📖 Il Vuoto e la Pienezza

La diagnosi, la cura e la scelta che cambiano tutto

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La Croce al Centro (1)

 La Croce al Centro (1)
Il mondo antico conosceva la croce come strumento di terrore: lo strumento d’esecuzione più crudele e infamante dell’Impero Romano, riservato agli schiavi, ai ribelli, ai rifiuti della società. 
Due travi di legno venivano inchiodate insieme a formare una croce o una T. 
I polsi e le caviglie della vittima venivano inchiodati al legno, che veniva poi conficcato nel terreno. Lì l’uomo rimaneva appeso fino alla morte.
Eppure, al cuore del messaggio cristiano, troviamo proprio questo simbolo – un tempo al centro della fede, oggi sembra essersi svuotato del suo significato.
Nel cristianesimo occidentale si è formato un vuoto: dove un tempo si ergeva la croce, ora rimane l’assenza. 
Non che la croce sia scomparsa del tutto: si erge ancora in cima al campanile della chiesa, si porta al collo, pende dalle orecchie con orecchini più o meno scintillanti, è stampata sulle copertine delle Bibbie. 
Tuttavia, la croce di Cristo non è più una realtà viva per il popolo di Dio, e di conseguenza è scomparso il vero cristianesimo.
In questa prima predicazione vogliamo rispondere a due domande fondamentali: “Chi ha voluto la croce?” e “Perché Gesù è venuto al mondo?”
Le risposte ci condurranno al cuore del piano di Dio e dell’incarnazione del Suo Figlio.
Cominciamo col dire che:
I LA CROCE DI CRISTO È IL COMPIMENTO DEL PIANO DI DIO
A) La croce di Cristo è stata pianificata da Dio 
La morte di Cristo non fu un incidente, un evento casuale, una triste disavventura, una sorpresa sfuggita al controllo divino, ma il cuore del progetto divino: il compimento del proposito eterno di Dio (cfr. per esempio Efesini 3:11; 2 Timoteo 1:9), pianificato prima della creazione del mondo e realizzato attraverso le mani di uomini malvagi (Atti 2:23; 4:27-28; 1 Pietro 1:20).
Tuttavia, coloro che crocifissero il Signore rimangono responsabili delle proprie azioni, sebbene la croce fosse parte del piano preordinato di Dio: non esiste contraddizione tra la sovranità divina e la colpevolezza umana. 
Dio è sovrano, e allo stesso tempo gli uomini rimangono responsabili delle proprie scelte – il piano di Dio non nega la responsabilità umana, né la responsabilità umana smentisce il piano di Dio.
La crocifissione fu insieme il compimento del proposito divino e il crimine più grave mai perpetrato: una tensione che la Scrittura afferma senza risolverla, e che rimane, in ultima analisi, un mistero.
Cristo predisse la propria morte sulla croce e la affrontò come sacrificio volontario, una decisione di sottomettersi alla volontà del Padre (Matteo 16:21; 26:36-45,53-54; Luca 9:51; Giovanni 4:34-35; 10:17-18; cfr. per esempio Filippesi 2:8; Ebrei 9:14; 10:6-14).
Dio permise ai nemici di Gesù di complottare contro di Lui, ma sovrintese i loro atti malvagi per portare la salvezza.
La croce fu l’opera di uomini malvagi, ma anche l’atto della grazia divina per la salvezza dei peccatori (cfr. per esempio Isaia 53:10; Romani 8:32)
Dio non è stato sorpreso dalla croce; l’ha voluta in un periodo storico preciso, il più adatto secondo il Suo piano salvifico, il punto preciso in cui la storia stessa era matura per ricevere il Figlio (cfr. per esempio Galati 4:4).
B) La croce di Cristo è il compimento delle Scritture 
Paolo afferma in 1 Corinzi 15:3-4: “Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture.”
Paolo ricorda ai Corinzi che la morte e la risurrezione di Cristo sono secondo le Scritture – sono viste come parte del piano divino già annunciato nell’Antico Testamento.
“Secondo” (kata) è “in conformità con”, “in linea con”, o “come scritto in”.
Paolo introduce le Scritture come la norma che governava la morte e la risurrezione di Cristo.
Il senso è “come le Scritture hanno predetto”, o “come dicono le Scritture”, “proprio come dicevano le Scritture”. 
Paolo parla della:
(1) Morte di Cristo
Il v.3 dice: “Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture.”
Ai tempi di Cristo, la crocifissione non era affatto insolita. Trentamila ebrei furono crocifissi durante l’occupazione romana di Israele. 
Ciò che ha reso la morte di Gesù importante nella storia è innanzitutto il fatto che morì per i nostri peccati. 
La morte di Gesù Cristo non fu semplicemente quella di un martire, ma un sacrificio espiatorio unico e irripetibile per cancellare i peccati dell’umanità (cfr. per esempio Ebrei 9:12,26-28; 10:10; 1 Pietro 3:18).
Per questo motivo la vita cristiana non può essere ridotta a un guscio vuoto, una forma che si ripete senza la potenza della croce.
Senza la verità del sacrificio espiatorio di Cristo, non può esistere una vera chiesa né una speranza autentica di salvezza. 
“Cristo morì per i nostri peccati” significa che Gesù, come nostro rappresentante e sostituto, ha preso su di sé la colpa, la pena e la maledizione che spettavano a noi (1 Pietro 2:24; 2 Corinzi 5:21; Galati 3:13), compiendo l’espiazione (Ebrei 2:17; Ebrei 9:28) e ottenendo per noi perdono, riconciliazione e giustificazione davanti a Dio (Romani 5:1-11; Romani 3:24-26).
Paolo parla anche della:
(2) La risurrezione di Cristo
Nel v.4 leggiamo: “Che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture.”
Come per la morte, Gesù aveva predetto la Sua risurrezione più volte (Matteo 17:22-23; 20:19; Giovanni 2:19-22).
C. K. Barrett scrive: “Cristo morì, ma non è morto; fu sepolto, ma non è nella tomba; è risorto ed è vivo ora.”
Senza la risurrezione, la morte e la sepoltura di Cristo non farebbero parte di una storia di buone notizie e salvezza (cfr. per esempio 1 Corinzi 15:12-34).
Il tempo perfetto: “È stato risuscitato” (egÄ“gertai – perfetto indicativo passivo), indica un’azione che è stata completata nel passato, ma che continua a essere vera nel presente: Cristo è risuscitato e continua a esistere come persona vivente.
Gesù è risuscitato dai morti e continua la Sua vita nello stato di risorto: ciò indica uno stato permanente, ma mette in risalto anche i risultati permanenti dell’evento.
Leon Morris scrive: “Cristo continua a essere e ad agire come il Signore risorto”.
Non è qualcosa che appartiene al passato, ma qualcosa che ha un effetto, una rilevanza duratura sulla realtà presente! (1 Corinzi 15:12, 13, 14, 16, 17, 20).
La risurrezione, dunque, è qualcosa che ha un effetto in corso, o permanente. 
(a) La risurrezione di Gesù è la dichiarazione che Gesù è il Figlio di Dio (Romani 1:1-4).
(b) La risurrezione di Gesù assicura l’approvazione dell’opera di Cristo (Atti 2:31-36; 13:32-39; Romani 4:24-25). 
(c) La risurrezione di Gesù assicura la nostra salvezza (Romani 4:24-25; 8:34; 1 Timoteo 2:4-5; Ebrei 7:25; 1 Giovanni 2:1).
Quindi, la morte e la risurrezione sono indissolubilmente unite: se non ci fosse stata la risurrezione, viene a mancare anche il significato della Sua morte, noi saremmo ancora nei peccati dice 1 Corinzi 15:17.  
Anche la risurrezione, come la morte, è secondo le Scritture.
Ora ci sono due orientamenti tra gli studiosi: 
Coloro che credono che si riferisca all’Antico Testamento nel suo insieme
La croce sarebbe il culmine della storia della salvezza annunciata nell’Antico Testamento, da comprendere attraverso le sue categorie: sacrificio, espiazione, sofferenza, più che attraverso un’unica profezia.
E poi ci sono:
Coloro che credono che si riferisca a passi specifici (Per esempio: Isaia 53:5-6, 11-12; il Salmo 16:8-11 o il Salmo 22)
In secondo luogo, vediamo che:
II LA CROCE DI CRISTO È LA CAUSA PRINCIPALE DELL’INCARNAZIONE DI GESÙ 
A) La croce di Cristo non è separata dalla Sua incarnazione
Gesù viene al mondo portando in Sé l’ombra della propria morte in croce.
Per questo non è lecito pensare l’incarnazione a prescindere da questo epilogo: ogni autentica teologia dell’incarnazione sfocia necessariamente in una teologia della croce.
La Sua morte non fu un ripensamento, né un incidente, ma la realizzazione di uno scopo ben definito in relazione con l’incarnazione, cioè il fatto che Gesù, che esisteva prima di venire sulla terra (cfr. per esempio Giovanni 1:1-3; 3:13,16; 17:5), si è fatto uomo (cfr. per esempio Giovanni 1:14; Romani 8:3; Ebrei 5:7) per salvare i peccatori (cfr. per esempio Matteo 1:21; 1 Timoteo 1:15).
Gesù sapeva che la Sua strada lo avrebbe condotto alla croce, previde e annunciò più volte la Sua morte imminente (Matteo 16:21-23; 17:22-23; 20:18-19).
Ma questa consapevolezza non lo portò alla rassegnazione. 
Non c’è nulla di fatalistico nel modo in cui Gesù parla della Sua passione. Al contrario, ne parla come un atto volontario, un dono libero e obbediente al Padre (Matteo 26:39; Luca 9:51; 22:37; Giovanni 10:17-18).
In questa luce, la morte di Gesù non appare come un incidente della storia, o come il risultato inevitabile del conflitto con le autorità religiose. 
È piuttosto il compimento di un disegno divino preparato “prima della creazione del mondo”, come suggeriscono altri testi del Nuovo Testamento (cfr. per esempio 1 Pietro 1:18-20). 
B) La croce di Cristo non è separata dalla Sua persona
P. T. Forsyth ha affermato: “Cristo è per noi esattamente ciò che è la sua croce. Tutto ciò che Cristo era in cielo o in terra è stato riversato in ciò che ha fatto lì... Cristo, ripeto, è per noi esattamente ciò che è la sua croce. Non si comprende Cristo finché non si comprende la sua croce.”
Indubbiamente possiamo comprendere molti aspetti di tutta la vita di Cristo, ma è sulla croce che quella stessa identità raggiunge la sua massima chiarezza.
Come:
Non possiamo capire un medico senza guardare come cura
Non possiamo capire un giudice senza guardare come giudica
Così, non possiamo capire Cristo senza guardare alla Sua croce. 
Cristo è la Sua opera
La Sua identità è la Sua missione
G. C. Berkouwer suggerisce che la persona e l’opera di Cristo sono in definitiva inseparabili.
Non puoi sapere chi è Cristo veramente se non guardi al Suo sacrificio in croce, e insieme a questo, alla Sua risurrezione. 
Senza la croce non è il Cristo della Bibbia, rimane solo un “Gesù” inventato, psicologico, filosofico, una guida morale.
Nascono deviazioni teologiche ogni volta che si tenta di separare:
L’incarnazione di Gesù dalla redenzione
Cristo dalla croce
La Sua persona dalla Sua missione fino alla morte
L’opera di Cristo sulla croce non è stata un evento separato dalla Sua persona, ma piuttosto l’espressione della persona stessa di Cristo in azione – sulla croce è Lui stesso, in persona, a donarsi.
Per questo la croce ha tutto il suo peso – non è solo un gesto di Cristo, è Cristo stesso che versa la vita e porta il nostro peccato e il giudizio di Dio.
Quello che era Cristo come Dio fatto uomo, lo era anche sulla croce. 
La croce non aggiunge nulla alla Sua persona: la rivela e la porta a compimento. Incarnazione e croce non sono due episodi distinti, ma due momenti interconnessi di un’unica storia di salvezza.
Ecco perché le Sue parole di perdono, i Suoi gesti di guarigione, la vita donata per noi e la morte in croce hanno valore vero: non sono azioni isolate, ma l’espressione di chi Lui è nel più profondo. 
La Sua persona stessa è salvezza, e ogni Suo atto nasce da questo. 
La croce, dunque, non è uno strumento che Dio usa da fuori: è il volto più chiaro di chi Cristo è davvero.
C) La croce è lo scopo dell’incarnazione attraverso la quale Cristo salva i peccatori 
Francis Turretin scriveva: “Poiché il Figlio di Dio si è incarnato solo a causa del peccato, non sarebbe stato necessario… se l’uomo non avesse peccato… Se la carne non avesse bisogno di essere salvata, il Verbo di Dio non si sarebbe fatto carne.”
Paolo 1 Timoteo 1:15 afferma: “Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo”. 
La salvezza non è qualcosa di astratto, ma l’opera concreta di Dio che si è fatto uomo per raggiungere i peccatori nel loro contesto reale.
“Certa” (pistos) indica qualcosa che è affidabile, credibile, vero.
“Pienamente” (pas) indica senza riserve, senza esitazione e senza il minimo dubbio, completamente e incondizionatamente.
“Accettata” (apodochÄ“s) rende l’idea dell’approvazione e dell’accoglienza.
Indica la risposta adeguata alla convinzione che qualcosa è vero e mette una certa enfasi sulla fonte.
Quindi la frase: “Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ci fa capire che Gesù è storicamente esistito, e questa dichiarazione è completamente accettata come autorevole, perché è affidabile, è credibile, non è una falsità, è una vera affermazione!
Quest’affermazione non è negoziabile, non ci viene chiesto semplicemente di pensarla, di esaminarla, o di apprezzarla, ma di accoglierla integralmente.
“È venuto nel mondo”, oltre a indicare la preesistenza e l’incarnazione, indica lo scopo primario della missione di Gesù: salvare i peccatori.
B. B. Warfield coglie magnificamente il significato di questa affermazione: “Dobbiamo prendere questa grande dichiarazione nella sua pienezza e profondità. Gesù ha fatto tutto ciò che è incluso nella grande parola ‘salvare.’ Non è venuto per indurci a salvarci da soli, né per aiutarci a salvarci da soli, né per renderci capaci di salvarci da soli. È venuto per salvarci. Ed è per questo che gli fu dato il nome di Gesù: perché doveva salvare il suo popolo dai suoi peccati. La gloria del nostro Signore, che supera ogni altra gloria a noi rivolta, è proprio il fatto che Egli è il nostro Salvatore attuale e completo; il nostro Salvatore fino in fondo.”
CONCLUSIONE
Come abbiamo visto P. T. Forsyth affermava: “Cristo è per noi esattamente ciò che è la sua croce.”
Abbiamo visto che la croce non è un incidente della storia né un ripensamento divino: è il compimento di un disegno eterno, pianificato prima della fondazione del mondo. 
Abbiamo visto che l’incarnazione stessa non può essere compresa senza guardare al suo epilogo: ogni teologia dell’incarnazione sfocia necessariamente in una teologia della croce. Incarnazione e croce non sono due episodi distinti, ma due momenti interconnessi di un'unica storia di salvezza.
Ma rimangono queste domande: “Perché questa croce è così centrale? Che cosa ci fa, al centro del Vangelo e al centro del cristianesimo?” Qual è il suo significato salvifico, e che cosa rivela dell’uomo e di Dio?
Nella prossima predicazione vedremo la risposta: la croce è il cuore del Vangelo, la chiave della salvezza, e insieme lo specchio più impietoso del male umano – il luogo in cui Dio stesso è entrato nel punto più oscuro dell’esistenza per salvarci proprio da lì.

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