📖 Il Vuoto e la Pienezza

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La Croce al Centro (2)

 La Croce al Centro (2)
Nella predicazione precedente abbiamo visto che la croce è il compimento del piano eterno di Dio e che l’incarnazione del Figlio non può essere separata dal suo scopo redentivo: Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori (1 Timoteo 1:15). 

Incarnazione e croce sono due momenti di un’unica storia.
P. T. Forsyth diceva: “A volte si dice che la grande questione dell’ora per la fede della Chiesa sia cristologica: è la questione della persona di Cristo. È vero. Ma è ugualmente la questione della croce.”

Ora vogliamo approfondire due realtà che la croce porta alla luce con forza insopportabile.
La prima: la croce di Cristo è centrale, è il cuore del Vangelo e la chiave della salvezza – il centro attorno a cui ruota tutto il messaggio cristiano, senza il quale non esiste né chiesa né speranza autentica.

La seconda è più scomoda: la croce è anche lo specchio più impietoso dell’umanità. È il luogo in cui il male umano raggiunge la sua forma più concentrata e più spietata – eppure è proprio lì che Dio ha scelto di incontrare il mondo.

Cominciamo con:
I LA CROCE DI CRISTO È CENTRALE 
A) È il contenuto fondamentale del vangelo 
Spurgeon giustamente disse: “La croce è il cuore del Vangelo.”

E P. T. Forsyth scriveva: “La predicazione di Gesù è la predicazione del vangelo, e il vangelo è il vangelo della croce.”

Il termine “Vangelo” (euangelion) significa “buona notizia”. 
I quattro racconti della vita terrena di Gesù sono chiamati Vangeli. Paolo dice che il Vangelo consiste nella morte di Cristo per i nostri peccati, che fu seppellito; che è stato risuscitato (1 Corinzi 15:1-5). 

Paolo parlando del Vangelo dice in 1 Corinzi 15:3: “Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io”.
Questo versetto ci fa capire che Paolo non introduce una riflessione personale: trasmette un credo già formato. 
Tre movimenti tengono insieme l’intero passaggio.

“Trasmesso” (paredōka - aoristo attivo indicativo) e “ricevuto” (parelabon – aoristo indicativo attivo) non sono verbi generici, ma termini tecnici propria dell’eredità ebraica per la trasmissione di una tradizione autorevole – lo stesso lessico ricorre identico in 1 Corinzi 11:2,23. 

Paolo non si presenta come autore, ma come anello di una catena: può trasmettere solo perché prima ha ricevuto.
La doppia ricorrenza di “secondo le Scritture” in soli tre versetti in 1 Corinzi 15:3-4, non è ornamento retorico, ma dichiarazione di provenienza: il vangelo non nasce nel I secolo, emerge dall’Antico Testamento, di cui è il compimento annunciato.

“Come l’ho ricevuto anch’io” sottolinea l’identità esatta fra ciò che Paolo ha ricevuto e ciò che trasmette – segno di fedeltà da custode, non da inventore. 

Questo senso di aver ricevuto un deposito rende Paolo debitore – verso giudei e gentili (cfr. per esempio Romani 1:14-17; Atti 20:21) – e insieme tutore della sua integrità (cfr. per esempio 1 Corinzi 11:23). 

Paolo proclama Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per i pagani follia, ma per i chiamati – sia Giudei che Greci – è la potenza di Dio e la saggezza di Dio (1 Corinzi 1:17-25)

In 1 Corinzi 1:18, leggiamo che la predicazione apostolica era la predicazione della croce di Cristo – la croce era la priorità assoluta di Paolo nel suo ministero apostolico e nella sua proclamazione evangelica (1 Corinzi 2:2).
Paolo non sceglie un tema tra i molti possibili; sceglie il centro da cui tutti gli altri temi ricevono senso.

Coloro che rimangono estranei alla salvezza la percepiscono come assurdità priva di senso; dall’altro, chi accoglie il messaggio evangelico riconosce in essa la manifestazione della potenza divina. 
Non si tratta di un semplice disaccordo intellettuale, ma di due realtà spirituali incompatibili.

La follia di Dio è più saggia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Corinzi 1:17-2:5). 

La croce, apparentemente il simbolo supremo della sconfitta e dell’umiliazione, diviene il luogo in cui la sapienza e la potenza divine si manifestano in modo inaspettato. 
Per questo motivo, Paolo dichiara di non voler gloriarsi se non nella croce del Signore Gesù Cristo, attraverso la quale il mondo gli è stato crocifisso e Lui al mondo.

La croce non è solo dottrina, ma il principio trasformativo che riconfigura l’intera esistenza credente (cfr. per esempio Romani 6:1-11; Galati 2:19-20; 5:24; 6:14).
La “potenza di Dio” non è un’energia astratta, ma l’efficacia concreta con cui Dio, attraverso la croce, trasforma la vita di chi crede.

La croce è: 
B) È il cuore del cristianesimo
M. Lloyd-Jones diceva: “La predicazione della croce di Cristo era il vero centro e il cuore del messaggio degli apostoli, e non c’è nulla che io conosca di più importante del fatto che ognuno di noi dovrebbe rendersi conto che questo è ancora il cuore e il centro del messaggio cristiano.”

Come abbiamo visto, a conferma che la croce di Cristo è il cuore del cristianesimo c’è il fatto che era il tema della predicazione apostolica.

Leon Morris diceva: “Il cristianesimo è una religione incentrata sulla croce.”

Mentre le altre religioni fondano l’importanza e la pretesa di riconoscimento nell’insegnamento dei loro fondatori; il cristianesimo si distingue non solo per l’insegnamento, ma anche per l’importanza che assegna alla morte e alla resurrezione del Suo Fondatore. 

Togliere la morte di Cristo significa non avere nessuna salvezza – togliete la croce e non ci sarà più cristianesimo! 

Nessun’altra religione ha al proprio centro un dio che muore per i propri adoratori. Lo schema religioso ordinario è l’inverso: l’uomo offre un sacrificio per placare la divinità. Il cristianesimo rovescia questa logica – non l’uomo che sale verso Dio con un’offerta, ma Dio che scende e si offre Lui stesso. 
Questo, più di ogni altra cosa, è ciò che rende il cristianesimo irriducibile a una filosofia morale o a un codice etico: al centro non c’è un insegnamento da seguire, ma un sacrificio già compiuto da accogliere.

La nostra fede non poggia su semplici opinioni, ma su fatti concreti. A volte qualcuno dice: “Queste sono le tue idee, e queste sono le nostre”. 
Ma le opinioni contano poco: ciò che davvero importa è capire quali siano i fatti.

La croce di Cristo non è un’opinione, non è una filosofia, non è una cosa astratta, è storia concreta.

La croce:
C) È la chiave della salvezza
Spurgeon disse: “Non c’è salvezza senza la croce, e non c’è croce senza Cristo. Tutta la nostra speranza è appesa a quel legno.”

La Scrittura afferma con assoluta certezza che Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori (1 Timoteo 1:15). 
Questa è la verità centrale del Vangelo: la croce non è un incidente della storia, ma il cuore del piano di Dio.

Quando Gesù entrò nella casa di Zaccheo e vide il suo sincero ravvedimento, dichiarò: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 19:9-10).
L’uomo non può salvarsi da solo: è Cristo che viene a cercare ciò che era perduto. 

Riferendosi alla Sua morte, Gesù dice in Giovanni 3:14-17: “E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna.  Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.  Infatti, Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.”

La croce non è solo un simbolo: è l’atto attraverso cui Dio ha aperto la via della vita eterna.
Come diceva Moody: “La salvezza non è una scala che l’uomo sale, ma una porta che Dio apre”. 

In Giovanni 12:24 Gesù afferma: “In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto.” 

L’uomo è come un prigioniero incapace di liberarsi. La croce è la chiave che apre la porta della prigione del peccato. Non possiamo forzare la serratura: solo Cristo può.
“Se l’uomo avesse potuto salvarsi da solo, non ci sarebbe stato bisogno che il Figlio di Dio venisse sulla terra. Anzi, la sua venuta è la prova che le persone non possono salvarsi da sole” (M. Lloyd-Jones).

Gesù è il Salvatore del mondo! Solo Lui è nessun altro! (cfr. per esempio Giovanni 4:42; Atti 4:12). 
Gesù doveva morire (cfr. per esempio Matteo 16:21; Luca 17:25; 24:7; Atti 17:3) per salvarci dai nostri peccati (cfr. per esempio Matteo 1:21), da questo mondo (cfr. per esempio Galati 1:4), dal diavolo (cfr. per esempio Colossesi 2:15; Ebrei 2:14-15), dall’ira di Dio (Romani 5:9; 1 Tessalonicesi 1:10), dalla perdizione eterna (cfr. per esempio Giovanni 3:16).

Vaughan Roberts disse: “La croce non fu un tragico fallimento; fu una salvezza trionfale.”

II LA CROCE È IL CONCENTRATO DEL PEGGIO CHE L’UOMO POTESSE FARE 
Dio poteva scegliere un altro strumento per la nostra salvezza, ma perché scelse la croce per salvare i peccatori? (cfr. per esempio Isaia 53:5-6,10; Atti 2:23; 4:27-28; 1 Pietro 1:19-20). 

Non troviamo scritti i motivi per cui Dio scelse la croce, ma possiamo dire che:
A) La croce era lo strumento più crudele e disumanizzante dell’Impero Romano
La nostra familiarità moderna con la croce ha attenuato l’orrore che essa rappresentava nel mondo antico – non era solo una pena di morte crudele e di tortura estrema, ma anche una forma pubblica di umiliazione e degradazione, una morte particolarmente disumana e vergognosa, che di solito era riservata ai criminali incalliti, a schiavi, ribelli e sediziosi. 
La crudele visibilità pubblica di questa punizione mirava a spogliare le vittime della loro umanità, ritraendole come esseri inferiori.

Dunque, la croce non aveva nulla di “religioso” o edificante.
I condannati, completamente nudi, venivano esposti lungo le strade come monito pubblico. Non era permessa ai cittadini romani per la sua brutalità – per un romano era un affare orribile e disgustoso, non certo argomento di conversazione educata.

Cicerone (106–43 a.C.), il grande oratore romano in uno dei suoi discorsi, la condannò definendola “una punizione crudelissima e disgustosa.” E poi ancora diceva: “Incatenare un cittadino romano è un crimine, flagellarlo è un abominio, ucciderlo è quasi un omicidio: crocifiggerlo ... cos’è? Non esiste parola adatta a descrivere un atto così orribile.”
Cicerone fu ancora più esplicito nella sua difesa, avvenuta con successo nel 63 a.C., dell’anziano senatore Gaio Rabirio, accusato di omicidio: “La parola stessa ‘croce’ dovrebbe essere lontana non solo dalla persona di un cittadino romano, ma anche dai suoi pensieri, dai suoi occhi e dalle sue orecchie. Perché non è solo il verificarsi di queste cose (cioè le procedure della crocifissione) o il subirle, ma anche l’essere esposti ad esse, l’attesa, persino la semplice menzione di esse, che è indegna di un cittadino romano e di un uomo libero.”

Se i Romani consideravano la crocifissione con orrore, lo stesso facevano i Giudei, sebbene per una ragione diversa. Non facevano distinzione tra un “albero” e una “croce”, e quindi tra un’impiccagione e una crocifissione, per loro essere appesi a un legno era considerato una maledizione di Dio (Deuteronomio 21:23). 
Non riuscivano a credere che il Messia di Dio sarebbe morto sotto la sua maledizione, appeso a un legno, per loro era uno scandalo come ci fa capire Paolo in 1 Corinzi 1:23, ed erano pertanto scettici, come Trifone l’ebreo che disse a Giustino, l’apologeta cristiano, in un dialogo: “Su questo punto sono estremamente incredulo.”

La morte sopraggiungeva lentamente, spesso dopo giorni di sofferenze estreme.

David Guzik scrive: “La schiena della vittima veniva prima lacerata dalle frustate, e il sangue coagulato veniva nuovamente lacerato quando gli venivano strappati gli abiti. Quando veniva gettato a terra per inchiodargli le mani alla trave, le ferite si riaprivano e si contaminavano con la sporcizia. Poi, mentre pendeva dalla croce, a ogni respiro, le dolorose ferite sulla schiena sfregavano contro il legno ruvido della trave verticale, aggravandosi ulteriormente. Quando il chiodo veniva conficcato nei polsi, recideva il grande nervo mediano. La stimolazione del nervo provocava fitte di dolore lancinante e bruciante in entrambe le braccia, con conseguente contrazione delle mani della vittima in una presa a pinza. Oltre al dolore atroce, l’effetto principale della crocifissione era l’inibizione della respirazione normale. Il peso del corpo, esercitando pressione su braccia e spalle, tendeva a bloccare i muscoli respiratori in una posizione di inspirazione, ostacolando l’espirazione. La mancanza di un’adeguata respirazione causava forti crampi muscolari, che a loro volta rendevano la respirazione ancora più difficile. Per respirare a pieni polmoni, bisognava spingere contro i piedi e flettere i gomiti, tirando con le spalle. Appoggiare il peso del corpo sui piedi provocava un dolore lancinante, e flettere i gomiti torceva le mani appese ai chiodi. Sollevare il corpo per respirare, inoltre, sfregava dolorosamente la schiena contro il ruvido palo di legno. Ogni tentativo di respirare correttamente era un’agonia, estenuante e portava a una morte più rapida…La morte per crocifissione poteva derivare da molteplici cause: shock acuto dovuto a emorragia, sfinimento tale da impedire la respirazione, disidratazione, infarto da stress o insufficienza cardiaca congestizia con conseguente rottura del cuore. Se la vittima non moriva abbastanza rapidamente, le gambe venivano spezzate e ben presto non riusciva più a respirare.”

B) La croce era il concentrato del peggio dell’uomo
Nella crocifissione emerge il peggio dell’umanità: 
Crudeltà con una tortura sadica lenta e dolorosa per logorare il corpo fino allo sfinimento
Umiliazione pubblica: il condannato è esposto nudo, deriso, esibito come monito. Non muore solo, muore guardato, giudicato, disprezzato (cfr. per esempio Matteo 27:27-44)
Disumanizzazione totale: la croce toglie dignità, volto, nome; riduce la persona a rifiuto

Non si tratta solo dei “cattivi” della storia, ma di una realtà che riguarda ogni cuore umano. Il male non è solo fuori di noi, ma anche dentro di noi.

Dio sceglie proprio questo strumento perché entra nel punto in cui il male umano è più concentrato e più spietato.
Dio non guarda il male “da fuori”: in Cristo entra fino al luogo in cui Egli sembra assente, per salvare proprio da lì.

A coloro che dicono: “Perché Dio permette il male? Perché sembra indifferente al dolore?”, possiamo rispondere che la croce è la smentita più radicale di questa idea. 

In Cristo, la sofferenza umana coincide con un atto di Dio stesso: non un Dio spettatore, ma il Figlio di Dio, fatto uomo, che si dona e soffre nella nostra carne – senza mai cessare di essere Dio (cfr. per esempio Filippesi 2:6-8; Colossesi 2:9; Ebrei 2:14-18).

È vero, molti hanno patito torture atroci, ma l’unicità della passione di Gesù va oltre la sofferenza fisica e morale, sta nella Sua persona e nella Sua missione unica e irripetibile.

Che mistero:
Il Creatore diventa creatura (cfr. per esempio Giovanni 1:1-3,14)
Il Signore si fa servo (cfr. per esempio Filippesi 2:6-8)
Il Giudice si lascia condannare (cfr. per esempio Matteo 25:31-46).

Per questo la croce non è solo la storia di un uomo che soffre ingiustamente: è la storia di Dio stesso che si abbassa (cfr. per esempio Atti 20:28; 2 Corinzi 5:19; Filippesi 2:6-8; Colossesi 1:19-20).

Gesù non è un semplice uomo, per quanto giusto e innocente, ma il Figlio eterno (cfr. per esempio Michea 5:2; Giovanni 1:1-3; Ebrei 13:8) di Dio fatto carne. 
Per questo la domanda si fa più profonda: “Come può il Figlio di Dio restare Dio mentre subisce questo?”
Il mistero è che resta Dio proprio amando così, offrendo Sé Stesso per salvare peccatori.

C) La croce era rivelazione del male collettivo 
Violenza politica: è Roma che crocifigge con il suo apparato di potere e controllo (cfr. per esempio Marco 15:15; Giovanni 19:10–11,16; Atti 4:27)
Violenza religiosa: il Sinedrio consegna Gesù; il sistema religioso collabora con il potere politico (cfr. per esempio Matteo 26:59–60,65–66; Marco 15:1; Giovanni 18:30–31; Atti 2:23)
Violenza sociale: la folla che grida “crocifiggilo”, il consenso collettivo alla violenza (cfr. per esempio Matteo 27:20–23; Marco 15:13–14; Luca 23:18–23; Atti 3:14–15)

La croce romana diventa così lo specchio del male strutturale: poteri, istituzioni, masse, tutti coinvolti.

D) La croce era il luogo dell’abbandono di Dio
In questo abisso tenebroso, Gesù non sperimenta solo la sofferenza fisica, la sofferenza morale, ma anche la sofferenza spirituale
Matteo 27:46 dice: “E, verso l’ora nona, Gesú gridò a gran voce: ‘Elí, Elí, lamà sabactàni?’ cioè: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’”

Portando su di Sé il peccato del mondo, Gesù si separò dal Padre, il che gli provocò questo grido di agonia, abbandono temporaneo e relativo alla Sua natura umana – ovvero la separazione da Dio – fino a quando fu appeso alla croce.
La Sua rivendicazione arriverà presto con la resurrezione (cfr. per esempio Romani 1:4).

In questo momento oscuro, il Dio santo (cfr. per esempio Isaia 59:2; Abacuc 1:13), doveva allontanarsi dal peccato.
Nel momento in cui Cristo si è identificato con la nostra colpa, ha sperimentato inevitabilmente sulla propria pelle quella stessa tragica e totale separazione da Dio.
Il Figlio di Dio ha portato il nostro peccato e la maledizione di Dio nella Sua natura umana, e in quella natura umana Dio Padre non poteva avere comunione con Lui.

Gesù non è stato abbandonato come Figlio eterno, ma ha sperimentato nella Sua umanità l’abbandono che il peccato merita. 
Tuttavia, nella Sua divinità, il Figlio non è mai separato dal Padre: la comunione trinitaria rimane intatta. 
L’abbandono è reale sul piano dell’esperienza umana, non sul piano dell’essere divino.

In questo grido di abbandono, si rivela l’orrore del peccato del mondo e il costo della nostra salvezza.

Gesù – in quanto sacrificio espiatorio (cfr. per esempio Isaia 53; Matteo 1:21; 20:28; 26:28; 2 Corinzi 5:21; Galati 3:13; 1 Pietro 2:24; 3:18; 1 Giovanni 4:10) – prese su di Sé, insieme ai nostri peccati, la conseguenza: il calice della sofferenza e del giudizio, dell’ira di Dio contro il peccato (cfr. per esempio Salmo 75:8; Isaia 51:17; Geremia 25:15), calice che Gesù nella Sua umanità voleva evitare (Matteo 26:36-46).

Ancora David Guzik ci dice: “Per quanto orribile fosse la sofferenza fisica di Gesù, questa sofferenza spirituale – l’essere giudicato per il nostro peccato – era ciò che Gesù temeva veramente della croce. Questo era il calice – il calice della giusta ira di Dio – che Egli tremava al solo pensiero di bere (Luca 22:39-46, Salmo 75:8, Isaia 51:17, Geremia 25:15). Sulla croce Gesù è diventato, per così dire, un nemico di Dio, che è stato giudicato e costretto a bere il calice dell’ira del Padre affinché noi non dovessimo berlo.”

Non comprenderemo mai appieno in questa vita, l’agonia del Figlio nel sapere che, nell’opera di salvezza per i peccatori, la comunione fino ad allora ininterrotta tra Dio e Gesù sia stata misteriosamente interrotta.

David Platt lo dice così: “In modo misterioso, Cristo fu alienato non solo dai suoi amici, ma anche dal Padre. Questa è la maledizione della croce (vedi anche Gal 3:13). Quando fu sottoposto alla condanna del peccato, Gesù fu separato dalla presenza favorevole del Padre. La presenza di Dio era reale sulla croce, ma era la sua presenza di giudizio e ira verso il peccato. A Gesù fu data la piena ricompensa della nostra disobbedienza.” 

Gesù ha scelto di identificarsi a tal punto con i peccatori da prendere su di Sé l’intero peso e la tragicità della nostra colpa. 
In quel preciso istante, l’angoscia e la devastazione del male lo hanno avvolto così intimamente da fargli sperimentare un reale e doloroso senso di lontananza dal Padre, come se la loro unione perfetta fosse momentaneamente velata da un’oscurità impenetrabile.

“Dio per un certo tempo abbia abbandonato Gesù, voltandogli le spalle affinché Gesù potesse sperimentare appieno l’ira e la punizione per il peccato. Gesù qui sperimenta la nostra totale perdizione e alienazione da Dio, al nostro posto, l’alienazione che sperimenta ogni peccatore” (Ben Witherington III).

Questa alienazione fu reale e terribile nell’esperienza umana di Gesù; non significò però una rottura nell’unione eterna tra il Padre e il Figlio – un’unione che restò intatta, e che è proprio il fondamento della nostra riconciliazione.
CONCLUSIONE
John Murray scrive: “Il dono più grande del Padre non è stato quello dei beni terreni, sebbene ci abbia dato molto di cui godere. Non è stata semplicemente la nostra vocazione, né la nostra giustificazione e glorificazione. Non è stata nemmeno la sicurezza che abbiamo in Lui. Questi sono favori elargiti in adempimento del disegno misericordioso di Dio. Ma il dono ineffabile e incomparabile è la rinuncia al Suo stesso Figlio. Tale è il dono, tali sono le sue implicazioni, tali sono le sue conseguenze, che certamente ci saranno concessi tutti i doni di minore importanza.”

Abbiamo visto la croce da due angolazioni: la sua centralità nel Vangelo e la sua crudeltà nella storia. Entrambe ci conducono alla stessa verità: la croce non è solo un simbolo. 
È il luogo in cui la potenza e la sapienza di Dio si sono manifestate nell’unico modo capace di raggiungere davvero l’umanità perduta – dall’interno, nella carne, nel dolore, nell'abbandono.

Il Figlio di Dio non ha guardato il male dall’alto. Vi è entrato. Ha portato i nostri peccati, ha bevuto il calice dell’ira, ha sperimentato nella Sua umanità l’abbandono che il peccato merita –perché noi non dovessimo sperimentarlo per sempre.

La croce non è la sconfitta di Dio davanti al male dell’uomo: è Dio stesso che entra nel male dell’uomo per distruggerlo dall’interno. 
Non un fallimento – una vittoria
Non una fine – un principio

Ringraziamo Dio per il Suo dono ineffabile – il dono di Sé stesso in Suo Figlio – che ci salva dai peccati e dalle loro gravi conseguenze. 
E che questa realtà non rimanga mai un ornamento al collo o un’icona stampata su carta: sia la realtà viva che riforma la nostra esistenza, giorno dopo giorno.

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