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Isaia 40:28: Le domande che risvegliano la fede

 Isaia 40:28: Le domande che risvegliano la fede
“Dietro il silenzio deprimente di questo mare, il silenzio di Dio… la sensazione che mentre gli uomini levano la loro voce angosciata Dio rimane silenzioso, a braccia conserte.”

Questo è il grido interiore di Padre Rodrigues, protagonista del romanzo “Silenzio” dello scrittore giapponese Shūsaku Endō, da cui Martin Scorsese ha tratto il film “Silence” nel 2016. 
Endō si ispirò a eventi realmente accaduti: le brutali persecuzioni dei cristiani in Giappone nel XVII secolo, sotto la spietata dittatura militare della dinastia Tokugawa, un’epoca in cui il Giappone aveva sigillato i propri confini e scatenato una caccia ai cristiani.

Endō trasformò quella pagina oscura di storia in una meditazione profonda sul silenzio di Dio, sulla fede provata e sulla fragilità dell’animo umano. Due giovani gesuiti portoghesi, Padre Rodrigues e Padre Garupe, intraprendono un viaggio clandestino in quella terra con un duplice obiettivo: prestare conforto spirituale ai fedeli locali – costretti a vivere la fede in clandestinità sotto la minaccia di torture atroci – e indagare sulla sorte del loro mentore, Padre Ferreira, un teologo stimatissimo che si dice abbia rinnegato la fede sotto tortura. 

Attraverso questa vicenda il romanzo – come anche il film – pone una domanda universale che interroga ogni credente: il silenzio di Dio è forse il segno della Sua assenza?
Una meditazione profonda sulla fede provata, sul dubbio e sul peso insostenibile del silenzio divino di fronte alla sofferenza umana.

Le parole del capitolo 40 di Isaia si muovono sulla stessa lunghezza d’onda del dolore e della prova: sono parole d’incoraggiamento rivolte ai Giudei esiliati in Babilonia. 

Dai vv.12-31 il profeta parla dell’incomparabile Dio d’Israele.
Se qualcuno dubitava della capacità di Dio di ristabilire Israele nella sua patria, questi versetti di lode spazzano via ogni dubbio e incertezza.

L’essere umano è spesso impressionato dalla grandezza e dalla potenza delle cose terrene: eserciti, imperi, nazioni e leader carismatici. Eppure, il Dio della Bibbia sovrasta infinitamente tutto questo.

Primo: il Signore è più grande del mondo creato (vv.12–14)
Isaia pose una serie di domande con lo scopo di mettere l’uomo al suo giusto posto. 
La grandezza di Dio è indicata dalla vastità della Sua creazione. 
Dio è autosufficiente e indipendente! Non ha chiesto consiglio quando ha creato il mondo, e non ha bisogno che qualcuno lo istruisca sulla giusta linea di condotta.
 
Secondo: il Signore è più grande delle nazioni (vv.15–17)
La grande forza delle nazioni più potenti è per Dio come un granello di polvere, o una goccia che cade dal secchio. 
Se anche si accendesse un fuoco sull’altare usando tutti i cedri del Libano e si sacrificassero tutte le bestie delle sue foreste, non si otterrebbe comunque un’offerta degna della Sua grandezza.
 
Terzo: il Signore è più grande degli idoli (vv.18-20)
Gli idoli sono rappresentazioni create dall’uomo. 
Non importa quanto sia bella l’opera artigiana, non importa quanto siano preziosi i materiali; gli idoli non possono catturare l’essenza di Dio. 
Gli idoli hanno difficoltà a stare in piedi da soli – come potrebbero quindi sostenere coloro che li adorano? 

Quarto: il Signore è più grande dei governanti (vv.21-24)
Fin dal principio della storia umana, la conoscenza del Creatore sovrano è stata tramandata. 
Egli siede sul Suo trono dall’alto dei cieli mantenendo in vita ogni cosa sulla terra con la Sua provvidenza. 
I potenti governanti di questo mondo sono sotto la Sua autorità – può privarli del potere in un istante.
Basta un soffio su di loro ed essi appassiscono come una pianta, e vengono spazzati via dalla scena della storia come stoppia senza valore.
 
Quinto: il Signore è più grande delle stelle (vv.25-26).
I corpi celesti non dovrebbero essere divinizzati come lo erano in Mesopotamia. 
Il culto appartiene solo al Santo che ha creato le stelle e le chiama tutte per nome e non ne manca una, mettendo in evidenza la grandezza del Suo potere e la potenza della Sua forza.
Isaia paragona Dio a un potente generale che guida le sue truppe attraverso i cieli; ogni stella è nel posto esatto in cui Dio l’avrebbe voluta. 

Infine: il Signore è più grande dello scoraggiamento (vv.27-31).
Ma cosa succede quando questa immensa teologia si scontra con il nostro dolore quotidiano? Che cosa accade quando i missionari di Endō vedono i fedeli morire, o quando noi sperimentiamo il buio?

Lutero disse una volta all’umanista Erasmo: “I tuoi pensieri di Dio sono troppo umani.”

Ed è proprio qui che si apre la crepa e cadiamo nello sconforto: quando riduciamo Dio alla nostra misura, quando scriviamo la Sua storia con l’inchiostro della nostra paura, o dell’incredulità, e interpretiamo il Suo silenzio come un abbandono.

Come dicevo prima, Isaia sta profetizzando ai Giudei esiliati a Babilonia, in cattività da alcuni decenni, dopo aver lasciato le loro case distrutte e il tempio di Gerusalemme devastato.

Ora, sono sull’orlo della disperazione sentendosi abbandonati da Dio in terra straniera, desiderosi di ritornare a Gerusalemme, piangono presso i fiumi di Babilonia (Salmo 137:1); si sentono deboli e impotenti, vedono persino i loro giovani stancarsi e cadere esausti (Isaia 40:29–30).

Da questa condizione, i Giudei esiliati concludono che il Signore non si prende cura di loro, infatti Isaia 40:27 dice: “Perché dici tu, Giacobbe e perché parli così, Israele: ‘La mia via è occulta al SIGNORE e al mio diritto non bada il mio Dio?’”

Come leggiamo anche in altri passi dell’Antico Testamento (cfr. per esempio Salmo 13; 22; 44), molte volte il credente si sente abbandonato dal Signore.

Quei Giudei pensavano – proprio come i gesuiti intrappolati nel silenzio del Giappone, e proprio come pensiamo noi nei nostri momenti più bui – che il Signore ignorasse la loro situazione di sofferenza.

La risposta del Signore, a quei Giudei scoraggiati, non è un elenco di spiegazioni filosofiche, scientifiche, o psicologiche, né l’ennesima lettura sociologica del loro tempo, ma un richiamo potente alla Sua stessa natura.

Nei momenti di prova, l’unico vero ancoraggio è ricordare chi è il nostro Dio! Tutto il resto è:
Rumore che passa
Sabbia che scivola
Appigli che cedono

Oggi mediteremo sulla frase: “Non lo sai tu? Non l’hai mai udito?”
Queste domande implicano che quegli esiliati avrebbero già dovuto conoscere il Signore, alla luce di tutto l’insegnamento, delle ammonizioni e delle esortazioni ricevute attraverso la Legge, i Profeti e i Salmi.

Ci sono domande che non cercano semplicemente informazioni: cercano trasformazione.

Le domande di Dio non servono a confonderci, ma a risvegliarci. A volte una sola domanda è sufficiente a sgretolare le nostre false sicurezze e a riaccendere una fede che si era spenta nel buio.
Le domande di Dio sono come martelli di luce: non colpiscono per distruggere il credente, ma per frantumare la crosta dura delle menzogne che si sono calcificate nel cuore.
Le domande del Signore sono come una sveglia nel cuore di chi si è assopito nello scoraggiamento: interrompono il sonno dell’incredulità e chiamano l’anima a rialzarsi.

Quando Dio fa una domanda, non apre un dibattito: apre una ferita per guarirla, una crepa per far entrare la Sua verità, una porta esattamente là dove noi eravamo certi che ci fosse soltanto un muro. 
E questo è precisamente il senso delle domande di Isaia: “Non lo sai tu? Non l’hai mai udito?”

Vediamo due scopi che hanno queste domande. 
Il primo scopo è di: 
I RICHIAMARE L’ATTENZIONE D’ISRAELE 
Queste domande: “Non lo sai tu? Non l’hai mai udito?” sembrano quasi assurde, eppure sono il modo con cui Dio richiama il Suo popolo a ciò che aveva dimenticato, o travisato riguardo alla Sua natura, in un periodo difficile, un tempo di sofferenza.

Nel clima di crisi spirituale e di scoramento, le parole di Isaia suonano come una sveglia per l’anima, un appello a recuperare una visione chiara oggettiva di Dio. 

Dio rimprovera la loro dimenticanza non per umiliarli, ma per ricondurli alla verità.
Ciò che stavano dimenticando riguardo a Dio non è qualcosa di nuovo, bensì una realtà già rivelata e conosciuta.

Quando siamo assorbiti dal nostro dolore, possiamo perdere di vista chi è davvero Dio in parte, o completamente – per questo Isaia ci invita a ricordare ciò che abbiamo dimenticato, o frainteso, o distorto su Dio.

I Giudei avevano ricevuto un insegnamento abbondante sul vero carattere di Dio e sulla Sua potenza nel salvare, eppure in quel periodo lo avevano perso di vista.

Nessun altro popolo aveva ricevuto tanta luce su Dio e da Dio, e ora, proprio nel tempo della prova, erano chiamati a ricordare chi era.

Dunque, l’attenzione di Isaia è sull’amnesia teologica e sull’ateismo pratico che li aveva condotti allo smarrimento spirituale e allo scoraggiamento.

Martyn Lloyd Jones qualche anno osservava, e penso sia ancora attuale oggi: “Se mi si chiedesse di azzardare un’opinione su quale sia oggi la malattia più diffusa nella Chiesa, suggerirei che è lo scoraggiamento”.

Un’arma potente che usa Satana è proprio lo scoraggiamento!
Un credente scoraggiato è svuotato di forze, di slancio, di gioia e di entusiasmo – è come se fosse morto spiritualmente!

Tozer diceva: “Fa parte degli affari del diavolo tenere imprigionato lo spirito del cristiano. Sa che il cristiano credente e giustificato è stato risuscitato dalla tomba dei suoi peccati e delle sue trasgressioni. Da quel momento in poi, Satana lavora molto più duramente per tenerci legati e imbavagliati, in realtà imprigionati nei nostri abiti funerari! Sa che se continuiamo in questo tipo di schiavitù non saremo mai in grado di reclamare la nostra legittima eredità spirituale. Sa anche che mentre continuiamo legati in questo tipo di schiavitù non stiamo molto meglio di quando eravamo spiritualmente morti”.

L’inganno più sottile del nemico non è impedirci di credere, ma farci vivere come se fossimo ancora morti: incatenati, ridotti al silenzio e incapaci di camminare nella libertà che Cristo ci ha già donato.

I Giudei avrebbero dovuto sapere, perché lo avevano sentito tante volte, e anche sperimentato, chi era il Signore e cosa aveva fatto e fa, e quindi dovevano continuare a fidarsi di Lui!

Invece mettevano il Signore in dubbio, lo negavano con il loro scoraggiamento, mostrando così la loro stoltezza e mancanza di fede.

Anche oggi molti credenti, qualche volta, o costantemente, soffrono di amnesia teologica e ateismo pratico! 
Non ricordano più chi è il Signore nei momenti difficili, dimenticano la propria storia vissuta con Lui, le benedizioni ricevute e affrontano la crisi presente come se fossero atei, come se Dio non esistesse!

Parlando che siamo smemorati William J. Carl III scrive: “Prima di tutto, siamo amnesici. Notate quanto sia selettiva la nostra memoria. Ricordiamo quello che vogliamo. Se siamo costantemente autocritici, ricordiamo solo le cose orribili che abbiamo fatto nella nostra vita. Se pensiamo di essere perfetti, ricordiamo solo le cose buone. L’amnesia teologica è il tipo di problema che ci fa cadere a pezzi ogni volta che arriva la crisi. È quello che succede quando senti la temuta parola ‘cancro’ o il medico ti dice che hanno trovato una macchiolina sul tuo polmone. Alcuni di noi piagnucolano. Altri di noi si preoccupano in un silenzio disperato. Come gli esuli di ritorno, ci chiediamo se Dio non se ne sia andato e non ci abbia abbandonato del tutto”.

Noi non siamo solo a volte amnesici, ma anche atei nella pratica, benché diciamo di essere credenti!

Herbert M. Wolf afferma: “Com’è facile credere nell’infinita potenza di Dio e allo stesso tempo sentire che Egli non è in grado di soddisfare i nostri bisogni personali!” 

Sappiamo benissimo cosa significhi credere a ciò che è Dio, ma quando siamo nei problemi e non ci esaudisce, negarlo con i nostri dubbi e scoraggiamento!

Finché tutto va bene, la nostra teologia regge come roccia. Ma sotto il peso della sofferenza, scopriamo quanta sabbia c’era sotto.

E la cosa più sorprendente è che questo può accadere proprio a chi è in cammino da tempo.

Il secondo scopo è di:
II EVIDENZIARE ALCUNI ASPETTI DELLA NATURA DEL SIGNORE
Evidentemente in relazione a quello che stavano vivendo, e che quindi avevano bisogno di sentire.

Nei vv.28-29 viene riportato che il Signore è:
Dio eterno 
Il creatore di tutta la terra
Colui che non si affatica e non si stanca
Colui la cui intelligenza è imperscrutabile

“Non lo sai tu? Non l’hai mai udito?” richiamano, quindi quei Giudei esiliati – che si sentivano dimenticati e abbandonati (v.27) – a ricordare che il carattere di Dio è la ragione per continuare a sperare in Lui.

John MacArthur scrive: “Se il popolo in esilio aveva una pur minima conoscenza della natura di Dio, come poteva pensare che egli l’avesse dimenticato o che ignorasse la loro condizione?”

Israele riconosceva intellettualmente l’onnipotenza di Dio, ma a livello sentimentale dubitava che tale potenza si estendesse alle loro circostanze personali.

Ora se noi crediamo che Dio trascendente, vale a dire così grande, così alto, così al di là di ogni cosa che la mente umana possa concepire, ma non è immanente, cioè vicino, presente, coinvolto nella nostra vita quotidiana, attento anche al più piccolo dei nostri dolori – allora non stiamo adorando il Dio della Bibbia: stiamo costruendo un idolo lontano e indifferente, che non è molto diverso dagli dèi pagani. 
Perché il Signore che riempie i cieli è lo stesso che conta i capelli del tuo capo, lo stesso che ti chiama per nome, lo stesso che non si dimentica di te nemmeno quando tu ti dimentichi di Lui. È il Padre che corre incontro al figlio che torna, e il Pastore che lascia le novantanove pecore per cercarne quella sola che si è persa. 

Avrebbero potuto credere che gli dèi di Babilonia fossero più potenti, o che Dio non esistesse, ma invece si sentirono semplicemente trascurati da Colui che siede sovrano nei cieli.

Certamente anche se conosciamo la natura di Dio, in qualche modo andiamo in crisi e dubitiamo di Dio quando attraversiamo per la valle dell’ombra della morte; ma com’è possibile una cosa del genere? 

Com’è possibile pensare che Dio ignori la nostra situazione, che ci abbia dimenticato, o abbandonato nelle circostanze che viviamo?

Questi credenti teologicamente smemorati e atei nella pratica, avevano bisogno di sentire ciò che già si sapeva, o risentire ciò che sapevano riguardo la natura di Dio, e così Isaia ricorda loro chi è Dio, in modo che il popolo abbattuto potesse smettere di esserlo.

David Guzik scrive: “Comprendere la grandezza e la gloria di Dio ci persuade che non c’è nulla nella nostra vita nascosto a Dio, e non c’è nulla da Lui trascurato”.

Il Signore è un Dio così grande che:
Non può avere punti ciechi
Non può distrarsi
Non può dimenticare

La grandezza di Dio non lo allontana da noi – al contrario, ci garantisce che nulla di ciò che viviamo è:
Troppo piccolo
Troppo nascosto
Troppo complicato per Lui

Lo scopo di questa straordinaria riflessione sulla natura di Dio da parte del profeta Isaia è rinnovare la fede del popolo scoraggiato. 

È bene che i credenti in tempi difficili e di prova, ricordino chi è il Signore e come ha anche agito nella storia, come anche le Sue benedizioni, le promesse che è sempre con noi, non ci abbandonerà mai e ci darà la forza per affrontare ogni giorno, sarà un abbondante fonte di consolazione e rassicurazione che la loro vita è nelle Sue mani.

Non importa quanto ti senti giù, se ti concentri su Dio ne trarrai sempre beneficio!

Proprio come la fede viene inizialmente ascoltando (cfr. per esempio Romani 10:17), così viene rafforzata e nutrita ascoltando di nuovo, ovviamente la rivelazione di Dio.

Lo studioso Albert Barnes riguardo “Non lo sai tu?”, commenta così: “Questo è il linguaggio del profeta che li rimprovera perché si sono lamentati che Dio li abbia abbandonati, e assicura loro che Dio è stato fedele alle sue promesse. Quest’argomentazione del profeta, che continua fino alla fine del capitolo, comprende lo scopo principale del capitolo, che è quello di indurli a riporre fiducia in Dio e a credere che egli era in grado e disposto a liberarli”. 
Così la soluzione al loro problema è imparare di nuovo ciò che già sapevano e aprire le orecchie a ciò che è stato detto loro!

Succede così anche per noi oggi: fin quando va tutto bene viviamo la fede gioiosamente, in modo entusiasmante, ma nel momento in cui siamo sotto pressione, viviamo qualche problema, ecco che andiamo in crisi, ci scoraggiamo, abbiamo una crisi di fede come l’avevano avuto quei Giudei in esilio.

Secondo questo passo l’antidoto allo scoraggiamento è conoscere, credere e concentrarsi su ciò che Dio è, e non sulla situazione difficile che stiamo vivendo!

CONCLUSIONE
Quando ignoriamo Dio, o permettiamo che una Sua immagine distorta, o pensieri avvelenati sulla Sua natura si insinuino nella nostra mente, ne raccogliamo inevitabilmente le conseguenze. 

A volte queste si presentano come vie diverse che percorriamo un passo alla volta: la via dell’ansia, o della paura, o del panico, o della disperazione, o dello smarrimento, o dello scoraggiamento.
Ma quando tutte si intrecciano insieme, entriamo nella via dell’angoscia, anzi più che una via, l’angoscia è come un corridoio che si stringe man mano che avanzi: più perdi di vista la luce in fondo, più le pareti sembrano chiudersi sul cuore, togliendoti respiro e orientamento.

Tutto questo avviene, quando lo sguardo si restringe e noi, per nostra negligenza, perdiamo di vista chi Dio realmente è.

Il problema non è che Dio abbia smesso di essere potente, fedele o presente; il problema è che noi, come Israele, possiamo dimenticare, o avere dubbi su chi Dio è, o portare un credo che non rispecchia la Sua natura.

Le domande di Isaia non sono soltanto un rimprovero: sono una misericordia, perché Dio ci ferma, ci interroga e ci richiama alla verità – non vuole lasciarci intrappolati nelle nostre conclusioni sbagliate.

E forse oggi ti domanderebbe:
“Figlio mio, figlia mia, quando hai deciso che Io ero cambiato?”

“Perché lasci che la tua paura, o ansia parlino più forte della Mia voce?”

“Non ti ho sostenuto, fortificato e soccorso fino a ieri? Perché dubiti oggi?”

“Ho diviso il mare davanti ai tuoi padri. Ho aperto la strada nel deserto. Ho contato ogni tuo passo nel buio. E oggi mi dici che non mi prendo cura di te? O che non sono abbastanza?”

“Dov’è finito ciò che sai di Me?  Chi te lo ha sottratto – o l’hai sepolto tu stesso sotto il peso dei tuoi dubbi, o peggio ancora incredulità?”

“Perché fissi la sabbia del deserto invece di alzare gli occhi verso Chi ti guida attraverso di esso?”

“Chi ti ha mentito dicendoti che sei solo? Io ero lì quando hai smesso di cercarmi”.

“Perché ti affidi a ciò che trema, quando ti offro una roccia che non si muove?”

“Non ti basta sapere che Io sono con te – o hai bisogno che te lo dimostri ancora?”

Perciò, quando ti senti stanco, confuso o dimenticato, non ascoltare soltanto la voce delle tue circostanze: ascolta di nuovo ciò che hai già udito su Dio: è eterno, il Creatore della terra, Colui che non si affatica e non si stanca e la cui intelligenza è imperscrutabile.

Se oggi il tuo cuore è piegato, la via d’uscita non è fissare il peso di ciò che ti opprime, ma tornare a contemplare la grandezza del tuo Dio. 

Perché quando il credente ricorda chi è il Signore:
La fede si rialza come il sole dopo la notte più lunga 
La speranza si riaccende come brace sotto la cenere che credevi spenta
Nuove forze cominciano a sgorgare come acqua da una sorgente che credevi prosciugata

Allora lasciamoci scuotere dalle domande di Dio, lasciamoci risvegliare dalla Sua Parola che è sempre attuale, e smettiamo di vivere come orfani, quando invece abbiamo un Padre fedele che non dimentica i Suoi figli. 


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