📖 Il Vuoto e la Pienezza

La diagnosi, la cura e la scelta che cambiano tutto

Scopri perché il vuoto che senti non è casuale ma la prova che sei fatto per qualcosa di più grande.

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Giona 2:9-10: L’illusione di confidare negli idoli!

 Giona 2:9-10: L’illusione di confidare negli idoli!
Oggi le cose non sono molto cambiate dai tempi di Giona.
Vediamo gli idoli che il Signore ha vietato di fare (Esodo 20:4-5), li vediamo nei luoghi di culto, o portati sulle spalle nelle feste cittadine.
Un idolo è qualcosa realizzato da mani umane mediante uno strumento: scolpito nel legno, nella pietra, o inciso nel metallo, tagliato e modellato da mani umane, una rappresentazione artificiale di qualche essere divino.
Ma gli idoli ci possono salvare? Ci possono liberare? Sono in grado di ascoltare le nostre preghiere?
Giona scappava dalla chiamata del Signore di andare a predicare a Ninive. 
Nella sua fuga s’imbarcò per Tarsis, ma il Signore scatenò una tempesta così grande che la nave era sul punto di sfasciarsi. 
I marinai, secondo il volere di Giona, lo gettarono in acqua e per volere di Dio, un grande pesce lo divorò. 
Dal ventre del pesce, Giona pregò il Signore (Giona 1-2).
Nelle parole di questa preghiera Giona ricorda la sua disperazione, come si ritrovò in una condizione angosciante, vicino alla morte, nelle profondità del mare. Giona stava sprofondando in quello che temeva fosse il soggiorno dei morti, ma lì ha pregato (2:1-3).
Mentre affondava sempre di più, la pressione dell’acqua aumentava e le forze gli venivano meno, ma Dio lo ha fatto risalire da quella condizione prossima alla morte (2:4-6), salvandolo: Giona era vivo dentro il grande pesce.
Quando la vita stava venendo meno, Giona si ricordò del Signore e lo invocò per essere salvato, e Dio rispose (2:7-8).
Giona esalta la salvezza del Signore vivente in contrasto con gli idoli che non possono salvare.
Giona descrive la sua speranza e fiducia nel Signore contrastando sé stesso con coloro che ripongono la loro fede in altre cose. 
Tale contrasto sottolinea che il Signore aiuta effettivamente coloro che lo cercano con fede obbediente, incoraggiando quelli in mezzo alla prova a rimanere fedeli al Signore invece di cercare altrove la salvezza.
In questo contesto, coloro che non sperano nel Signore prestano attenzione agli idoli vani.
Quindi noi vediamo: 
I LA VANITÀ DEGLI IDOLI 
Giona dice: “Idoli vani.”
Gli “idoli” (hǎḇlê) si riferisce ad altre divinità che non è il Signore (Yahweh) a cui l’apostata Israele si rivolge (Deuteronomio 32:21; 1 Re 16:13,26; 2 Re 17:15; Geremia 2:5; 8:19) e come, in questo caso di Giona, motivo di contrasto nella confessione di fiducia: il fedele si affida a Yahweh, non agli idoli (Salmo 31:7; Geremia 14:22; 16:19).
La parola “idoli” comporta qualcosa di irreale, insignificante, vuoto, privo di valore, inconsistente, senza sostanza, inutile, qualcosa che si disperde facilmente come una nebbia, o un vapore (Geremia 10:3,8,15; cfr. per esempio Ecclesiaste 1:2;14; 2:11,15; 3:19; 4:4,7,8; dove questa parola ha il significato di vanità).
A questo si aggiunge – come per sottolineare ancora una volta – la parola “vani” (šowĕʾ), cioè senza valore, o risultato, futile (cfr. per esempio 2 Re 17:15; Geremia 18:15), con un significato di falso, ingannevole deviano chi li segue, lo portano fuori strada (Esodo 23:1; Salmo 31:6; cfr. per esempio Deuteronomio 11:6; Geremia 10:15; Osea 4:12).
Sono come guide cieche che portano l’anima fino al ciglio del precipizio e poi scompaiono, lasciandola cadere e deformano chi li adora, rendendolo come loro: statue senza vita! (Salmo 115:4-8).
Infatti, chi si affida a ciò che è muto, cieco e impotente, diventa spiritualmente muto, cieco e impotente: si guarda in uno specchio di pietra e ne prende la forma!
Gli idoli sono inanimati e vuoti: portano solo morte spirituale, mancanza di discernimento, incapacità di riconoscere il bene, cecità davanti la verità, paralisi morale – sono tombe travestite da altari.
Diventiamo come ciò che adoriamo, ed è per questo che la Scrittura ripete così regolarmente l’insistenza che dobbiamo adorare il solo vero Dio e nessun altro.
Gli idoli svuotano – Dio riempie
Gli idoli spengono – Dio accende
Gli idoli deformano – Dio trasforma
Gli idoli rubano la vita – Dio la dona
Il cuore umano – un vaso fatto per essere colmato dall’infinito – trova pace solo quando adora Colui che lo ha creato! 
Ogni altro tentativo di riempirlo è come versare acqua in un otre bucato.
Quindi ci troviamo davanti un doppio termine intensificatore – idoli e vani – come un potente superlativo per sottolineare che gli idoli sono totalmente, assolutamente, radicalmente vuoti e ingannevoli, al massimo grado – il vuoto elevato al quadrato!
E questo per enfatizzare e rafforzare il concetto che riporre speranza in tali cose è del tutto vano e ingannevole, come cercare di uscire da un buco afferrando il vento, o come costruire una casa sulla sabbia mobile sperando che regga la tempesta.
Giona descrive coloro che cercano salvezza illudendosi di trovarla in ciò che non potrebbe mai fornirla, come chi, morendo di sete nel deserto, corre verso un miraggio scambiandolo per un’oasi.
Gli idoli non salvano perché non possono portare beneficio e salvare!
Per esempio, 1 Samuele 12:20-21 dice: “Samuele rispose al popolo: ‘Non temete; è vero, voi avete fatto tutto questo male; tuttavia, non allontanatevi dal SIGNORE, ma servitelo con tutto il vostro cuore; non ve ne allontanate, perché andreste dietro a cose vane, che non possono giovare né liberare, perché sono cose vane’” (cfr. per esempio Isaia 57:13).
Gli idoli non solo sono vanità menzognere, non solo deviano e deformano, ma rappresentano anche un rifiuto del Signore. 
Adorarli significa voltare le spalle al Dio vivente, ferire la Sua gelosia santa, tradire la relazione che Lui desidera con noi e spezzare il legame di amore che il Signore ha stabilito nel patto, sostituendo la Sua gloria con ciò che è vuoto e privo di vita (cfr. per esempio Esodo 20:3-5; 34:12-14; Deuteronomio 4:23-24; Ezechiele 39:25; 2 Corinzi 11:2; Giacomo 4:4-5).
Sostituire la gloria di Dio con gli idoli è come barattare il sole con l’oscurità.
L’idolatria manifesta odio verso il Signore, e il Signore non prende alla leggera tale rifiuto, potrebbe accendere la Sua ira e una volta accesa non si spegne senza portare distruzione (Deuteronomio 6:13-15; 32:16,21).
Infatti, vediamo:
II LA PERICOLOSITÀ DEGLI IDOLI 
“Quelli che onorano gli idoli vani allontanano da sé la grazia” (v.9)
Già abbiamo accennato alla pericolosità dell’idolatria nel ferire la gelosia di Dio e nel portarci fuori strada. 
Ora Giona ci dice che chi onora gli idoli allontana da sé la grazia del Signore: chiude di propria mano la porta dietro dove abita la grazia di Dio.
Il verbo “onorano” (mĕšammĕrîm – piel attivo participio) indica un’azione ripetuta e intensiva, quindi un gesto abituale, continuo, devoto, tenace – non uno scivolone occasionale, ma un sentiero battuto ogni giorno con passo deliberato.
Mentre la parola significa “considerare”, “prestare molta attenzione” con sentimenti di rispetto e riverenza, lode, quindi di essere seguace, aderente.
“Onorano” suggerisce un’attenzione focalizzata e una devozione consapevole – non un’adorazione casuale, ma una scelta deliberata di onorare gli idoli (cfr. per esempio Salmo 31:6, Osea 4:10). 
Coloro che seguono gli idoli si tirano fuori dagli aiuti di Dio, loro stessi si privano della grazia di Dio, i loro dolori saranno moltiplicati (Salmo 16:4) – come una persona che, vedendo arrivare una tempesta, abbandona una casa solida per rifugiarsi sotto un ombrello rotto.
Gli idoli non solo sono inefficaci, ma chi li adora si allontana dall’aiuto di Dio!
La follia di adorare idoli equivale a rinunciare all’unica vera fonte di aiuto, il Signore, Yahweh – è scambiare un fiume perenne con una cisterna screpolata.
“Allontanano” (yaʿăzōbû – qal imperfetto attivo) è separarsi (cfr. per esempio Genesi 44:22; Rut 1:16), è abbandonare, respingere, disertare, cioè lasciare una precedente associazione (1Re 18:18). Esprime una rottura di legame.
Chi si dedica agli idoli abbandona la grazia di Dio, rompendo il legame di lealtà che dovrebbe unirlo a Dio. 
“Allontanano” indica un’azione di rinuncia e tradimento. Rifiutare di accettare o riconoscere qualcosa, inteso come lasciarlo indietro o abbandonarlo, apostatare.
Di chi sta parlando Giona? Alcuni interpreti sono convinti che si riferisca ai pagani, poiché sono loro a onorare gli idoli; altri ritengono invece che si riferisca al popolo ebraico che nella sua storia ha avuto questa ribellione. 
Certo la parola “grazia” (ḥasdām) fa pensare che si riferisca al popolo ebraico. Infatti, questa parola è associata alla misericordia, alla benevolenza, all’amore fedele del patto, dell’alleanza –legame tra Dio e Israele (ḥeseḏ – cfr. per esempio Esodo 20:3-5; 34:6-7,14; Salmo 100:5; 118:1-2; 136; 144:1-2).
Gli Israeliti più volte furono infedeli al patto ricorrendo al culto di altri dèi, come afferma Douglas Mangum: “L’adorazione degli idoli fu il principale atto di ribellione di Israele contro Yahweh, la rottura dell’alleanza e l’invocazione del giudizio e dell’ira divina.”
Coloro che apostatano dal Signore rinunciano all’opportunità di ricevere la Sua misericordia che vuole concedere loro – voltano le spalle a un banchetto imbandito per morire di fame accanto alla propria tavola.
Chi si taglia fuori dall’aiuto misericordioso del Signore seguendo altri dèi, non fa altro che moltiplicare i suoi dolori (Salmo 16:4). 
Secondo il patto Sinaitico, andare dietro gli idoli avrebbe comportato maledizione (cfr. per esempio Levitico 26:14-39; Deuteronomio 28:15-68), vale a dire:
Malattia (pestilenza, febbre, piaghe) 
Siccità e carestia (cielo di ferro, raccolti sterili) 
Sconfitta militare (fuga davanti al nemico, invasione) 
Assedio estremo (fino al cannibalismo, nei casi limite) 
Belve selvatiche (che devastano bestiame e figli) 
Confusione mentale (follia, cecità, smarrimento) 
Perdita di ciò che si costruisce (casa, vigna, famiglia presi da altri) 
Servitù allo straniero (giogo, vassallaggio) 
Dispersione tra le nazioni (esilio) 
Ritorno alla schiavitù (inversione dell'Esodo – il punto più basso)
Durante la sua storia, il popolo di Israele cadde più volte nell’idolatria, come una nave che torna sempre a incagliarsi sullo stesso scoglio, e ne pagò le conseguenze dell’ira di Dio (cfr. per esempio Esodo 32:1-10; Giudici 2:11-15; 2 Re 17:7-23).
Gli Israeliti venivano spesso ammoniti e accusati di aver abbandonato Dio sacrificando ad altri dèi, rendendosi così colpevoli di aver infranto il patto con Dio e di aver commesso adulterio spirituale (Deuteronomio 28:20; 29:24; 31:16; Giudici 10:10; 1 Re 19:10, 14; Geremia 1:16; Osea 4:10). 
I profeti denunciarono la loro infedeltà con linguaggio d’adulterio coniugale-pattuale – l’immagine di una sposa che tradisce il letto nuziale per correre dietro ai suoi amanti: gli idoli di legno, o di pietra (cfr. per esempio Geremia 2:11-13; 3:1-10,20; 5:7-9; Ezechiele 6:1-7; 14:1-11,23; 16; 23; Osea 2:2-13; 4:12-13; 9:1), e li esortavano ad abbandonare gli idoli e il peccato (Isaia 55:7; Ezechiele 20:8; 23:8).
Ritornando a Giona, c’è stato un cambiamento enorme da quando ha iniziato a pregare con fede! 
Sperimenterà la grazia e la salvezza di Dio perché in Lui s’è confidato!
Ora, le sue parole sono rivolte ai suoi connazionali colpevoli di idolatria (cfr. per esempio Osea 4:12; Amos 5:26) e può affermare con convinzione che coloro che abbandonano il loro Signore del patto (alleanza) per qualsiasi altro oggetto di devozione devono rendersi conto di quanto siano stolti.
Quindi è da stupidi e da pazzi onorare gli idoli (cfr. Giona 1:5), perché non possono essere di nessun aiuto, sono vani, cioè vuoti senza sostanza, sono morti, inattivi, non parlano, non vedono, non odono, non odorano, non toccano con le loro mani e non camminano con i loro piedi (Salmo 115:3-8) – statue di silenzio scolpite dalle mani di chi le implora.
Non sono eterni, sono creati dall’uomo e fatti di materiale modificabile, o deperibile (Geremia 10:8-10; 51:17-18).
Noi dobbiamo confidare solo nel vero, vivente ed eterno Dio (cfr. per esempio Giona 1:9; 2:3-10; Geremia 10:10) che ascolta le nostre preghiere e ci salva, e servire solo Lui il nostro Creatore (cfr. per esempio Deuteronomio 10:12; Salmo 100:1-3)
Infine, vediamo: 
III L’ESCLUSIVITÀ DELLA SALVEZZA
È scritto al v.10 che “la salvezza viene dal Signore”.
“Salvezza” (yĕšûʿātâ) si riferisce alla preservazione da danni o da situazioni spiacevoli; quindi, a liberare dal pericolo, dalla sofferenza, dall’oppressione, a portare aiuto nelle difficoltà e condotti in uno stato di sicurezza (cfr. per esempio Salmo 3:2,9; 9:15; 13:5; 35:3; 2 Cronache 20:17; Isaia 49:25; 52:7,10).
La salvezza di Dio non è astratta, è un intervento storico: Dio esce a salvare il Suo popolo –spacca il mare come un’ascia spacca un pezzo di legno, e lo libera com’è avvenuto con la salvezza del Suo popolo dagli egiziani quando li fece attraversare il Mar Rosso quando lo aprì senza farli morire (Esodo 14:13; 15:2), come avverrà anche a Giona subito dopo queste parole.
Per ordine di Dio, il pesce vomitò Giona sulla terra ferma (Giona 2:11) – la tomba liquida si trasforma in grembo, e Giona ne esce come un uomo nato una seconda volta.
Paul Mackrell scrive: “Solo quando Giona si trova ormai sulla soglia della morte, si rivolge finalmente al Signore. Nessuno potrebbe essere un candidato più adatto a diventare il santo patrono di coloro che rimandano tutto all’ultimo minuto. Con le sue stesse parole, è dal ventre dello Sheol che grida al Signore. Sebbene la sua angoscia e la sua sofferenza siano state causate da lui stesso, il Signore lo ascolta ed esaudisce la sua preghiera.”
Il Signore è un Dio di grazia che salva chi lo invoca, chi si affida a Lui (cfr. per esempio Salmo 145:18-19; Gioele 2:32; Romani 10:13)
Nell’esclusività della salvezza vediamo in primo luogo che:
A) Giona esalta l’opera di salvezza del Signore 
Giona esalta il Signore con il ringraziamento riferendosi alla liberazione dal pesce. 
Nel contesto della preghiera di Giona, questo versetto rappresenta un momento di chiarezza spirituale: mentre Giona riconosce il pericolo dell’idolatria, afferma simultaneamente il suo impegno verso Dio, dicendo: “Ma io ti offrirò sacrifici, con canti di lode; adempirò i voti che ho fatto. La salvezza viene dal Signore.”
Giona si contrappone agli idolatri esprimendo la sua risolutezza nell’offrire sacrifici al Signore con ringraziamento e la sua determinazione ad adempiere gli impegni nei confronti del Signore, piantando la sua bandiera di fedeltà proprio nel punto più buio del suo naufragio.
Quindi: da una parte vediamo coloro che abbandonano Dio per gli idoli e dall’altra coloro che, come Giona sono fedeli al Signore riconoscendo che la vera salvezza proviene da Lui.
La salvezza viene dal Signore, Dio d’Israele e quindi a Lui siamo chiamati a essere fedeli, infatti questa preghiera di Giona (Giona 2:3-8) e in modo particolare le parole: “Ma io ti offrirò sacrifici, con canti di lode; adempirò i voti che ho fatto” (v.10; cfr. per esempio Esodo 20:3; Matteo 4:10; 22:37) ci parlano di consacrazione al Signore.
I verbi “offrirò” (ʾezbĕḥāh - qal coortativo imperfetto attivo) e “adempirò” (ʾăšallēmâh - piel coortativo imperfetto attivo) indicano il desiderio, la decisione, la volontà di agire in quello che dice – ha questo senso:
“Voglio offrire sacrifici al Signore con la lode!”
“Voglio adempiere i voti che ho fatto!”
Giona si impegna a offrire sacrifici – quando uscirà dal ventre del pesce – come espressione di gratitudine, promettendo di offrire sacrifici e il ringraziamento per la salvezza della sua vita.
Giona parla di “con canti di lode”, letteralmente: “Con voce di ringraziamento” (bĕqôl tôdâh).
Il termine “sacrifici” (zāḇaḥ) richiama i sacrifici prescritti dalla legge, come quelli descritti in Levitico 7:12–15, dove il sacrificio di ringraziamento è un’offerta concreta (cfr. per esempio Levitico 22:29; 2 Cronache 29:31; Salmo 107:22; 116:17; Amos 4:5).
“Canti di lode”, esprime una confessione di gratitudine, cioè pronunciare parole di lode (cfr. per esempio Salmo 100:4), o come tradotto qui “canti”; infatti, questa parola è usata per descrivere lo scopo dei cori usati da Neemia, ovvero erano cori di lode (Neemia 12:31,38). 
In questo senso raffigura l’adorazione mediante la presentazione di canti di ringraziamento e lode che esaltavano le potenti meraviglie del Signore (cfr. per esempio Neemia12:27; Salmo 26:7; Isaia 51:3).
Richiama la lode pubblica che spesso accompagna il sacrificio (cfr. per esempio Salmo 26:7; 42:4; 69:30–31).
Quindi, in Giona 2:9, sacrificio e lode non sono due momenti separati, ma due aspetti dello stesso gesto: l’offerta materiale e la proclamazione di ringraziamento formano insieme un unico atto di culto – due mani che si stringono nello stesso abbraccio di adorazione.
È chiaro che Giona è ancora nel ventre del pesce, esprime così la fiducia nella salvezza del Signore mentre ancora non è salvato – una fede che sale dall’abisso fino al trono di Dio in cielo, come una mano che afferra la corda della salvezza mentre ancora è nelle acque, certo che sarà salvato.
La promessa di Giona anticipa ciò che accadrà quando sarà liberato.
Nel Salmo 50:14-15 leggiamo: “Come sacrificio offri a Dio il ringraziamento, e mantieni le promesse fatte al Signore; poi invocami nel giorno della sventura; io ti salverò, e tu mi glorificherai.” (cfr. per esempio Salmo 30; 116:12-13).
“Adempirò i voti che ho fatto.”
Nella Bibbia ci sono diversi tipi di voto:
Per ottenere un favore da Dio (cfr. per esempio Genesi 28:20–22; Numeri 21:2-3; Giudici 11:30–31;1 Samuele 1:11) 
In questo senso i voti sono condizionali da adempiere nel momento in cui Dio esaudisce la preghiera, o il desiderio di chi fa il voto.
Ci si impegna a dare al Signore, o a impegnarsi a fare per il Signore, se il Signore esaudisce la mia preghiera o il desiderio.
     Un altro tipo di voto è:
Per esprimere gratitudine per una liberazione o un beneficio (cfr. per esempio Salmo 22:24–25; 56:12–13; 116:12–14)
E ancora:
Per dimostrare dedizione tramite rinunce o pratiche ascetiche
           Voti di consacrazione, astinenza, separazione (cfr. per esempio Numeri 6:1–8,21; Giudici 
          13:5; Geremia 35; Luca 1:15)
      Infine:
Per dichiarare un impegno da compiere per il Signore (Salmo 132:1-5)
Comunque sia, possiamo dire che il “voto” (nāḏar) è espressione di fede, consacrazione o devozione al servizio di Dio. 
È una promessa solenne, seria e vincolante, fatta al Signore di compiere una determinata azione.
Una volta fatti, i voti vanno adempiuti, sono un obbligo assoluto, poiché altrimenti il Signore interverrà per punire la mancanza.
Una parola data a Dio non è come un biglietto che si può strappare e riscrivere.  
Una volta consegnata, rimane nelle Sue mani: non si riprende, non si cancella, non si dimentica.
È un impegno che attende di essere compiuto.
Il Signore lascia del tutto libera la decisione di fare i voti – erano volontari – ma una volta pronunciati diventavano vincolanti (cfr. per esempio Levitico 26:14-33; 27:8; Numeri 30:2,11; Deuteronomio 23:21-24; Salmo 76:11; 132:1-5; Ecclesiaste 5:4-6).
In secondo luogo, nell’esclusività della salvezza:
B) Giona esalta la posizione unica del Signore come Salvatore
La speranza non risiede in alternative mondane, ma nel riconoscimento della sovranità del Signore e nell’invocazione della Sua misericordia – esattamente quello che Giona fa nel momento più buio della sua vita.
La speranza che Giona afferra nel ventre del pesce è come una finestra aperta in una stanza senza luce.  
Intorno tutto è buio, non c’è via d’uscita, non c’è appoggio umano.
Eppure, quella finestra – che non nasce da alternative mondane, ma dal riconoscere la sovranità di Dio e invocare la Sua misericordia – lascia entrare un filo di cielo.
Non cambia subito la stanza, ma cambia il cuore: perché anche nel punto più basso, la luce trova sempre un varco.
Giona non poteva salvarsi da solo, nemmeno lo potevano salvare gli idoli, era nel ventre di un pesce, in una situazione di grande pericolo, solo Dio poteva salvarlo, e lo ha fatto con potenza e misericordia (Giona 2).
Giona esaltò l’opera del Signore come Salvatore.
Dio è il Salvatore (cfr. per esempio Salmo 42:5), la salvezza viene da Lui, appartiene solo a Lui (cfr. per esempio Isaia 43:11; Osea 13:4; Apocalisse 7:10), è una Sua faccenda perché indica un salvataggio che nessuna risorsa umana potrebbe portare com’è accaduto con Giona che lo liberò dal pesce!
Implicitamente, con la frase:“La salvezza viene dal Signore”, evidenzia la posizione del Signore come unico Salvatore. 
La salvezza appartiene solo al Signore! È una Sua esclusiva prerogativa.
Non ci sono altri salvatori! La salvezza non può venire da nessun altro che dal Signore!
Non esistono porte laterali, scorciatoie, o vie alternative – c’è un solo Nome scritto sulla porta della salvezza, e non se ne può cancellare uno per scriverne un altro
“La salvezza viene dal Signore” è un riconoscimento di ciò che il Signore ha fatto per Giona – implica che solo Lui avrebbe potuto libera dal ventre del pesce la salvezza. 
“La salvezza viene dal Signore”, è una citazione dai Salmi 3:8 e 37:39 ed è la dichiarazione centrale del libro. È probabilmente anche il tema centrale della Bibbia. 
Warren Wiersbe scriveva: “Quanto fu saggio da parte di Giona memorizzare la Parola di Dio! perché la capacità di citare le Scritture, in particolare il Libro dei Salmi, gli dava luce nelle tenebre e speranza nella sua situazione apparentemente senza speranza.”
Anche noi faremmo bene a seguire questo esempio: memorizzare le Sacre Scritture, ci torneranno utili nel momento giusto.
Sono una lampada che portiamo già accesa, pronta per quando la tempesta spegnerà ogni altra luce.
Ora al di là che Dio ci possa salvare dalle prove, dalle difficoltà, dal pericolo, dalla sofferenza, dai nemici, il Nuovo Testamento ci dice che Dio ci salva, grazie solo a Gesù (greco – Iēsous – cfr. per esempio Giovanni 4:42; Atti 4:12; 2 Timoteo 1:10; Tito 1:4; 2:13; 2 Pietro 1:11; 3:18; Apocalisse 7:10) il cui nome proviene dall’ebraico “Yeshua” – “Yahweh è la salvezza.”
Gesù ci salva dal dominio del peccato (cfr. per esempio Matteo 1:21; Romani 6:6; 8:1-4) e dalle sue conseguenze tremende come l’ira di Dio (cfr. per esempio Romani 5:1-11; 1 Tessalonicesi 1:10; 5:9), la morte eterna – l’inferno (cfr. per esempio Giovanni 3:16; Romani 6:23; 2 Tessalonicesi 1:9), come anche dal dominio di Satana (cfr. per esempio Atti 26:18; Colossesi 1:13, Ebrei 2:14-15).
Sei tu salvato? Queste catene sono state spezzate nella tua vita?
CONCLUSIONE
A) Riguardo gli idoli:
1) C’è incompatibilità tra l’idolatria e la grazia di Dio
2) Gli idoli, essendo privi di vita e di potere reale, non possono né elargire né mediare per la grazia divina
3) L’adorazione agli idoli allontana l’uomo da Dio e dalla Sua misericordia
In che modo l’idolatria può manifestarsi nella nostra vita?
L’idolatria può assumere diverse forme, oltre che quelli di statue, immagini e altre cose del genere, possiamo capire se abbiamo idoli nella nostra vita chiedendoci se c’è qualcosa che prende il posto di Dio: qualcosa che ci domina, che amiamo, in cui confidiamo, in cui cerchiamo la nostra sicurezza, il nostro significato, la nostra gioia, come se fosse Dio, o addirittura prima di Dio! 
Peter Williams commenta: “L’essenza dell’idolatria ... è tutto ciò che occupa il posto centrale nelle nostre vite, e a cui diamo la lealtà e la devozione, che giustamente appartiene solo a Dio.... Per alcune persone il denaro è il loro dio, e la ricerca di obiettivi materialistici domina le loro vite.... Ma possiamo fare un idolo di qualsiasi cosa, sport, sesso, droga, politica, carriera, persino casa e famiglia. Qualsiasi cosa spinga Dio al limite delle nostre vite può diventare idolatrica.”
Qual è il risultato dell’adorazione degli idoli? 
Sempre Williams dice: “Diventano ‘vanità bugiarde’ senza valore e deluderanno sempre l’uomo, perché – per quanto cerchi di manipolarle per la propria felicità – falliranno sempre nel mantenere ciò che promettono a lungo termine.”
È un’illusione confidare negli idoli pensando che ci portino beneficio e salvezza!
Dobbiamo liberarci dell’idolatria per mettere solo Dio al primo posto!
Allora esaminiamo la nostra vita per identificare eventuali forme di idolatria.
Pentiamoci e rivolgiamoci a Dio con un cuore sincero.
Adoriamo Dio con sacrifici di lode e con la consacrazione servendo solo Lui, come ha fatto poi Giona!
Agostino diceva: “Consacrare a Dio la propria vita significa donarla completamente a Lui, senza riserve.”
Infine,
B) Ricordiamo che il pesce è stato visto come un simbolo di pericolo da cui il Signore ci libera, ma nel Nuovo Testamento è visto come una prefigurazione della morte e della resurrezione di Gesù per la nostra salvezza (Matteo 12:38-41)
Così la salvezza di Giona può essere vista come un modello di salvezza per gli esseri umani dai peccati.
Solo Dio ci salva dai peccati attraverso Gesù Cristo – il salvatore del mondo (Luca 2:11; Giovanni 4:42; Atti 4:12)
Sappiamo che Gesù è venuto nel mondo per salvare il Suo popolo dai peccati (Matteo 1:21; 1 Timoteo 1:15), secondo il piano di Dio preparato prima la creazione (cfr. per esempio Atti 2:23; 4:27-28; Efesini 1:3-11; 1 Pietro 1:19-20).
Spurgeon diceva: “Nessun intelletto umano né intelligenza creata aiutarono Dio nella pianificazione della salvezza; Ha ideato la strada, anche mentre lui stesso la portava avanti.”
Solo Dio poteva trovare un modo per dare valore e dignità a persone segnate dal male (Romani 8:30; 1 Timoteo 1:12; 1 Pietro 2:9). 
Solo Dio – ricco di misericordia per il grande amore – poteva vivificare i morti nei peccati e farli sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù (Efesini 2:4-7)
Solo Dio poteva trasformare uomini e donne intrappolati nelle logiche del peccato in una sposa di Cristo pura e rinnovata (Efesini 5:25-27)
Dio non ci ha aiutati a salvarci! Proprio come Giona nel ventre del pesce, completamente impotente, incapace di uscire da solo, di auto-salvarsi, anche noi eravamo in una condizione da cui non potevamo auto liberarci. 
Giona non ha “cooperato” alla sua salvezza: Dio parlò al pesce, e il pesce lo vomitò sulla terra ferma (Giona 2:11).
Immagina una persona morta stesa a terra. Puoi:
Chiamarla ad alta voce
Scuoterla
Parlarle
Incoraggiarla
Darle istruzioni
Dirle: “Alzati!”
Ma non risponderà. Non perché non voglia, ma perché non può!
Un morto non collabora alla propria resurrezione. La vita deve venire da fuori, da un altro.
Tutti quanti in natura siamo morti nelle nostre colpe e peccati (Efesini 2:1; Colossesi 2:13). 
E un morto non può “decidere” di risuscitare e vivere. La volontà è prigioniera e soggetta al peccato (cfr. per esempio Giovanni 8:34-36; Romani 6:17; 7:14)
Solo Dio può dire: “Vivi!” e la vita arriva (cfr. per esempio Luca 18:27; Giovanni 6:44; Efesini 2:4–7).
Gesù chiamò dalla tomba: “Lazzaro, vieni fuori!” e il morto risuscitato venne fuori (Giovanni 11:43–44).
Noi non possiamo contribuire nulla, perché la salvezza non è per le nostre opere, ma per la sola grazia di Dio e per la sola fede (cfr. per esempio Romani 9:16; 11:6; Galati 2:16; Efesini 2:8-9; Tito 3:5)
Adoriamo e ringraziamo il Signore per questo!


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