📖 Il Vuoto e la Pienezza

La diagnosi, la cura e la scelta che cambiano tutto

Scopri perché il vuoto che senti non è casuale ma la prova che sei fatto per qualcosa di più grande.

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1 Giovanni 3:20: Quando il cuore ci condanna

 1 Giovanni 3:20: Quando il cuore ci condanna
Tommaso da Kempis disse: “Dolce sarà il tuo riposo se il tuo cuore non ti rimprovera.”
È proprio così. Il cuore, molte volte, ci tormenta a causa del peccato e dei sensi di colpa – non lascia dormire, non lascia respirare, torna a bussare proprio quando vorremmo solo pace. 
Ma Giovanni non lascia che sia il cuore ad avere l’ultima parola.
Il versetto fa parte di un’unità più ampia (1 Giovanni 3:19-22) che affronta la fiducia davanti a Dio, messa a rischio proprio dall’accusa del cuore. 
Dopo aver parlato di come amare gli altri sull’esempio dell’amore di Dio per i Suoi figli (1 Giovanni 3:1-18), Giovanni si volta a guardare qualcosa di più intimo e più scomodo: quel senso di inadeguatezza e fallimento che coglie il credente proprio mentre sta cercando, sinceramente, di vivere in modo giusto secondo Dio.
Non è l’ipocrita a sentirsi accusato – è chi sta davvero provando a obbedire a Dio, e proprio per questo sente ogni caduta con più peso.
Giovanni al v.20 non dice “se mai accadesse”, ma “se il nostro cuore ci condanna.” Questo indica una possibilità reale, quasi inevitabile, nella vita del credente, e per esperienza lo sappiamo benissimo, che è così. 
Giovanni costruisce il suo argomento a partire dal v. 19: il credente può sapere di essere della verità, e può rassicurare il proprio cuore davanti a Dio. 
È una porta aperta sulla pace. Ma Giovanni, da pastore prima che da teologo, sa che quella porta non resta sempre aperta da sola, e pone la domanda che ogni credente onesto si è fatto almeno una volta: cosa succede quando il cuore non si rassicura? Quando, invece di tacere, continua ad accusare?
Giovanni parla di:
I CUORE
A che cosa si riferisce Giovanni quando parla di “cuore”?
Il cuore (kardia) in ogni persona, è:
La sede intellettuale (cfr. per esempio Deuteronomio 8:5; 1 Re 3:9; Giovanni 12:40)
La sede della volontà (cfr. per esempio 1 Re 8:17; 2 Tessalonicesi 3:5)
La sede emotiva (cfr. per esempio 1 Samuele 1:8; Esodo 4:14; Giovanni 14:1,27; 16:6,22)
La sede della conoscenza del bene e del male, cioè la coscienza (cfr. per esempio Deuteronomio 30:14,17; 1 Re 8:37; Geremia 31:33; Ezechiele 36:26-27; Romani 2:15; Ebrei 10:22).
Giovanni usa “cuore” nel senso di sede della coscienza.
La coscienza può essere definita come:
Autoconsapevolezza interiore del proprio stato morale (cfr. per esempio 2 Samuele 24:10; Giobbe 27:6)
Testimone interiore che conferma e accusa (cfr. per esempio Romani 2:15; 9:1; 2 Corinzi 1:12)
Bussola morale (cfr. per esempio Romani 13:5;1 Corinzi 10:25-29; 1 Pietro 3:16)
Giudice interiore (cfr. per esempio Atti 24:16; 1 Corinzi 4:4; Ebrei 10:22)
La parola usata nel Nuovo Testamento per “coscienza” (syneídēsis) – letteralmente “conoscenza con” – è la capacità dell’essere umano di esaminare interiormente i propri atti, riconoscendoli come buoni o cattivi, e di provarne l’eco: approvazione, rimorso, o turbamento. 
La coscienza, dunque, è il testimone interiore che giudica la condotta dell’uomo. Funziona come un vero e proprio sistema di allarme spirituale, installato da Dio in ogni essere umano per segnalare il peccato: così come il dolore fisico segnala una lesione del corpo, la coscienza segnala ciò che danneggia l’anima. 
Ma perché l’allarme suoni al momento giusto, deve essere tarato su standard morali corretti, reagisce infatti alle convinzioni depositate nel cuore, qualunque esse siano – vere o false.
Una coscienza disinformata, o mal formata, reagisce in modo sbagliato: se è stata nutrita di pensieri, o idee false, si allarma quando ciò che è menzogna viene contraddetto, e invece non si allarma davanti al vero peccato.
In altre parole, una coscienza istruita male considera male ciò che è bene, e considera bene ciò che è male.
E una coscienza ignorata a lungo, o sistematicamente messa a tacere, indurita dal peccato finisce per incallirsi e perdere sensibilità, come una pelle indurita dai troppi colpi (1 Timoteo 4:2).
Altre volte la coscienza può essere debole, influenzata dal comportamento altrui, o ferita da comportamenti altrui e reagire in modo scorretto, sproporzionato o distorto (1 Timoteo 4:2; Tito 1:15; Ebrei 10:22; 1 Corinzi 8:7,10,12).
Una coscienza non nutrita dalla verità è come una bussola smagnetizzata: continua a muoversi, ma non indica più il nord; per questo la coscienza deve essere “magnetizzata” e influenzata dalla verità di Dio come rivelata nella Bibbia.
Infatti, la coscienza è quella consapevolezza che nasce da una norma ed esige una determinata condotta – Dio l’ha data a tutte le persone affinché camminassero secondo le Sue leggi, e questa presenza stessa dimostra la Sua esistenza.
Si tratta, in particolare, di una consapevolezza dolorosa di aver agito male, oppure di una conoscenza serena della propria innocenza: non a caso Romani 2:15 parla di pensieri che si accusano, o si scusano. 
La coscienza è dunque testimonianza interiore che esamina e giudica la condotta di una persona.
Martyn Lloyd-Jones scriveva: “La coscienza è una specie di voce, una facoltà, se così vi pare, che si trova in tutti gli esseri umani. È un monitor interiore che ci comunica che determinate cose non sono corrette e che non le dobbiamo commettere. Che ci piaccia o no è così: essa esprime la sua opinione e ci condanna quando commettiamo qualcosa di sbagliato.” 
E questo ci introduce al prossimo punto, Giovanni parla di:
II CONDANNA 
Il verbo “condanna” (kataginōskē – presente attivo congiuntivo) chiarisce che Giovanni non sta dicendo “se mai, per assurdo, il cuore ci condannasse”, ma dà per scontata una possibilità reale e ricorrente nella vita del credente. 
L’accusa del cuore non è un’eccezione rara, è un’onda che torna a battere sulla riva dell’esperienza cristiana. 
“Condannare” (kataginōskō) è un termine giuridico: indica l’atto di dichiarare qualcuno colpevole e pronunciare contro di lui una sentenza.
Il cuore, in questo senso, è descritto come un giudice che siede, esamina le prove, riconosce la colpa e formula una sentenza di colpevolezza.
I cristiani hanno accolto la verità delle Scritture, attraverso la quale sono stati rigenerati (1 Pietro 1:23) e santificati (Giovanni 17:17); questo li spinge a desiderare la Parola di Dio e a vivere nell’ obbedienza (cfr. per esempio 1 Giovanni 2:3–6; 3:6-10). 
Quando obbediscono a Dio, la loro coscienza testimonia che stanno agendo correttamente (Romani 9:1), e questo genera in loro gioia e una fiducia profonda davanti a Dio (2 Corinzi 1:12).
Ma quando peccano, la stessa coscienza si volta contro di loro e li accusa per pensieri, parole, o azioni sbagliate (cfr. per esempio Giovanni 8:9).
Davanti a Dio la coscienza colpevole conosce il peso del proprio peccato, ne misura la gravità contro la santità di Dio con tutte le conseguenze che comporta, prima fra tutte, la rottura della comunione con Lui (cfr. per esempio Isaia 59:1-2).
Se poi il peccato continua senza ravvedimento, la coscienza diventa un tarlo che rode nel silenzio: rende timorosi, afflitti e insicuri (cfr. per esempio Salmo 32:3-4; 38:1-8; 40:11-12). 
In questa condizione, i credenti arrivano persino a dubitare della genuinità della propria fede, perché la disobbedienza prolungata offusca la certezza spirituale.
Pur non potendo perdere la salvezza – se realmente appartengono a Cristo – possono però perdere la certezza di essa, a causa di una coscienza che accusa e tormenta.
Possiamo distinguere almeno due tipi di colpevolezza: quella legittima e illegittima.
Cominciamo con:
A) La colpevolezza legittima
È legittima quando abbiamo effettivamente peccato davanti a Dio. Giovanni ha già detto che pecchiamo e che in Cristo – sacrificio propiziatorio – siamo purificati; dobbiamo riconoscere che abbiamo peccato e confessarlo (1 Giovanni 1:5-2:2).
In questo caso la coscienza ci accusa a ragione.
Ma se abbiamo confessato i nostri peccati sulla base del sacrificio di Cristo, del Suo sangue versato, forti della promessa del perdono di Dio, allora la voce della coscienza può e deve essere messa a tacere.
E questo ci porta:
B) Alla colpevolezza illegittima
Non sempre la coscienza accusa a ragione. Infatti, esiste una coscienza iperattiva che vede il peccato dove non c’è, che condanna senza motivo valido, in modo eccessivo, distorto e non conforme alla verità di Dio.
Oppure nonostante si confessa il peccato, la coscienza iperattiva continua a tormentare la persona: la spinge a confessare lo stesso peccato ogni sera, sempre con le stesse parole, come se Dio non l’avesse ancora ascoltato la prima volta.
In altre parole, la colpevolezza è illegittima:
(1) Quando la coscienza è più severa di Dio
Alcune persone hanno una coscienza iperattiva: si sentono colpevoli anche quando non hanno peccato. 
Qui la colpa nasce da uno standard sbagliato – non dalla legge di Dio, ma da un perfezionismo che non ammette limiti, da un’immagine di sé costruita e mai raggiunta, o da aspettative altrui interiorizzate come se fossero comandamenti divini. 
Il cuore, in questi casi, non misura secondo il metro di Dio, ma con un metro più corto del Suo.
La colpevolezza è illegittima:
(2) Quando la colpa nasce da ignoranza o fraintendimento
Se non comprendiamo bene la volontà di Dio, possiamo sentirci colpevoli per cose che non sono affatto peccato. 
Qui l’errore è nello standard stesso: si prende, o scambia per legge divina ciò che divino non è. 
L’esempio più comune è confondere tradizioni umane con comandamenti di Dio (cfr. per esempio Marco 7:7-8). 
Chi vive sotto questo fraintendimento può sentirsi profondamente in colpa per aver trasgredito una regola, un giorno, un’abitudine, una consuetudine – che Dio non ha mai richiesto. 
La colpa qui nasce da un’ignoranza della volontà rivelata di Dio.
La colpevolezza è illegittima:
(3) Quando la colpa nasce da emozioni, non da peccato
Stanchezza, ansia, stress, ferite interiori possono generare un senso di colpa privo di radici morali: abbassano le difese del cuore e lo rendono più incline a condannarsi, spesso in modo sproporzionato, o del tutto infondato. 
In queste condizioni il cuore diventa un giudice meno lucido – più severo, più impressionabile, pronto a scambiare un limite umano per una colpa morale.
Una persona stanca, o ferita può pensare:
“Dio è deluso da me”.
“Non ho fatto abbastanza”.
“Non sono degno”.
Ma non ha fatto nulla di moralmente sbagliato. È solo una coscienza iperattiva che condanna oltre il necessario.
La colpevolezza è illegittima:
(4) Quando la colpa riguarda peccati già perdonati
Sentirsi colpevoli per ciò che Dio ha già perdonato è una colpa illegittima. Giovanni insiste che il perdono è reale e completo (1 Giovanni 1:9).
La colpevolezza qui è illegittima perché il verdetto del cuore contraddice, anziché confermare, ciò che Dio ha già dichiarato in Cristo, e cioè che non c’è più condanna (cfr. per esempio Romani 8:1).
La vera convinzione di peccato conduce sempre alla croce di Cristo, mai in un vicolo cieco. 
Se il senso di colpa resta identico anche dopo una confessione genuina e l’appropriazione per fede di 1 Giovanni 1:9, non è più il decreto di Dio a operare, ma il diavolo, Satana (Apocalisse 12:10). 
La colpa illegittima è quella che non crede abbastanza al Vangelo da lasciarsi persuadere da esso.
La colpevolezza è illegittima:
(5) Quando la colpa nasce dal paragone con altri
La colpa che nasce dal sentirsi “meno spirituali” o “meno degni” non è colpa biblica, ma distorsione. 
Qui il cuore non si misura davanti a Dio, ma davanti a un altro cuore umano: “Lui prega di più”, “lei serve di più”, “loro sembrano più vicini a Dio di me”. 
Il metro non è più la volontà di Dio bensì la prestazione (reale o percepita) di qualcun altro: un metro che cambia continuamente e che nessuno può davvero conoscere dall’esterno. 
È un metro che non misura mai due volte allo stesso modo – perché in realtà non stai misurando te stesso davanti a Dio, stai misurando la tua immaginazione di un altro.
La colpevolezza è illegittima:
(6) Quando la colpa è manipolata da altri
La Bibbia riconosce che il cuore può essere piegato da giudizi ingiusti, pressioni sociali, legalismo (cfr. per esempio Matteo 23:4).
Non ogni voce che accusa viene da Dio, o dalla propria coscienza: può venire da chi impone un peso che Dio non ha mai imposto, da un ambiente che scambia, o confonde la conformità sociale per santità, o semplicemente da chi usa il senso di colpa come leva per controllare. 
In questi casi il cuore condannato non sta rispondendo a Dio, ma a un giudizio umano travestito da giudizio divino. 
Riconoscerlo è già un passo verso la libertà: non ogni voce interiore che dice “sei in colpa” merita di essere ascoltata come se fosse la voce di Dio.
Un peso che Dio non ha mai caricato sulle tue spalle non diventa sacro solo perché qualcuno te l’ha messo addosso con voce religiosa.
Giovanni parla di:
III CAUSA
“Poiché se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.”
“È il cuore inquieto e accusatore che deve essere persuaso e rassicurato” (Painter).
In questo versetto, Giovanni apre la frase con “poiché” proseguendo la rassicurazione già avviata al v.19.
“Poiché” (hoti – congiunzione causale) introduce il motivo per cui possiamo rassicurare il nostro cuore anche quando ci condanna: la grandezza di Dio, il Giudice, che supera la condanna della coscienza e conosce ogni cosa. 
È una parola di consolazione per coloro che sono oppressi dalla consapevolezza dei propri peccati.
Il senso è: “Se il nostro cuore ci dice che abbiamo peccato”, Dio è più grande e conosce ogni cosa”.
Oppure: “Anche se il nostro cuore ci dice che abbiamo peccato, Dio è più grande e conosce ogni cosa”.
Giovanni spiega qui la ragione per cui possiamo avere fiducia davanti a Dio: perché, anche quando dentro di noi si leva un’autocondanna, Dio è più grande di quella voce.
Giovanni sta dicendo: a volte ci sentiamo colpevoli dentro; ma questo non è il metro della verità. Dio conosce più di noi, vede più di noi, giudica meglio di noi. 
Il cuore può condannarci perché:
È sensibile
È ferito
È influenzato da paure, traumi, scrupoli
Ricorda peccati già perdonati
Ascolta le accuse del nemico
Ci sono tre pericoli legati alla coscienza.
Primo: la coscienza silenziata
C’è un lato positivo nel ministero persuasivo dello Spirito Santo che ci convince di peccato: il senso di colpa e la consapevolezza che un credente prova quando pecca.
La condanna del cuore è possibile, ma non deve restare l’ultima parola, perché Dio è pronto a perdonare e perdona quando confessiamo sinceramente i nostri peccati (cfr. per esempio Neemia 9:17; Salmo 32:1-5; Proverbi 28:13; Michea 7:18-19; Luca 15:20; 1 Giovanni 1:8-2:2).
Provare questo senso di colpa, è in realtà segno di una fede matura: rivela la consapevolezza del peccato e il bisogno costante di Dio.
È esattamente il movimento del credente maturo – non la negazione della colpa, ma il riposo nella grandezza di Dio.
Ma questa maturità non è sempre presente, perché la coscienza illuminata dallo Spirito Santo parla e la ignoriamo perché va contro i nostri interessi, o i piaceri del peccato.
Il secondo pericolo è:
La coscienza come tiranno 
Quando i credenti peccano, non dovrebbero crogiolarsi nel senso di colpa, ma chiedere         perdono a Dio e riposare nella certezza che Egli è fedele nel perdonare.
Il perdono non è l’eccezione: è il modo abituale con cui Dio si relaziona al Suo popolo.
Giovanni non lascia il cuore-coscienza come giudice ultimo. 
C’è una differenza fondamentale tra la coscienza che segnala il peccato per condurci alla   confessione, e la coscienza che continua ad accusare anche dopo che la grazia è stata ricevuta – quella colpa illegittima già vista al punto (4) sui peccati perdonati in Cristo.
La prima è pedagogica; la seconda è paralizzante.
Il terzo pericolo è:
La coscienza non è infallibile
“È opinione diffusa che la coscienza possa essere fallibile e che sia relativa agli atteggiamenti appresi” (Anthony C. Thiselton).
La coscienza a volte è come uno specchio deformante: può riflettere la verità distorcendola – ci mostra i nostri errori, ma li ingrandisce, a volte ci condanna anche quando non abbiamo affatto peccato, facendoci sentire indegni.
Come già detto, a volte questa indegnità ha una radice satanica: è l’opera dell’accusatore (cfr. per esempio Zaccaria 3:1; Apocalisse 12:10). 
Come disse Lutero: “A volte il diavolo interpreta male le cose migliori e bene quelle cattive, indebolisce le cose buone e ingigantisce quelle cattive. Da una piccola risata può trarre la dannazione eterna.”
State attenti che il diavolo non vi accusi e vi privi della vostra fiducia. 
Una volta confessato il peccato e ottenuto il perdono, non dovete più permettergli di accusarvi.
Warren Wiersbe scriveva: “Nessun cristiano dovrebbe prendere il peccato alla leggera, ma nessun cristiano dovrebbe essere più severo con sé stesso di quanto lo sia Dio. Esiste una forma morbosa di autoesame e autocondanna che non è spirituale.”
A volte viviamo prigionieri dei nostri sensi di colpa, ignorando che Dio conosce la nostra reale condizione meglio di quanto la conosciamo noi.
Poiché non siamo né la norma, né l’arbitro finale delle nostre azioni, il nostro tribunale supremo non deve essere il cuore umano, i cui sentimenti sono volubili e manipolabili dalla paura, o di altri sentimenti, ma Dio, in cui riponiamo completa fiducia.
Possiamo dunque aspettarci che alla presenza di Dio i nostri peccati appaiono ancora più gravi e imperdonabili di quanto ci sembri da soli – ed è proprio qui che risplende, per contrasto, la grandezza della Sua grazia.
Giovanni introduce un richiamo a un’istanza superiore – Dio – che diventa consolazione pastorale per il credente la cui coscienza lo accusa ingiustamente o in modo eccessivo. 
Questo è un contributo giovanneo specifico: la coscienza (il cuore) può sbagliare per difetto, o per eccesso di rigore, ed è sottoposta al giudizio più ampio e più accurato di Dio stesso.
Charles Spurgeon disse: “Il cuore è un critico severo, ma Dio è un Giudice giusto.”
La coscienza va ascoltata, ma non lasciata come tribunale definitivo: solo Dio può avere l’ultima parola su di noi!
Come spiega l’apostolo Paolo in 1 Corinzi 4:4: “Non ho coscienza di alcuna colpa; non per questo però sono giustificato; colui che mi giudica è il Signore.”
Qui l’apostolo non ritratta la propria coscienza pulita – anzi la conferma come sincera. Ma è proprio questo che rende il testo prezioso: se persino una coscienza onesta e serena non basta a dichiararci giusti, tanto meno una coscienza inquieta e accusatrice basta a dichiararci colpevoli. 
La ragione, in entrambi i casi, è la stessa: la coscienza umana ha accesso solo a ciò che le è visibile a sé stessa, mentre Dio solo “metterà in luce quello che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i pensieri dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1 Corinzi 4:5). 
La coscienza, per quanto sincera, opera sempre su un fascicolo incompleto: può sbagliare per eccesso, o per difetto, come ammette Paolo in 1 Corinzi 4:4. 
In nessuno dei due casi essa può ergersi a tribunale ultimo – l’ultima parola resta a Dio – ed è per questo che possiamo, finalmente, tacere il cuore e ascoltare Lui.
La prossima volta che il tuo cuore ti condanna, fai tre cose.
Primo: nomina il peccato, o nomina la sua assenza
Chiediti onestamente: c’è un comandamento preciso che ho violato, o la mia coscienza sta reagendo a stanchezza, paragone, aspettative che non sono di Dio? 
Se c’è un peccato reale, confessalo – non aggirarlo, non minimizzarlo. 
Se non c’è, riconosci che quella voce non viene dal trono di Dio.
Secondo: non negoziare con l’accusa, portala davanti al tribunale più alto
Non provare a difenderti da solo davanti al cuore – il cuore non è il giudice competente. 
Portalo davanti a Dio, che conosce ogni cosa, e lascia che sia Lui a pronunciare la sentenza, non la tua coscienza ferita.
Terzo: quando Dio ha già perdonato, considera chiuso il caso
Se hai confessato, il verdetto è già stato emesso – non c’è più nessuna condanna (Romani 8:1). Continuare a riaprire un caso già archiviato da Dio stesso non è umiltà, è incredulità travestita da umiltà.
CONCLUSIONE
Abbiamo visto come il cuore accusa – a volte a ragione, spesso a torto: un giudice che a volte legge bene le prove, e altre volte le legge attraverso lacrime, paura, stanchezza. Ma sapere che il cuore non ha l’ultima parola non è ancora la stessa cosa che sentirlo tacere.
Perché possiamo davvero riposare quel riposo di cui parlava Tommaso da Kempis anche quando il cuore grida colpevole? 
Perché sopra il tribunale del cuore c’è un tribunale più alto, e il Giudice che vi siede non guarda con i nostri stessi occhi. 
Perché Dio è più grande e conosce ogni cosa, questo lo vedremo la prossima volta, Dio volendo.




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