li avesse delusi, ma era la loro comprensione a essere sbagliata
Ogni passo lontano dalla croce è un passo nella direzione sbagliata ed è la strategia del diavolo: il diavolo vuole tenerti lontano dalla croce.
Questo è un avvertimento solenne per noi.
Le nostre aspettative teologiche e le nostre idee preconcette su come Dio dovrebbe agire, possono accecarci alla realtà di ciò che Dio sta effettivamente facendo.
Dio non è vincolato alle nostre categorie: quando pretendiamo che deve agire secondo i nostri schemi, rischiamo di non riconoscerlo quando agisce in modo diverso.
Non chiudere il cuore davanti all’opera di Dio solo perché non corrisponde a ciò che pensavi dovesse fare.
La tomba vuota è la prova che Dio opera oltre ogni nostra immaginazione.
Vediamo ora:
II L’OPERA DELLE SCRITTURE
Gesù non li lascia nella loro cecità.
Nei vv. 26-27 è scritto: “‘Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano.’”
Quei due discepoli sulla via di Emmaus avrebbero dovuto sapere dai profeti che il Cristo doveva soffrire ed entrare nella Sua gloria.
Ma cosa significa esattamente questo “doveva”?
“Non doveva” (ouchi edei) sottolinea la necessità divina, Luca la usa a volte per indicare il piano di Dio nella storia (Luca 2:49; 4:43; 13:14,33; 21:9; 22:37).
Il verbo “doveva” (edei – imperfetto attivo indicativo) indica ciò che deve necessariamente avvenire, con l’implicazione di inevitabilità (cfr. per esempio Marco 13:7), spesso come nel piano di Dio come in Luca 24:26 (cfr. per esempio Atti 19:36; Giovanni 12:34).
Indica qualcosa che è accaduto e che doveva assolutamente accadere – era necessario che accadesse.
Non si sta parlando di:
• Necessità sociale o di costume
• Necessità di circostanze
• Possibilità oppure di opzioni
“Doveva” esprime necessità divina assoluta e incondizionata.
La croce non è casualità, e nemmeno un piano B, è il decreto eterno di Dio, scritto prima la fondazione del mondo.
È la struttura stessa delle Sue vie, rivelata attraverso tutta la Scrittura come un filo d’oro che attraversa la storia.
Luca usa “doveva” per mostrare che l’intera storia della salvezza – dalla nascita alla morte alla risurrezione di Gesù – è parte del piano divino coerente che offre certezza alla fede.
La croce doveva accadere:
• Perché i profeti l’avevano predetta (cfr. per esempio Luca 24:44-46; Atti 3:18; 1 Pietro 1:10-11)
• Perché era la via che Dio aveva stabilito (cfr. per esempio Atti 2:23; 4:27-28; 1 Pietro 1:19-21)
• Perché non c’era altra via per la salvezza (cfr. per esempio Atti 4:12; 1 Timoteo 2:4-5; Ebrei 2:10; 9:22)
Questa necessità non nasce da un destino cieco, o da una forza impersonale –nasce dall’amore di Dio (cfr. per esempio Giovanni 3:16; 1 Giovanni 4:9-10).
Dio non è intrappolato dalle circostanze – è Dio che ha scelto liberamente di salvare il mondo attraverso la crocifissione di Suo Figlio Gesù Cristo.
Il v. 26 dice: “Ed entrare nella sua gloria?
La “gloria” (doxa) si riferisce allo splendore dell’essere in presenza di Dio o, nel caso di Gesù, al Suo fianco (cfr. per esempio Salmo 26:8; Isaia 58:8; 60:1–2; Luca 21:27; Atti 7:55; Filippesi 2:5–11; 1 Timoteo 3:16; 1 Pietro 1:11, 21).
“Gloria” ricorda la trasfigurazione di Gesù (Luca 9:31), la Sua condizione prima dell’incarnazione (cfr. per esempio Giovanni 17:5), il Suo stato di esaltazione, vale a dire:
• La resurrezione con un corpo glorioso (cfr. per esempio Atti 2:24,32; Filippesi 3:21)
• L’ascensione (cfr. per esempio Atti 1:9-11)
• L’intronizzazione alla destra di Dio (cfr. per esempio Atti 2:33-34; Ebrei 1:3) da dove regna (cfr. per esempio Salmo 110:1; Marco 16:19; Luca 22:69; Atti 2:34-35; 7:55; Efesini 1:20-22; Ebrei 1:3).
Il verbo “entrare” (eiselthein – aoristo attivo infinito) descrive un atto compiuto e definitivo: non un processo graduale, ma un attraversamento di soglia – il momento in cui il Crocifisso entra risorto nella gloria come Signore e Re.
Il v.27 dice: “E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano.’
John MacArthur commenta: “La confusione e l’incredulità dei due discepoli definivano chiaramente il loro bisogno di comprendere la realtà di ciò che era accaduto. Avevano bisogno di sapere non solo che Gesù è risorto dai morti, ma anche che la sua morte e resurrezione sono caratteristiche essenziali del suo messia. Dovevano capire che ciò che era accaduto era il piano di Dio per la redenzione di Israele e del mondo.”
Il verbo “spiegò” (diermēneusen) rivela qualcosa di straordinario, significa molto più che semplicemente leggere le Scritture.
Il verbo “spiegare” (diermēneúō) significa “interpretare”, “tradurre”, “rendere chiaro ciò che era oscuro”, o “comprensibile ciò che era incomprensibile” (cfr. per esempio Atti 19:36; 1 Corinzi 12:30; 14:5,13,27;).
Nell’uso greco, l’interprete (hermēneus) non si limitava a tradurre parole da una lingua all’altra, ma rendeva accessibile ciò che era oscuro, aggiungeva chiarimenti e spiegazioni necessarie perché il messaggio potesse portare frutto.
Filone dice che Dio equipaggia l’interprete perfetto “facendo sgorgare per lui le sorgenti del linguaggio.”
Ebbene, qui accade qualcosa di straordinario: il Risorto stesso – come Mosè fu interprete della Legge – diventa l’interprete supremo di tutte le Scritture che parlano di Lui.
Non solo legge i testi, ma apre ciò che era sigillato, scioglie ciò che era legato, illumina ciò che era oscuro.
Spiega come tutto puntava verso la Sua sofferenza e gloria.
Riguardo la parola “spiegare”, è interessante l’interpretazione di Nikolaus Walter: “Si riferisce a ‘un’apertura’ di ciò che era stato precedentemente chiuso. Il Risorto stesso apre ai discepoli una comprensione completamente nuova dell’Antico Testamento: le Scritture, da Mosè a ‘tutti i profeti’, si riferiscono a lui, in particolare alla sua sofferenza e alla sua esaltazione (v. 26).”
Perché questa apertura era necessaria? Perché c’era un problema fondamentale: secondo Deuteronomio 21:23, un crocifisso è maledetto da Dio.
L’opera di Gesù, in particolare la Sua morte sulla croce, non corrispondeva all’attesa messianica ebraica (vv. 19-21).
I discepoli aspettavano un liberatore politico, un profeta potente; non potevano concepire un Messia appeso al legno della maledizione.
Ma ora il Risorto apre ciò che era chiuso, spezza i sigilli, squarcia i cieli.
Attraverso questa nuova interpretazione cristologica dell’Antico Testamento, diventa possibile riconoscere e proclamare Gesù come il Messia mandato da Dio – non nonostante la croce, ma attraverso la croce.
Le Scritture parlavano di Lui. La sofferenza non contraddiceva il piano messianico: era il cuore pulsante del piano messianico.
Se quei due discepoli avessero creduto alle Scritture (cfr. per esempio Luca 16:31; Atti 26:27), non sarebbero stati tristi (Luca 24:17) né confusi (Luca 24:19–24).
Gesù percorse l’intera Scrittura, dall’inizio alla fine. Come chi apre un rotolo lungo secoli e mostra come ogni parola, ogni storia, ogni profezia convergeva su di Lui.
La completezza degli insegnamenti di Gesù è sottolineata in diversi modi: inizia (arxamenos) da Mosè e va a “tutti” (pantōn) i profeti e spiega “tutte” (pasais) le Scritture.
Leon Morris commenta: “Luca non fornisce alcuna indicazione sui passi scelti dal Signore, ma chiarisce che l’intero Antico Testamento era coinvolto. Forse dovremmo intendere questo non come la selezione di una serie di testi di prova, ma piuttosto come la dimostrazione che in tutto l’Antico Testamento si realizza un proposito divino coerente, un proposito che alla fine significava e deve significare la croce.”
Che studio biblico dev’essere stato!
Forse Gesù ha riportato alla loro mente passi tipo:
Genesi 3:15: il seme della donna che schiaccia il serpente
Genesi 22: Isacco, il figlio promesso, offerto in sacrificio
Esodo 12: l’agnello pasquale il cui sangue salva
Levitico 16: il capro espiatorio che porta i peccati
Isaia 53: il servo sofferente trafitto per le nostre trasgressioni
Il Salmo 22:1 dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
In Zaccaria 12:10 leggiamo: “Essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto.”
Oppure, può essere che Gesù non si riferiva a un passo specifico dell’Antico Testamento, come diceva J. Dupont: “Gesù non ha soltanto realizzato le predizioni contenute in qualche frase enigmatica della Bibbia; egli ha innanzitutto, compiuto la lunga speranza di Israele. Egli è il termine della sua attesa, colui verso il quale convergono tutte le Scritture.”
Stava mostrando che tutto l’Antico Testamento convergeva su di Lui.
• Tutto punta a Cristo
• Tutto testimonia della necessità della croce
• Tutto testimonia della certezza della risurrezione
E questo è come Dio inizia ad aprire i nostri occhi.
• Non attraverso esperienze mistiche
• Non attraverso visioni spettacolari
Ma attraverso la Parola!
Romani 10:17 dice: “Cosí la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.”
Due osservazioni sono fondamentali:
• Innanzitutto, Gesù ci fa capire che Lui è l’apice di tutta la Bibbia
Questo significa che non possiamo pensare che tutto giri intorno a noi. Il Signore Gesù passò da Mosè (Genesi) attraverso tutto l’insegnamento biblico su Sé stesso.
Questo significa che non leggiamo correttamente la nostra Bibbia finché non vediamo come si collegano alla vita, alla morte e alla resurrezione di Gesù.
• Secondo, la nostra fede deve essere radicata nella rivelazione di Dio nella Bibbia Abbiamo una fede biblica. Crediamo a queste cose perché la Bibbia le ha predetti e si sono realizzate nella storia.
Dov’è radicata la nostra fede? La nostra fede:
• Non deve poggiare sull’instabilità della sabbia delle nostre emozioni
• Non deve poggiare su esperienze soggettive
• Non deve poggiare su teologie costruite a nostra immagine
• Non deve poggiare su ciò che vorremmo che Dio fosse
Ma sulla roccia della Parola rivelata! Su ciò che Dio ha rivelato di Sé stesso nella Bibbia!
Consideriamo:
III L’OCCASIONE DEL RICONOSCIMENTO
Leggiamo nei vv.30-31: “Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista.”
Probabilmente, data l’autorità con cui aveva parlato durante il cammino, i due lo trattano come un maestro e gli cedono naturalmente il posto d’onore a tavola per il pasto serale.
Gesù prende il pane come la moltiplicazione dei pani e l’Ultima Cena (Luca 9:16; 22:19), recita la benedizione (Marco 14:22; Luca 9:16;) lo spezzò (Matteo 14:19; 15:36; 26:26; Luca 22:19; 1 Corinzi 11:24).
Il tempo del verbo “diede” (epedidou – imperfetto attivo indicativo) indica che nell’atto di darglielo, mentre lo prendevano dalla Sua mano, i loro occhi si aprirono.
Nello spezzare il pane – alcuni studiosi dicono che riconobbero il Suo gesto nel modo come lo spezzava, come ha fatto nell’Ultima Cena (ma non ci sono prove che loro fossero presenti), forse videro i segni delle mani trafitte dai chiodi – i loro occhi furono aperti.
Ma la cosa importante non è questo, ma il fatto che in quell’azione qualcuno più che qualcosa suscitò una vibrazione: Dio o Gesù stesso, ha scelto quel momento per rendere chiaro chi fosse il loro ospite.
Come un diapason che suona alla frequenza esatta, Dio tocca le corde del cuore umano e improvvisamente tutto risuona in armonia.
• Non fu il gesto che salvò
• Non fu il pane che rivelò
• Non fu la benedizione che illuminò
Fu Dio che scelse quel momento, quel gesto, quel pane, quella benedizione per far vibrare la realtà spirituale dentro di loro.
Il miracolo non era nel pane spezzato – il miracolo era negli occhi aperti, non è magia eucaristica – è sovranità divina.
• Dio sceglie i Suoi momenti – non i nostri
• Dio sceglie i Suoi metodi – non i nostri
Poteva essere in qualsiasi altro posto e momento diverso, ma così non è stato.
• Avrebbero potuto riconoscerlo sulla strada – non successe
• Avrebbero potuto riconoscerlo alla porta – non successe
• Avrebbero potuto riconoscerlo seduto – non successe
Lo fece quando spezzò il pane a cena, perché Dio ha i Suoi appuntamenti!
Notate “furono aperti” (diēnoichthēsan – aoristo passivo indicativo) il verbo è passivo.
Non è: “Aprirono gli occhi”, ma “i loro occhi furono aperti”, cioè da qualcun altro – da Dio, o da Gesù.
La capacità dei discepoli di riconoscere Gesù resuscitato è resa possibile dalla rivelazione divina, come lo era al contrario la loro incapacità di riconoscerlo (Luca 24:16).
I loro occhi erano velati – non da cataratta spirituale, ma da sovranità divina. E quando Dio, o Gesù solleva il velo, non lo fa gradualmente come un’alba lenta.
Lo strappa via in un istante, come si apre una tenda su un palcoscenico.
• Un momento: straniero sconosciuto.
• Il momento dopo: Signore risorto.
• Non fu rivelazione a rate: fu illuminazione istantanea.
“Riconobbero” (epegnōsan – aoristo attivo indicativo) è conoscere pienamente, discernere in modo chiaro e distinto, o riconoscere esattamente o con certezza, una conoscenza che coglie la realtà nella sua identità vera.
Non è la prima volta che lo vedono e lo identificano – è il momento in cui vedono chi è davvero. È un riconoscimento che va oltre l’identificazione visiva: è comprensione piena dell’identità.
Il verbo (aoristo) indica che non fu un processo graduale, ma un momento preciso, istantaneo.
Gli occhi furono aperti e in quel momento riconobbero.
Luca usa deliberatamente questo verbo perché il riconoscimento di Gesù non è mai puramente visivo o intellettuale – è sempre una rivelazione.
Conoscere Gesù non è per intuizione umana, non è mai una conquista umana, ma per rivelazione della grazia divina (Matteo 11:27; Luca 10:22; cfr. per esempio 1 Corinzi 2:6-16).
Thabiti Anyabwile ha ragione quando dice: “Non possiamo conoscere Gesù solo attraverso lo studio biblico e la comprensione intellettuale. Dobbiamo avere una rivelazione da Dio.”
• Puoi memorizzare ogni versetto
• Puoi leggere ogni commentario
• Puoi padroneggiare l’ebraico e il greco.
• Puoi conoscere tutte le dottrine della Bibbia
Ma se Dio non apre i tuoi occhi, hai solo libri nel cervello, non Cristo nel cuore.
I discepoli avevano appena ricevuto una lezione di teologia biblica da Gesù stesso sulla strada – eppure non Lo riconobbero, era necessaria la rivelazione divina.
Questo è il punto cruciale:
• Possiamo studiare la Bibbia
• Possiamo ascoltare prediche
• Possiamo accumulare conoscenza teologica.
Ma se Dio non apre i nostri occhi, rimaniamo ciechi!
E questa rivelazione è opera esclusiva di Dio.
2 Corinzi 4:6 dice: “Perché il Dio che disse: ‘Splenda la luce fra le tenebre’, è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo.”
È Dio che fa splendere la luce nei nostri cuori. È Lui che rivela Cristo a noi.
E appena lo riconoscono, Gesù scompare.
Perché? Perché ora hanno qualcosa di meglio della Sua presenza fisica, hanno:
• La Parola illuminata
• Il cuore acceso
• La fede aperta
Devono imparare a camminare per fede, non per vista. E questo vale anche per noi oggi.
Se conosci Gesù, fermati un momento.
• Non fu per la tua intelligenza che lo hai riconosciuto
• Non fu per il tuo studio che lo hai compreso
• Non fu per la tua ricerca che lo hai trovato
I tuoi occhi furono aperti da Lui.
Questo richiede due risposte:
• Lode – perché se lo conosci, è solo grazia. Pura, immeritata, sovrana grazia.
Dio ha aperto i tuoi occhi quando avrebbe potuto lasciarti cieco.
Dio ha illuminato il tuo cuore quando avrebbe potuto lasciarti nelle tenebre.
• Umiltà – perché non hai nulla di cui vantarti. Il Signore si è voluto rivelare a te; non sei più spirituale di chi non lo vede.
La differenza tra te e chi non conosce Cristo non è il tuo merito. È la Sua misericordia.
Quindi: loda Dio che ti ha aperto gli occhi. E resta umile, sapendo che senza di Lui saresti ancora cieco.
Infine, esploriamo:
IV L’OSSERVAZIONE RETROSPETTIVA
È scritto nel v.32: “Ed essi dissero l’uno all’altro: ‘Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?’”
I due discepoli si sono detti con una domanda che implica l’affermazione che i loro cuori ardevano mentre Gesù parlava e spiegava le Scritture.
Infatti, il presente “ardeva”, indica azione continua: mentre Gesù parlava, il cuore continuava ad ardere.
• Non un momento di emozione, ma fuoco costante durante tutta la spiegazione delle Scritture
• Non scintille occasionali, ma fiamme continue
• Non calore intermittente, ma incendio sostenuto
“Ardeva” (kaiomenē – presente passivo participio) è bruciava, era in fiamme, metaforicamente indica entusiasmo e aspettativa, eccitazione e conforto, interesse e piacere, meraviglia e gioia, energia e nuova fede.
Avevano percepito che stava succedendo qualcosa di speciale ed erano profondamente toccati emotivamente, un’emozione intensa, profonda e trasformante; questo indica che il loro cuore ardeva.
È stata un’esperienza spirituale intensa, una sorta di risveglio spirituale.
Il passivo è cruciale: non è il risultato di auto-suggestione o emozione umana, il passivo indica che il cuore non si riscaldava da sé, ma era riscaldato da qualcosa/qualcuno esterno.
Il loro cuore veniva acceso dalla Parola di Dio spiegata da Cristo stesso.
È il fuoco che proviene dalla Parola di Dio, la sua forza dentro loro stessi, il segno che qualcosa di vero e profondo sta accadendo.
E questo è esattamente ciò che riconobbero retrospettivamente: i loro cuori stavano già ardendo durante lo studio biblico, prima ancora di riconoscere visivamente Gesù.
La Parola stava già lavorando quando loro ancora non capivano.
• Dio scalda prima di illuminare
• Prepara prima di rivelare
• Accende prima di aprire
La Parola di Dio stava già facendo il suo lavoro, perché la Parola di Dio è vivente ed efficace (Ebrei 4:12).
• La Parola di Dio è vivente – non lettera morta su pagina morta
• La Parola di Dio è efficace – non informazione inerte, ma potenza operante
Il nostro compito non è renderla efficace. È già efficace. Il nostro compito è spiegarla fedelmente e farci da parte.
La Parola non ha bisogno di noi per essere potente. Siamo noi ad aver bisogno di essa essere vivi.
• Non ha bisogno di essere “animata” dall’uomo
• Non ha bisogno di essere “resa interessante”
• Non ha bisogno di trucchi retorici o espedienti umani
Potremmo non riconoscere Gesù immediatamente, ma quando la Scrittura è spiegata fedelmente, la Parola stessa opera:
• Scalda cuori freddi – come sole che scioglie ghiaccio
• Illumina menti oscurate – come lampada in una stanza buia
• Penetra anime indurite – come spada che trafigge corazza
• Prepara alla rivelazione – come aratro che rompe terreno per il seme
E quando questo fuoco prende, non si spegne più: attraversa i secoli e accende generazioni.
Chi ha sentito ardere il cuore per la Parola di Dio non può più smettere.
Fu quella gioia ardente che spinse:
• Henry Martyn a esclamare: “Ora lasciami bruciare per Dio.”
• David Brainerd scrisse nel suo diario: “Oh, se potessi essere una fiamma di fuoco al servizio del mio Dio!”
• John Wesley alla sua conversione: “Sentii il mio cuore scaldarsi stranamente.”
CONCLUSIONE
Ecco il viaggio dei discepoli di Emmaus, che è anche quello di ogni credente.
In questo sermone abbiamo visto:
1) Il problema
Non era mancanza di informazioni. Era ostinazione del cuore, avevano costruito un Messia a loro immagine, e quando Dio agì diversamente, si chiusero.
La lezione? Le nostre aspettative teologiche possono accecarci alla verità.
Non cercare un Dio fatto a tua immagine. Cerca il Dio che si è rivelato nella Sua Parola.
Abbiamo visto:
2) Il mezzo
Gesù non diede loro visioni spettacolari, con franchezza aprì le Scritture e spiegò dall’inizio alla fine le cose che lo riguardavano.
• La Parola corregge
• La Parola illumina
• La Parola prepara
Non sottovalutare la predicazione fedele della Scrittura. Credi che la Parola di Dio è vivente ed efficace.
E ancora abbiamo considerato:
3) La soluzione
Non è stata in loro, ma il Signore aprì i loro occhi
• Solo Dio può togliere il velo
• Solo Dio può dare rivelazione
• Solo Dio può aprire occhi chiusi
Conoscere Cristo non è conquista umana – è rivelazione divina, ma prima della rivelazione, il cuore arde, la Parola opera prima di capire.
Dio scalda prima di illuminare; prepara prima di rivelare, e quando apre gli occhi, nulla resta come prima.
Se oggi sei su quella strada – deluso, confuso, lontano: vai alla Parola di Dio.
• Non cercare prove empiriche – hai la testimonianza della Scrittura
• Non pretendere che Dio agisca secondo i tuoi schemi – Lui opera secondo la Sua Parola
Ma andiamo con ordine cominciando da:
I L’OSTINAZIONE DEL CUORE
Prima che arriviamo al momento della rivelazione, dobbiamo affrontare il problema più profondo: la cecità spirituale ostinata.
Nel v. 25 leggiamo: “Allora Gesù disse loro: ‘O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!’”
Rivolgendosi a loro in questo modo, Gesù espresse sia sorpresa che rimprovero riguardo alla loro intelligenza, perché avrebbero dovuto conoscere meglio le Scritture (v.27) e di conseguenza crederle, ma invece erano riluttanti, e questo portò loro tristezza.
Il loro atteggiamento sarebbe stato diverso se avessero avuto una conoscenza completa e una profonda fede in tutte le prove delle Scritture.
“O insensati” esprime grande delusione.
“O” (ō) è un’esclamazione che implica una forte emozione (cfr. per esempio Marco 9:19; Luca 9:41; Atti 1:1; 13:10; Romani 2:1, 3; 9:20; Galati 3:1; 1 Timoteo 6:20; Giacomo 2:20).
“Insensati” (anoētoi) è letteralmente “senza mente”, “senza comprendonio”, privo di intelligenza, non caratterizzati dall’uso della ragione, incapaci di comprendere, ottusi.
La parola greca era usata dai filosofi per indicare coloro che non avevano una giusta prospettiva delle cose.
L’insensato è colui che pensa, parla e agisce a casaccio, senza discernimento, ed è governato dalla stoltezza.
“Lenti di cuore” (bradeis tē kardia) significa lenti, pigri, ostinati nel credere al messaggio dei profeti. Un modo di dire metaforico per indicare una mancanza di vigilanza spirituale.
David E. Garland scrive: “L’incapacità di questi due di credere è un fallimento morale, non un fallimento intellettuale (Abacuc 1:5; Atti 13:41).”
“Il cuore” (kardia) è il centro della persona intera e comprende:
• Mente/intelletto: il centro del pensiero e della comprensione (cfr. per esempio Marco 2:6,8; Romani 1:21)
• Volontà: il centro delle decisioni (cfr. per esempio Atti 11:23; Romani 2:5)
• Emozioni: sentimenti e affetti (cfr. per esempio Giovanni 14:1; Romani 9:2)
• Coscienza morale: il senso del bene e del male (cfr. per esempio 1 Giovanni 3:20-21)
• Sede della fede: dove si crede (Romani 10:9-10)
Quei due discepoli erano ostinati nel centro più profondo del loro essere – non solo emotivamente freddi, ma intellettualmente resistenti, volitivamente riluttanti ad accettare la verità delle Scritture.
In questo senso il rimprovero di Gesù richiama l’attenzione sul loro fallimento nell’orientarsi pienamente attorno al Suo insegnamento.
“Credere” (pisteuein – presente attivo infinito) indica la fede, ritenere come vero e accettarlo con fiducia (cfr. per esempio Luca 1:20; Giovanni 2:22; Atti 9:42; 11:17; 16:31; 22:19; 2 Tessalonicesi 2:12).
Quindi erano lenti di cuore in riferimento, o specificatamente, alla fede.
“L’accettazione di quanto detto dai profeti avrebbe dovuto portare i discepoli a credere ai resoconti delle donne alla tomba; si può credere nella resurrezione basandosi sulle prove degli altri, anche se ciò non significa che il Signore trattenga prove personali da chi ne ha bisogno” (Marshall).
Ma qual è il problema? Il problema:
• Non è intellettuale, è di cuore
• Non è questione di intelligenza, ma di volontà
Hanno tutte le informazioni necessarie, ma il loro cuore si rifiuta di credere.
Perché? Perché la verità contrasta con le loro aspettative teologiche.
La loro teologia era una gabbia che imprigionava persino Dio.
Avevano una teologia precisa su come doveva agire il Messia: doveva liberare Israele politicamente, sconfiggere gli oppressori romani, stabilire il regno davidico.
Avevano costruito un Messia a loro immagine, non secondo l’immagine di Dio.
Il loro fallimento deriva dal loro rifiuto di abbracciare le vie di Dio.
Un Messia crocifisso non rientrava nei loro schemi. Eppure, la croce stava lì, davanti a loro, come un fatto innegabile.
La croce demoliva ogni loro certezza e categorie teologiche; era scandalosa per chi come loro, volevano un Dio controllabile, prevedibile, addomesticato.
Quindi, anche con tutte le evidenze davanti a loro – la tomba vuota, la testimonianza degli angeli, le apparizioni – i loro occhi rimanevano chiusi.
Quale fu la radice del loro errore?
I discepoli credevano e aspettavano il Messia, ma pensavano che non potesse soffrire, perché avevano una conoscenza parziale dell’Antico Testamento, o avevano idee sbagliate su ciò che l’Antico Testamento insegnava e quindi avevano idee sbagliate sulla croce.
William Hendriksen commentava: “Questi uomini mancarono la gioia della salvezza perché non prestarono abbastanza attenzione e non credettero nella parola della profezia nella sua interezza. Coloro che trascurano lo studio della Parola di Dio non si rendono conto di quanto si perdano. Non c’è da meravigliarsi se sembrano cupi.”
Leggevano le Scritture come chi guarda attraverso una nebbia fitta: vedevano forme, ombre, ma non la realtà nitida del piano di Dio.
Ecco perché Gesù spiegherà loro tutte le cose che i profeti avevano dette e la necessità della Sua morte e risurrezione, mostrando come questo fosse il compimento delle Scritture (Luca 24:25–27).
Dio opera in modo diverso dalle nostre aspettative – agisce secondo una logica che l’uomo non immaginerebbe: il Suo Unto doveva passare attraverso la sofferenza per entrare nella gloria (Luca 24:26).
Gesù non è stato glorificato nonostante la croce, ma attraverso la croce. Morte e risurrezione fanno parte dello stesso piano divino.
In sintesi, il problema dei discepoli fu questo:
• Avevano frainteso cosa insegnavano le Scritture (Antico Testamento) sul Messia
• Vedevano la gloria, ma non la sofferenza
• Vedevano la corona, ma non la croce
• Non capivano che il Messia doveva prima soffrire e morire, poi ritornare in gloria
• Quando Gesù fu crocifisso, pensarono che Dio li avesse delusi, ma era la loro comprensione a essere sbagliata
Ogni passo lontano dalla croce è un passo nella direzione sbagliata ed è la strategia del diavolo: il diavolo vuole tenerti lontano dalla croce.
Questo è un avvertimento solenne per noi.
Le nostre aspettative teologiche e le nostre idee preconcette su come Dio dovrebbe agire, possono accecarci alla realtà di ciò che Dio sta effettivamente facendo.
Dio non è vincolato alle nostre categorie: quando pretendiamo che deve agire secondo i nostri schemi, rischiamo di non riconoscerlo quando agisce in modo diverso.
Non chiudere il cuore davanti all’opera di Dio solo perché non corrisponde a ciò che pensavi dovesse fare.
La tomba vuota è la prova che Dio opera oltre ogni nostra immaginazione.
Vediamo ora:
II L’OPERA DELLE SCRITTURE
Gesù non li lascia nella loro cecità.
Nei vv. 26-27 è scritto: “‘Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano.’”
Quei due discepoli sulla via di Emmaus avrebbero dovuto sapere dai profeti che il Cristo doveva soffrire ed entrare nella Sua gloria.
Ma cosa significa esattamente questo “doveva”?
“Non doveva” (ouchi edei) sottolinea la necessità divina, Luca la usa a volte per indicare il piano di Dio nella storia (Luca 2:49; 4:43; 13:14,33; 21:9; 22:37).
Il verbo “doveva” (edei – imperfetto attivo indicativo) indica ciò che deve necessariamente avvenire, con l’implicazione di inevitabilità (cfr. per esempio Marco 13:7), spesso come nel piano di Dio come in Luca 24:26 (cfr. per esempio Atti 19:36; Giovanni 12:34).
Indica qualcosa che è accaduto e che doveva assolutamente accadere – era necessario che accadesse.
Non si sta parlando di:
• Necessità sociale o di costume
• Necessità di circostanze
• Possibilità oppure di opzioni
“Doveva” esprime necessità divina assoluta e incondizionata.
La croce non è casualità, e nemmeno un piano B, è il decreto eterno di Dio, scritto prima la fondazione del mondo.
È la struttura stessa delle Sue vie, rivelata attraverso tutta la Scrittura come un filo d’oro che attraversa la storia.
Luca usa “doveva” per mostrare che l’intera storia della salvezza – dalla nascita alla morte alla risurrezione di Gesù – è parte del piano divino coerente che offre certezza alla fede.
La croce doveva accadere:
• Perché i profeti l’avevano predetta (cfr. per esempio Luca 24:44-46; Atti 3:18; 1 Pietro 1:10-11)
• Perché era la via che Dio aveva stabilito (cfr. per esempio Atti 2:23; 4:27-28; 1 Pietro 1:19-21)
• Perché non c’era altra via per la salvezza (cfr. per esempio Atti 4:12; 1 Timoteo 2:4-5; Ebrei 2:10; 9:22)
Questa necessità non nasce da un destino cieco, o da una forza impersonale –nasce dall’amore di Dio (cfr. per esempio Giovanni 3:16; 1 Giovanni 4:9-10).
Dio non è intrappolato dalle circostanze – è Dio che ha scelto liberamente di salvare il mondo attraverso la crocifissione di Suo Figlio Gesù Cristo.
Il v. 26 dice: “Ed entrare nella sua gloria?
La “gloria” (doxa) si riferisce allo splendore dell’essere in presenza di Dio o, nel caso di Gesù, al Suo fianco (cfr. per esempio Salmo 26:8; Isaia 58:8; 60:1–2; Luca 21:27; Atti 7:55; Filippesi 2:5–11; 1 Timoteo 3:16; 1 Pietro 1:11, 21).
“Gloria” ricorda la trasfigurazione di Gesù (Luca 9:31), la Sua condizione prima dell’incarnazione (cfr. per esempio Giovanni 17:5), il Suo stato di esaltazione, vale a dire:
• La resurrezione con un corpo glorioso (cfr. per esempio Atti 2:24,32; Filippesi 3:21)
• L’ascensione (cfr. per esempio Atti 1:9-11)
• L’intronizzazione alla destra di Dio (cfr. per esempio Atti 2:33-34; Ebrei 1:3) da dove regna (cfr. per esempio Salmo 110:1; Marco 16:19; Luca 22:69; Atti 2:34-35; 7:55; Efesini 1:20-22; Ebrei 1:3).
Il verbo “entrare” (eiselthein – aoristo attivo infinito) descrive un atto compiuto e definitivo: non un processo graduale, ma un attraversamento di soglia – il momento in cui il Crocifisso entra risorto nella gloria come Signore e Re.
Il v.27 dice: “E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano.’
John MacArthur commenta: “La confusione e l’incredulità dei due discepoli definivano chiaramente il loro bisogno di comprendere la realtà di ciò che era accaduto. Avevano bisogno di sapere non solo che Gesù è risorto dai morti, ma anche che la sua morte e resurrezione sono caratteristiche essenziali del suo messia. Dovevano capire che ciò che era accaduto era il piano di Dio per la redenzione di Israele e del mondo.”
Il verbo “spiegò” (diermēneusen) rivela qualcosa di straordinario, significa molto più che semplicemente leggere le Scritture.
Il verbo “spiegare” (diermēneúō) significa “interpretare”, “tradurre”, “rendere chiaro ciò che era oscuro”, o “comprensibile ciò che era incomprensibile” (cfr. per esempio Atti 19:36; 1 Corinzi 12:30; 14:5,13,27;).
Nell’uso greco, l’interprete (hermēneus) non si limitava a tradurre parole da una lingua all’altra, ma rendeva accessibile ciò che era oscuro, aggiungeva chiarimenti e spiegazioni necessarie perché il messaggio potesse portare frutto.
Filone dice che Dio equipaggia l’interprete perfetto “facendo sgorgare per lui le sorgenti del linguaggio.”
Ebbene, qui accade qualcosa di straordinario: il Risorto stesso – come Mosè fu interprete della Legge – diventa l’interprete supremo di tutte le Scritture che parlano di Lui.
Non solo legge i testi, ma apre ciò che era sigillato, scioglie ciò che era legato, illumina ciò che era oscuro.
Spiega come tutto puntava verso la Sua sofferenza e gloria.
Riguardo la parola “spiegare”, è interessante l’interpretazione di Nikolaus Walter: “Si riferisce a ‘un’apertura’ di ciò che era stato precedentemente chiuso. Il Risorto stesso apre ai discepoli una comprensione completamente nuova dell’Antico Testamento: le Scritture, da Mosè a ‘tutti i profeti’, si riferiscono a lui, in particolare alla sua sofferenza e alla sua esaltazione (v. 26).”
Perché questa apertura era necessaria? Perché c’era un problema fondamentale: secondo Deuteronomio 21:23, un crocifisso è maledetto da Dio.
L’opera di Gesù, in particolare la Sua morte sulla croce, non corrispondeva all’attesa messianica ebraica (vv. 19-21).
I discepoli aspettavano un liberatore politico, un profeta potente; non potevano concepire un Messia appeso al legno della maledizione.
Ma ora il Risorto apre ciò che era chiuso, spezza i sigilli, squarcia i cieli.
Attraverso questa nuova interpretazione cristologica dell’Antico Testamento, diventa possibile riconoscere e proclamare Gesù come il Messia mandato da Dio – non nonostante la croce, ma attraverso la croce.
Le Scritture parlavano di Lui. La sofferenza non contraddiceva il piano messianico: era il cuore pulsante del piano messianico.
Se quei due discepoli avessero creduto alle Scritture (cfr. per esempio Luca 16:31; Atti 26:27), non sarebbero stati tristi (Luca 24:17) né confusi (Luca 24:19–24).
Gesù percorse l’intera Scrittura, dall’inizio alla fine. Come chi apre un rotolo lungo secoli e mostra come ogni parola, ogni storia, ogni profezia convergeva su di Lui.
La completezza degli insegnamenti di Gesù è sottolineata in diversi modi: inizia (arxamenos) da Mosè e va a “tutti” (pantōn) i profeti e spiega “tutte” (pasais) le Scritture.
Leon Morris commenta: “Luca non fornisce alcuna indicazione sui passi scelti dal Signore, ma chiarisce che l’intero Antico Testamento era coinvolto. Forse dovremmo intendere questo non come la selezione di una serie di testi di prova, ma piuttosto come la dimostrazione che in tutto l’Antico Testamento si realizza un proposito divino coerente, un proposito che alla fine significava e deve significare la croce.”
Che studio biblico dev’essere stato!
Forse Gesù ha riportato alla loro mente passi tipo:
Genesi 3:15: il seme della donna che schiaccia il serpente
Genesi 22: Isacco, il figlio promesso, offerto in sacrificio
Esodo 12: l’agnello pasquale il cui sangue salva
Levitico 16: il capro espiatorio che porta i peccati
Isaia 53: il servo sofferente trafitto per le nostre trasgressioni
Il Salmo 22:1 dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
In Zaccaria 12:10 leggiamo: “Essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto.”
Oppure, può essere che Gesù non si riferiva a un passo specifico dell’Antico Testamento, come diceva J. Dupont: “Gesù non ha soltanto realizzato le predizioni contenute in qualche frase enigmatica della Bibbia; egli ha innanzitutto, compiuto la lunga speranza di Israele. Egli è il termine della sua attesa, colui verso il quale convergono tutte le Scritture.”
Stava mostrando che tutto l’Antico Testamento convergeva su di Lui.
• Tutto punta a Cristo
• Tutto testimonia della necessità della croce
• Tutto testimonia della certezza della risurrezione
E questo è come Dio inizia ad aprire i nostri occhi.
• Non attraverso esperienze mistiche
• Non attraverso visioni spettacolari
Ma attraverso la Parola!
Romani 10:17 dice: “Cosí la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.”
Due osservazioni sono fondamentali:
• Innanzitutto, Gesù ci fa capire che Lui è l’apice di tutta la Bibbia
Questo significa che non possiamo pensare che tutto giri intorno a noi. Il Signore Gesù passò da Mosè (Genesi) attraverso tutto l’insegnamento biblico su Sé stesso.
Questo significa che non leggiamo correttamente la nostra Bibbia finché non vediamo come si collegano alla vita, alla morte e alla resurrezione di Gesù.
• Secondo, la nostra fede deve essere radicata nella rivelazione di Dio nella Bibbia Abbiamo una fede biblica. Crediamo a queste cose perché la Bibbia le ha predetti e si sono realizzate nella storia.
Dov’è radicata la nostra fede? La nostra fede:
• Non deve poggiare sull’instabilità della sabbia delle nostre emozioni
• Non deve poggiare su esperienze soggettive
• Non deve poggiare su teologie costruite a nostra immagine
• Non deve poggiare su ciò che vorremmo che Dio fosse
Ma sulla roccia della Parola rivelata! Su ciò che Dio ha rivelato di Sé stesso nella Bibbia!
Consideriamo:
III L’OCCASIONE DEL RICONOSCIMENTO
Leggiamo nei vv.30-31: “Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista.”
Probabilmente, data l’autorità con cui aveva parlato durante il cammino, i due lo trattano come un maestro e gli cedono naturalmente il posto d’onore a tavola per il pasto serale.
Gesù prende il pane come la moltiplicazione dei pani e l’Ultima Cena (Luca 9:16; 22:19), recita la benedizione (Marco 14:22; Luca 9:16;) lo spezzò (Matteo 14:19; 15:36; 26:26; Luca 22:19; 1 Corinzi 11:24).
Il tempo del verbo “diede” (epedidou – imperfetto attivo indicativo) indica che nell’atto di darglielo, mentre lo prendevano dalla Sua mano, i loro occhi si aprirono.
Nello spezzare il pane – alcuni studiosi dicono che riconobbero il Suo gesto nel modo come lo spezzava, come ha fatto nell’Ultima Cena (ma non ci sono prove che loro fossero presenti), forse videro i segni delle mani trafitte dai chiodi – i loro occhi furono aperti.
Ma la cosa importante non è questo, ma il fatto che in quell’azione qualcuno più che qualcosa suscitò una vibrazione: Dio o Gesù stesso, ha scelto quel momento per rendere chiaro chi fosse il loro ospite.
Come un diapason che suona alla frequenza esatta, Dio tocca le corde del cuore umano e improvvisamente tutto risuona in armonia.
• Non fu il gesto che salvò
• Non fu il pane che rivelò
• Non fu la benedizione che illuminò
Fu Dio che scelse quel momento, quel gesto, quel pane, quella benedizione per far vibrare la realtà spirituale dentro di loro.
Il miracolo non era nel pane spezzato – il miracolo era negli occhi aperti, non è magia eucaristica – è sovranità divina.
• Dio sceglie i Suoi momenti – non i nostri
• Dio sceglie i Suoi metodi – non i nostri
Poteva essere in qualsiasi altro posto e momento diverso, ma così non è stato.
• Avrebbero potuto riconoscerlo sulla strada – non successe
• Avrebbero potuto riconoscerlo alla porta – non successe
• Avrebbero potuto riconoscerlo seduto – non successe
Lo fece quando spezzò il pane a cena, perché Dio ha i Suoi appuntamenti!
Notate “furono aperti” (diēnoichthēsan – aoristo passivo indicativo) il verbo è passivo.
Non è: “Aprirono gli occhi”, ma “i loro occhi furono aperti”, cioè da qualcun altro – da Dio, o da Gesù.
La capacità dei discepoli di riconoscere Gesù resuscitato è resa possibile dalla rivelazione divina, come lo era al contrario la loro incapacità di riconoscerlo (Luca 24:16).
I loro occhi erano velati – non da cataratta spirituale, ma da sovranità divina. E quando Dio, o Gesù solleva il velo, non lo fa gradualmente come un’alba lenta.
Lo strappa via in un istante, come si apre una tenda su un palcoscenico.
• Un momento: straniero sconosciuto.
• Il momento dopo: Signore risorto.
• Non fu rivelazione a rate: fu illuminazione istantanea.
“Riconobbero” (epegnōsan – aoristo attivo indicativo) è conoscere pienamente, discernere in modo chiaro e distinto, o riconoscere esattamente o con certezza, una conoscenza che coglie la realtà nella sua identità vera.
Non è la prima volta che lo vedono e lo identificano – è il momento in cui vedono chi è davvero. È un riconoscimento che va oltre l’identificazione visiva: è comprensione piena dell’identità.
Il verbo (aoristo) indica che non fu un processo graduale, ma un momento preciso, istantaneo.
Gli occhi furono aperti e in quel momento riconobbero.
Luca usa deliberatamente questo verbo perché il riconoscimento di Gesù non è mai puramente visivo o intellettuale – è sempre una rivelazione.
Conoscere Gesù non è per intuizione umana, non è mai una conquista umana, ma per rivelazione della grazia divina (Matteo 11:27; Luca 10:22; cfr. per esempio 1 Corinzi 2:6-16).
Thabiti Anyabwile ha ragione quando dice: “Non possiamo conoscere Gesù solo attraverso lo studio biblico e la comprensione intellettuale. Dobbiamo avere una rivelazione da Dio.”
• Puoi memorizzare ogni versetto
• Puoi leggere ogni commentario
• Puoi padroneggiare l’ebraico e il greco.
• Puoi conoscere tutte le dottrine della Bibbia
Ma se Dio non apre i tuoi occhi, hai solo libri nel cervello, non Cristo nel cuore.
I discepoli avevano appena ricevuto una lezione di teologia biblica da Gesù stesso sulla strada – eppure non Lo riconobbero, era necessaria la rivelazione divina.
Questo è il punto cruciale:
• Possiamo studiare la Bibbia
• Possiamo ascoltare prediche
• Possiamo accumulare conoscenza teologica.
Ma se Dio non apre i nostri occhi, rimaniamo ciechi!
E questa rivelazione è opera esclusiva di Dio.
2 Corinzi 4:6 dice: “Perché il Dio che disse: ‘Splenda la luce fra le tenebre’, è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo.”
È Dio che fa splendere la luce nei nostri cuori. È Lui che rivela Cristo a noi.
E appena lo riconoscono, Gesù scompare.
Perché? Perché ora hanno qualcosa di meglio della Sua presenza fisica, hanno:
• La Parola illuminata
• Il cuore acceso
• La fede aperta
Devono imparare a camminare per fede, non per vista. E questo vale anche per noi oggi.
Se conosci Gesù, fermati un momento.
• Non fu per la tua intelligenza che lo hai riconosciuto
• Non fu per il tuo studio che lo hai compreso
• Non fu per la tua ricerca che lo hai trovato
I tuoi occhi furono aperti da Lui.
Questo richiede due risposte:
• Lode – perché se lo conosci, è solo grazia. Pura, immeritata, sovrana grazia.
Dio ha aperto i tuoi occhi quando avrebbe potuto lasciarti cieco.
Dio ha illuminato il tuo cuore quando avrebbe potuto lasciarti nelle tenebre.
• Umiltà – perché non hai nulla di cui vantarti. Il Signore si è voluto rivelare a te; non sei più spirituale di chi non lo vede.
La differenza tra te e chi non conosce Cristo non è il tuo merito. È la Sua misericordia.
Quindi: loda Dio che ti ha aperto gli occhi. E resta umile, sapendo che senza di Lui saresti ancora cieco.
Infine, esploriamo:
IV L’OSSERVAZIONE RETROSPETTIVA
È scritto nel v.32: “Ed essi dissero l’uno all’altro: ‘Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?’”
I due discepoli si sono detti con una domanda che implica l’affermazione che i loro cuori ardevano mentre Gesù parlava e spiegava le Scritture.
Infatti, il presente “ardeva”, indica azione continua: mentre Gesù parlava, il cuore continuava ad ardere.
• Non un momento di emozione, ma fuoco costante durante tutta la spiegazione delle Scritture
• Non scintille occasionali, ma fiamme continue
• Non calore intermittente, ma incendio sostenuto
“Ardeva” (kaiomenē – presente passivo participio) è bruciava, era in fiamme, metaforicamente indica entusiasmo e aspettativa, eccitazione e conforto, interesse e piacere, meraviglia e gioia, energia e nuova fede.
Avevano percepito che stava succedendo qualcosa di speciale ed erano profondamente toccati emotivamente, un’emozione intensa, profonda e trasformante; questo indica che il loro cuore ardeva.
È stata un’esperienza spirituale intensa, una sorta di risveglio spirituale.
Il passivo è cruciale: non è il risultato di auto-suggestione o emozione umana, il passivo indica che il cuore non si riscaldava da sé, ma era riscaldato da qualcosa/qualcuno esterno.
Il loro cuore veniva acceso dalla Parola di Dio spiegata da Cristo stesso.
È il fuoco che proviene dalla Parola di Dio, la sua forza dentro loro stessi, il segno che qualcosa di vero e profondo sta accadendo.
E questo è esattamente ciò che riconobbero retrospettivamente: i loro cuori stavano già ardendo durante lo studio biblico, prima ancora di riconoscere visivamente Gesù.
La Parola stava già lavorando quando loro ancora non capivano.
• Dio scalda prima di illuminare
• Prepara prima di rivelare
• Accende prima di aprire
La Parola di Dio stava già facendo il suo lavoro, perché la Parola di Dio è vivente ed efficace (Ebrei 4:12).
• La Parola di Dio è vivente – non lettera morta su pagina morta
• La Parola di Dio è efficace – non informazione inerte, ma potenza operante
Il nostro compito non è renderla efficace. È già efficace. Il nostro compito è spiegarla fedelmente e farci da parte.
La Parola non ha bisogno di noi per essere potente. Siamo noi ad aver bisogno di essa essere vivi.
• Non ha bisogno di essere “animata” dall’uomo
• Non ha bisogno di essere “resa interessante”
• Non ha bisogno di trucchi retorici o espedienti umani
Potremmo non riconoscere Gesù immediatamente, ma quando la Scrittura è spiegata fedelmente, la Parola stessa opera:
• Scalda cuori freddi – come sole che scioglie ghiaccio
• Illumina menti oscurate – come lampada in una stanza buia
• Penetra anime indurite – come spada che trafigge corazza
• Prepara alla rivelazione – come aratro che rompe terreno per il seme
E quando questo fuoco prende, non si spegne più: attraversa i secoli e accende generazioni.
Chi ha sentito ardere il cuore per la Parola di Dio non può più smettere.
Fu quella gioia ardente che spinse:
• Henry Martyn a esclamare: “Ora lasciami bruciare per Dio.”
• David Brainerd scrisse nel suo diario: “Oh, se potessi essere una fiamma di fuoco al servizio del mio Dio!”
• John Wesley alla sua conversione: “Sentii il mio cuore scaldarsi stranamente.”
CONCLUSIONE
Ecco il viaggio dei discepoli di Emmaus, che è anche quello di ogni credente.
In questo sermone abbiamo visto:
1) Il problema
Non era mancanza di informazioni. Era ostinazione del cuore, avevano costruito un Messia a loro immagine, e quando Dio agì diversamente, si chiusero.
La lezione? Le nostre aspettative teologiche possono accecarci alla verità.
Non cercare un Dio fatto a tua immagine. Cerca il Dio che si è rivelato nella Sua Parola.
Abbiamo visto:
2) Il mezzo
Gesù non diede loro visioni spettacolari, con franchezza aprì le Scritture e spiegò dall’inizio alla fine le cose che lo riguardavano.
• La Parola corregge
• La Parola illumina
• La Parola prepara
Non sottovalutare la predicazione fedele della Scrittura. Credi che la Parola di Dio è vivente ed efficace.
E ancora abbiamo considerato:
3) La soluzione
Non è stata in loro, ma il Signore aprì i loro occhi
• Solo Dio può togliere il velo
• Solo Dio può dare rivelazione
• Solo Dio può aprire occhi chiusi
Conoscere Cristo non è conquista umana – è rivelazione divina, ma prima della rivelazione, il cuore arde, la Parola opera prima di capire.
Dio scalda prima di illuminare; prepara prima di rivelare, e quando apre gli occhi, nulla resta come prima.
Se oggi sei su quella strada – deluso, confuso, lontano: vai alla Parola di Dio.
• Non cercare prove empiriche – hai la testimonianza della Scrittura
• Non pretendere che Dio agisca secondo i tuoi schemi – Lui opera secondo la Sua Parola
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