La Necessità della Croce (1)
La necessità della croce (1)
La Croce al Centro
C’è una domanda che, se ci fermiamo davvero a pensarci, è la più grande domanda della storia: “Perché il Figlio di Dio doveva morire?”
È una domanda che non si lascia archiviare: torna, bussa, esige una risposta, come un macigno che nessuna corrente di secoli riesce a spostare.
La croce (il sacrificio) di Gesù Cristo:
• Non è ornamento della nostra religione
• Non è esempio di coraggio
• Non è vittima inerme trascinata dagli eventi
Ma necessità – qualcosa che non poteva non accadere, che fu pianificata prima che il mondo esistesse, che attendeva il suo momento da tutta l’eternità (Atti 2:23; 4:27-28; Galati 4:4; 1 Pietro 1:20).
Gesù non è stato trascinato: si è consegnato. Ha camminato verso la croce come un generale che avanza verso la battaglia decisiva, sapendo che ogni passo era parte del piano eterno per la salvezza dei peccatori (cfr. per esempio 1 Timoteo 1:15).
• Si è offerto volontariamente per questa missione (Luca 9:31, 51; Giovanni 10:17-18)
• Sapeva quando era il momento preciso (Giovanni 2:4; 7:30; 8:20; 12:23; 13:1; 17:1)
• Ne aveva parlato più volte ai discepoli (Matteo 16:21; Marco 8:31; Luca 9:22; 24:26; Giovanni 12:24,27)
• Nel Getsemani pregò che se fosse possibile che il calice – simbolo della morte sacrificale in croce – passasse oltre da Lui senza berlo (Matteo 26:39).
Questa Sua preghiera non solo rivela la Sua umanità, ma anche la piena consapevolezza che sarebbe morto in croce e la Sua obbedienza alla volontà del Padre, perché per questo è venuto (cfr. per esempio Giovanni 4:34; 6:38; 10:17-18; 17:4).
Nel Getsemani, il Figlio piegò la propria volontà come si piega il ferro incandescente sotto il martello – non per debolezza, ma per essere forgiato in strumento di salvezza.
Non era possibile evitare la croce: era necessaria!
• Sulla via per Emmaus, Gesù risorto dice ai due discepoli smarriti e delusi, che erano andati via da Gerusalemme per la Sua morte: “Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?” (Luca 24:26).
“Non doveva” (ouchi edei) sottolinea la necessità divina che riguarda il piano di Dio
nella storia (Luca 2:49; 4:43; 13:14,33; 21:9; 22:37).
Quindi era necessario che Gesù morisse come sacrificio per salvare i peccatori.
• Non fu un’invenzione dell’uomo: fu una necessità divina per la condizione dell’uomo
• Non è accaduto per caso: faceva parte del piano di Dio
• Non fu una tragedia subita: fu un atto consapevole, volontario, compiuto
Tutta la vita di Gesù va interpretata alla luce della croce. La sua esistenza intera – non solo la morte finale – è movimento di abbassamento, obbedienza, dono di sé e solidarietà con l’uomo. Per questo la croce non è un episodio isolato, ma la forma compiuta di tutta la Sua missione.
Come ogni fiume scorre verso il mare, così ogni giorno della vita di Cristo scorreva verso il Golgota.
Emil Brunner scriveva: “L’incarnazione e la croce formano un’unità indissolubile.”
Non esiste un Cristo “incarnato” separato dal Cristo “crocifisso”.
L’incarnazione tende alla croce e la croce rivela il senso dell’incarnazione: Dio entra fino al fondo dell’esistenza umana, fino al suo punto più oscuro.
Questa unità non è un dettaglio teologico secondario, ma la chiave che apre l’intero mistero: la fede nell’espiazione presuppone la fede nell’incarnazione – non si può separare la persona di Cristo dalla Sua opera, il Chi Egli è dal cosa ha fatto.
L’incarnazione e l’espiazione di Gesù Cristo ci dicono che Dio non ha guardato la nostra miseria da lontano, come da una torre: vi è disceso, fino alla cella più profonda e più buia della nostra prigione, là dove nessuna luce arriva e nessun altro sarebbe mai sceso a cercarci.
La croce di Cristo è stata necessaria per la condizione dell’uomo e questa rende impossibile ogni soluzione “dal basso”, cioè ogni rimedio umano.
Nessun essere umano può risolvere il problema della propria malattia morale e spirituale: la natura umana peccaminosa che lo abita dall’interno.
Emil Brunner scriveva: “L’uomo è prigioniero del proprio peccato. Per il semplice fatto di peccare, egli è diventato schiavo del peccato…È stato capace di chiudere la porta, ma non può più riaprirla.”
L’umanità è “schiava del peccato” e non può liberarsi da sé (Giovanni 8:34; Romani 6:16; 7:18-19,24; Efesini 2:1-5).
Le catene del peccato non si vedono, ma stringono più di ogni ferro, e l’uomo, credendosi libero, trascina quelle catene chiamandole “la mia vita”.
Gesù è quello che apre la porta della prigione del peccato.
In queste circostanze, se gli uomini devono essere liberati, non si tratta di mettere un po’ d’ordine, correggere qualche errore qua e là, sbarazzarsi di qualche cattiva abitudine e cose del genere.
Il male è profondamente radicato ed è necessario l’intervento di Dio, nostro Salvatore in Cristo (Giona 2:10; Luca 1:47,68, 2:11,30; Giovanni 4:42; Atti 4:12; 28:28).
La Bibbia afferma:
I L’UNIVERSALITÀ DEL PECCATO
Ci sono realtà che accomunano ogni essere umano – maschi e femmine, ricchi e poveri, giovani e adulti, Giudei e Gentili – il peccato e la sua conseguenza inevitabile, la morte.
Il peccato non conosce confini, non rispetta bandiere, non si ferma davanti a nessuna porta: è un’onda che ha sommerso ogni angolo della razza umana.
Paolo in Romani 3:9-12 dice: “Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affato! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, com’è scritto: ‘Non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno.’”
Tutti gli esseri umani, senza eccezione, sono segnati dal peccato e incapaci, da soli, di vivere secondo la giustizia di Dio.
Nessuno può vantare superiorità morale: tutti abbiamo bisogno della grazia di Dio!
In altre parole, Paolo afferma tre verità devastanti:
• Nessuno è giusto: nessun essere umano raggiunge da sé lo standard divino
• Tutti si sono allontanati: l’umanità intera è incline a deviare senza eccezione
• Nessuno cerca davvero Dio: senza l’iniziativa divina, l’uomo non va spontaneamente verso di Lui
Questo ragionamento di Paolo serve a far riflettere che tutti abbiamo bisogno della salvezza, prepara il terreno al messaggio della giustificazione per la sola fede che seguirà ai vv.21-25.
Siamo tutti malati moralmente e spiritualmente – tutti abbiamo bisogno del medico, cioè Gesù Cristo (cfr. per esempio Matteo 9:11-12).
In Romani 3:23 leggiamo poi: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio.”
Tutti, senza eccezione, abbiamo peccato e non abbiamo in noi la gloria di Dio.
La parola “gloria” (doxēs), porta con sé un significato profondo.
La sua mancanza indica il declino dell’immagine di Dio che l’umanità aveva prima la sua caduta, il fallimento nel raggiungere la condizione gloriosa, o nel realizzare gli scopi gloriosi per cui è stato creato, la perdita dell’approvazione divina.
A quanti pensano di non essere peccatori, l’apostolo Giovanni parla senza mezzi termini: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo, e la sua parola non è in noi” (1 Giovanni 1:8-10).
Chi afferma di essere senza peccato inganna sé stesso, perché la realtà della propria condizione umana è quella di essere un peccatore. Quindi chi dice di non esserlo, afferma di essere ciò che non è!
È un autoinganno profondo come quello chi fuma quattro pacchetti al giorno di sigarette e nega di essere un tabagista, o quello ha ricevuto una diagnosi corretta di una malattia e dice di non averla, o come chi guarda le fiamme che divorano la propria casa e dice: “Tutto a posto.”
E non solo si auto-inganna, negando il proprio peccato, contraddice Dio che invece dice che è un peccatore, e come dire: “Dio si sbaglia, ho ragione io!”
Consideriamo quattro aspetti riguardo l’umanità e il peccato. Prima di tutto:
A) L’umanità è completamente rovinata
In Geremia 17:9 leggiamo: “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?”
Il cuore umano:
• Inganna prima di tutto noi stessi: ci fa credere di essere migliori, più giusti, più forti di quanto siamo
• È insanabilmente maligno: cioè inclinato al male, incapace di guarire da solo
• È inconoscibile nemmeno noi comprendiamo fino in fondo per esempio, le nostre motivazioni, figuriamoci gli altri
Il cuore dell’uomo è come un pozzo profondissimo: si vede la superficie tranquilla, ma nessuno scandaglio umano ne tocca il fondo.
Il peccato coinvolge tutta la persona: non riguarda solo una parte del suo essere, o alcuni suoi comportamenti isolati – è un male totale e radicale, infatti coinvolge il cuore, che nella Bibbia è il centro interiore della persona, o la fonte della vita interiore, la sede dei sentimenti, dei pensieri, della volontà, della coscienza.
L’umanità è completamente rovinato! Il peccato ha invaso ogni parte del nostro essere – non solo il corpo, ma anche la mente, i sentimenti, la volontà e la coscienza.
Il cuore è la centrale operativa delle nostre azioni! (Proverbi 4:23), e questa sala di controllo è compromessa da un virus – il peccato – che ne condiziona il funzionamento.
Il peccato proviene dal cuore, ha sede nel cuore dell’uomo; per dirla come Emil Brunner: “È il quartier generale dello Stato Maggiore, non l’ufficio di un funzionario di rango inferiore, è la vetta della personalità, il Sé, che si ribella al Signore.”
Gesù in Marco 7:21-23 dice: “Perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo invidioso, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l’uomo.”
Il problema non è fuori di noi! Il problema è dentro di noi!
Come diceva John Blanchard: “La radice dei tuoi problemi si trova non in ciò che fai, ma in ciò che sei.”
Prima di diventare peccati in azione, certi pensieri, certi desideri, certe motivazioni, certe decisioni sono già peccaminosi nella loro gestazione nel cuore.
Il crimine si consuma nel cuore prima che nel corpo (cfr. per esempio Salmo 51:5; Romani 5:18).
Il peccato non nasce nell’atto: nasce nel grembo del cuore, molto prima che veda la luce.
Questo ci porta a considerare che:
B) L’umanità è completamente corrotta
La corruzione del peccato è come una metastasi: cresce in silenzio dentro una persona in modo aggressivo, vigoroso, senza pietà, invadendo ogni organo.
Il cuore dell’uomo è insanabilmente maligno, ha contaminato ogni facoltà dell’essere umano, senza eccezioni: la nostra mente, le nostre emozioni, la nostra volontà, la nostra coscienza.
Ogni facoltà è profondamente segnata e inclinata al male contro Dio.
E da questa nucleo corrotto emergono, come fiumi da una sorgente avvelenata, tutte le azioni peccaminose.
Se siamo onesti, questa corruzione non è solo una dottrina da credere, ma una realtà che sperimentiamo ogni giorno, non possiamo certo negarlo.
Non serve guardare lontano per trovarlo, basta uno sguardo dentro di noi per accorgerci che il male non è solo “là fuori”, ma abita nelle profondità del nostro cuore.
Ecco perché le parole dei grandi uomini di Dio ci colpiscono con tanta forza, come quelle di Jonathan Edwards: “Quando guardo nel mio cuore, e getto uno sguardo alla mia malvagità, mi appare un abisso infinitamente più profondo dell’inferno.”
Come anche quelle di Martyn Lloyd – Jones: “Quando un uomo vede davvero sé stesso, egli sa che nessuno può dire nulla di troppo cattivo su di lui.”
Parole difficili da accettare, ma parole vere!
Infine:
C) L’umanità è completamente ribelle
Il peccato è qualsiasi cosa che non corrisponde alla legge morale perfetta di Dio (Esodo 20:1-17; Matteo 22:34-39).
Giustamente esiste una forza nemica, una forza di tentazione esterna: Satana, è il tentatore (cfr. per esempio Genesi 3:1-5; Matteo 4:1-11; 1 Tessalonicesi 3:5; Apocalisse 12:9)
Tuttavia, questa forza non elimina la responsabilità umana: il diavolo tenta, ma l’uomo resta responsabile del proprio peccato (cfr. per esempio Giacomo 1:13-15).
In 1 Giovanni 3:4 leggiamo: “Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge.”
Il peccato è ogni mancanza di conformità alla legge morale di Dio sia interiormente – nei pensieri, nei desideri, nei sentimenti come anche esteriormente – nelle parole, nelle azioni e nelle omissioni.
Comprende ciò che facciamo e ciò che siamo – sia quando facciamo ciò che Dio proibisce, sia quando omettiamo ciò che Dio comanda.
L’uomo pecca perché vuole peccare, sceglie di peccare, disobbedisce a Dio deliberatamente.
Il peccato è un allontanamento volontario da Dio! Un distacco da Dio, un voltargli le spalle, una rottura del rapporto originario con Lui con ciò che aveva dato e stabilito quando ci ha creato (cfr. per esempio Genesi 2-3; Giudici 2:12; 2 Cronache 29:6; Isaia 1:4; 15:6; 59:2; Geremia 2:13,27; Osea 1:2; 11:7; Romani 1:21; Efesini 4:18).
Il peccato è la rottura della comunione con Dio e il desiderio umano di essere indipendente da Lui fino al punto di voler essere “come Dio”.
Emil Brunner scriveva: “Il peccato è sfida, arroganza, il desiderio di essere uguali a dio…l’affermazione dell’indipendenza umana contro Dio, l’istituzione di una ragione, di una moralità e di una cultura autonome.”
Il peccato è il desiderio dell’autonomia dell’uomo, è la negazione di Dio e l’auto-divinizzazione: significa liberarsi del Signore Dio e proclamare l’auto-sovranità.
Peccare significa costruirsi un modo di vivere al di fuori della volontà, o standard di Dio, un modo di essere separato da Dio. È come se l’uomo proclamasse: “Sono libero da ogni legame con Dio. La mia vita appartiene solo a me, e ne faccio ciò che voglio”.
Il peccato nasce dal desiderio di essere totalmente indipendente, di essere “libero” da Dio in modo assoluto, totale e radicale.
Il peccato vuole impedire a Dio di essere Dio! È una guerra dichiarata contro di Lui! Un vessillo di ribellione piantato nel cuore di ogni uomo!
Peccare è togliere a Dio quando gli è dovuto affermando noi stessi, mettendoci noi stessi al centro, o qualcun altro, o qualcos’altro.
Il peccato è un’offesa alla gloria di Dio. Significa sottrarre a Dio il primato che gli spetta.
Peccare significa mettere l’uomo al centro, o sopra ogni cosa. È affermare la propria volontà come assoluta, quindi ribellarsi contro il volere sovrano di Dio, cioè la Sua autorità e unicità, e quindi violare la Sua santità, giustizia e gloria.
Il peccato è più che ignorare la legge divina per distrazione, o debolezza, o una fatalità naturale: è ribellione, è sollevare un pugno contro il Creatore! (cfr. per esempio Genesi 6:5; Salmo 51:4; Matteo 21:33-41; Luca 15:18; Atti 5:3; Romani 1:21; 3:23; 8:7).
John Murray scriveva: “Il peccato è ribellione contro Dio e Dio deve reagire ad esso con santa indignazione. Ciò significa che il peccato deve incontrare il giudizio divino (cfr. Deuteronomio 27:26; Naum 1:2; Abacuc 1:13; Romani 1:17; 3:21-26; Galati 3:10, 13). È questa inviolabile santità della legge di Dio, l’immutabile dettame della santità e l’incrollabile esigenza di giustizia, che rende obbligatoria la conclusione che la salvezza dal peccato senza espiazione e propiziazione è inconcepibile.”
L’umanità ama più le tenebre del peccato che la luce di Dio – Gesù Cristo (Giovanni 1:11; 3:16-20; 12:48; Atti 3:14-15; Romani 1:23)
Infine, riguardo l’umanità e il peccato:
D) L’umanità è in pericolo
La conseguenza del peccato è la morte! Come ci ricorda l’apostolo Paolo: “Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23).
Non c’è bisogno di chiedere il conto: il peccato è un padrone puntuale, e paga sempre lo stesso salario: la morte!
Tre dimensioni della morte si intrecciano in questa parola:
• La morte fisica come giudizio di Dio sulla creatura ribelle (cfr. per esempio Luca 23:15; Giovanni 11:4,13; Romani 5:12; 8:38; Salmo 90:3-5).
• La morte spirituale, cioè la mancanza di comunione con Dio (cfr. per esempio Giovanni 5:24; 1 Giovanni 3:14; cfr. Isaia 59:1-2).
• La morte eterna, o seconda, e implica una punizione eterna – l’inferno (cfr. per esempio Giacomo 1:15; 5:20; 1 Giovanni 5:16-17; Apocalisse 2:11; 20:6,14; 21:8).
Il Dio santo e giusto non chiude un occhio davanti al peccato – lo giudica (cfr. per esempio Salmo 90:7-12; Romani 1:18; 2:3), giudica il peccatore! (cfr. per esempio Salmo 90:7-12; Romani 1:18; 2:3; 6:21).
Dio aveva avvertito Adamo riguardo il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male: “Nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” (Genesi 2:17). Così fu (Genesi 3:1-19), ed è così anche per noi oggi.
Quella morte passò a tutti noi – discendenti di Adamo – come un’eredità che nessuno ha chiesto ma che tutti abbiamo ricevuto (cfr. per esempio Romani 5:12; 1 Corinzi 15:21-22).
Non un’eredità di terre o di beni, ma un sudario trasmesso di generazione in generazione.
Quindi la morte come punizione del peccato passa da Adamo a tutti i suoi discendenti.
Anche se può indicare tutte e tre i tipi di morte insieme senza distinzione, la “morte”, in contrasto con vita eterna, si riferisce alla morte eterna, all’eterna separazione da Dio, all’inferno, luogo di tormento eterno cosciente (cfr. per esempio Luca 16: 24–25; Apocalisse 20:6,14, 21:8).
La morte è la finale e irreversibile separazione da Dio dalla Sua vita e presenza!
In secondo luogo, nella Bibbia troviamo:
II L’IMPOSSIBILITÀ DI SALVARSI DA SOLI
È impossibile per ognuno di noi, come peccatori con le nostre forze, uscire dalla nostra condizione di peccato.
Qualche anno fa, un uomo di 55 anni, sprofondò improvvisamente, senza accorgersene, nel fango fino a coprirlo quasi fino alle spalle.
Rimase bloccato per cinque ore a San Giovanni in Squarzarolo, in Romagna. Fu salvato dall’alto con un elicottero con il verricello.
Essere nel peccato è come essere nel fango, la liberazione può avvenire solo dall’alto, da Dio mediante Gesù Cristo.
Più si dibatte, più si affonda: la salvezza non nasce da uno sforzo in più, ma da una mano che scende dall’alto.
Come abbiamo visto:
• L’umanità è completamente rovinata
• L’umanità è completamente corrotta
• L’umanità è completamente ribelle
Come potremmo salvarci da noi stessi?
Abbiamo visto che il cuore dell’uomo è insanabilmente maligno (Geremia 17:9), ma la Bibbia ci dice ancora altro. Ci dice che:
A) L’umanità di sua iniziativa non può cercare Dio
Questo perché:
(1) Nella sua natura peccaminosa ha un cuore di pietra
In Ezechiele 11:19 il Signore promette: “Io darò loro un medesimo cuore, metterò dentro di loro un nuovo spirito, toglierò dal loro corpo il cuore di pietra, e metterò in loro un cuore di carne.”
È questo significa che una persona di sua iniziativa non cerca Dio, perché il suo cuore è ostinato e insensibile – come una pietra – alla voce e alla volontà di Dio a causa del peccato, ecco perché è necessario l’intervento di Dio che opera il “trapianto spirituale”.
Una pietra non sente il calore del sole, non risponde alla pioggia, non germoglia: così il cuore naturale resta muto davanti all’appello di Dio, finché Dio stesso non lo trasforma in carne viva.
Perché:
(2) Nella sua natura peccaminosa, le cose spirituali sono una pazzia
Per una persona che non è rigenerata dallo Spirito Santo, nella natura peccaminosa vive solo sul piano umano, senza capacità spirituale come ci ricorda 1 Corinzi 2:14: l’uomo non rigenerato non può comprendere le realtà spirituali e accettarle – gli sembrano follia – perché gli manca la capacità spirituale necessaria. La comprensione nasce solo dall’opera dello Spirito Santo.
Perché:
(3) Nella sua natura peccaminosa non è in grado di cambiare sé stessa
Una persona non può auto convertirsi: la sua natura è inclinata al male e le abitudini peccaminose la rendono incapace di cambiare da solo.
Il profeta Geremia dice che un Cusita non può cambiare il colore della sua pelle nera, e nemmeno un leopardo può cambiare le sue macchie: così chi è abituato a fare il male non può convertirsi da solo (Geremia 13:23).
Geremia non vuole scoraggiare, ma vuole spingere il popolo a riconoscere la propria impotenza e cercare il Signore – l’unico capace di liberarlo.
Perché ancora non possiamo salvarci da noi stessi? Perché:
B) L’umanità nella sua natura è morta spiritualmente
In Efesini 2:1 Paolo dice ai credenti: “Dio ha vivificato anche voi, che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati.”
Paolo sta parlando di morte spirituale a causa delle loro colpe e dei loro peccati.
I morti spiritualmente vivono secondo i propri desideri, seguendo il mondo (sistema estraniato e ribelle a Dio) e Satana (Efesini 2:2-3).
Uno stato di morte implica insensibilità, assoluta impotenza e incapacità.
La morte spirituale significa essere incapaci di rispondere agli impulsi spirituali, o di svolgere funzioni spirituali, riferendosi a coloro che non possiedono vita spirituale.
Una persona può camminare, parlare, respirare – eppure essere morta spiritualmente!
Una persona senza Cristo è viva fisicamente, ma morta spiritualmente, come può salvarsi da sé stesso? Lo ha fatto Dio! (Efesini 2:4-5).
I morti non si salvano da soli. Li salva chi li chiama fuori dal sepolcro, come Gesù ha fatto con Lazzaro (Giovanni 11:43).
Per natura siamo senza forza, non in grado di auto salvarci e di conoscere Dio (Romani 5:6).
I desideri delle persone non rigenerate sono contrari ai desideri di Dio (Romani 8:1-11), l’intelligenza è ottenebrata (Efesini 4:18-19).
Quindi non sono sensibili e non ricercano le verità spirituali e non sono in grado di riceverle senza l’intervento dello Spirito di Dio (cfr. per esempio Giovanni 16:8; 1 Corinzi 2:12-16; Tito 3:5).
E ancora non possiamo salvarci da noi stessi perché:
C) L’umanità nella sua natura è estraniata e lontana da Dio
Paolo dice ai credenti che Gesù li ha riconciliati con Dio, loro che prima erano nemici a causa del loro comportamento ribelle, illegale e idolatra (Romani 5:10; 2 Corinzi 5:18-19; Colossesi 1:21).
È Dio che prende l’iniziativa, che attraversa la trincea per ristabilire la relazione e togliere ogni ostilità di questa inimicizia reciproca, bilaterale e oggettiva.
Non siamo stati noi a cercare la riconciliazione: era Dio che, mentre eravamo Suoi nemici, ha pagato di persona il prezzo della pace.
Cranfield commenta: “L’inimicizia che viene eliminata nell’atto della riconciliazione è sia l’ostilità dell’uomo peccatore verso Dio... sia l’ostilità di Dio verso l’uomo peccatore.”
Solo Dio può liberarci da questa condizione e lo ha fatto attraverso la croce di Cristo (cfr. per esempio Giovanni 3:16; 8:36; 2 Corinzi 5:18-19; Efesini 2:6-9; Romani 5:8-9; 6:6-7,23; Galati 5:1; Colossesi 1:13-14).
Infine, non possiamo salvarci da noi stessi perché:
D) L’umanità nella sua natura non può essere giustificata per le sue opere
Romani 3:19-20 dice: “Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà la conoscenza del peccato.”
Cercare di salvarsi dai propri peccati con le proprie opere:
• È come cercare di uscire dalle sabbie mobili tirandosi su per i capelli
• È come un morto che tenta di rianimarsi da solo
• È come un prigioniero che tenta di liberarsi limando le sbarre con le unghie
Paolo non sta dicendo che alcune opere non bastano. Sta dicendo che nessuna opera salva!
Lo scopo della legge di Dio è farci vedere la nostra condizione di peccatori e chiuderci la bocca davanti la nostra colpevolezza.
Nessuno può presentarsi davanti a Dio con scuse, giustificazioni o meriti personali – nemmeno il più devoto tra i devoti.
• La legge è come uno specchio: non ti pulisce, ma ti mostra quanto sei sporco
• La legge non ti dà argomenti: mette in luce la tua incapacità totale di raggiungere la perfezione che Dio richiede
• La legge condanna non giustifica: ti zittisce, dimostrando quanto sei colpevole e togliendoti ogni possibilità di autogiustificarti
• La legge di Dio non salva: ti capire che hai bisogno di essere salvato.
Il verdetto è definitivo: l’uomo è colpevole, impotente e senza difesa davanti a Dio. Ed è per questo che il Vangelo è una Buona notizia: siamo giustificati per la sola grazia di Dio, mediante la sola fede (Romani 3:23–25; Galati 2:16; 3:11; Efesini 2:8-9).
“Se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, la grazia non è più grazia.” (Romani 11:6)
La grazia è un dono gratuito e immeritato. Se devo “guadagnarla”, allora non è più grazia: diventa un pagamento, una ricompensa, un premio.
Le opere, invece, implicano merito.
CONCLUSIONE
Sapere che Gesù sia morto sulla croce non ci salva, siamo chiamati a crederlo in modo personale.
• Credere che abbia fatto ciò che ha fatto per la mia salvezza
• Riconoscere che sono un peccatore
• Confessare di aver bisogno di Gesù Cristo per essere salvati dal peccato e dalle Sue gravi conseguenze come l’inferno
• Credere che Gesù sia morto su quella vecchia croce scheggiata per i miei peccati personali
Una volta, una donna decise di diventare membro della chiesa che frequentava. Così andò dagli anziani della chiesa. Le chiesero cosa significasse essere cristiana. Tra le altre cose, spiegò come Gesù fosse morto sulla croce per espiare i peccati.
La teologia della donna era solida, ma gli anziani non erano sicuri che fosse una vera cristiana, perché ne parlava come se la croce avesse poca o nessuna rilevanza per la sua vita.
Quindi gli anziani le posero la domanda decisiva: “Credi che Gesù sia morto per te sulla croce? Non solo per i peccati degli altri, ma anche per i tuoi?” Ci fu una lunga pausa, e infine la donna disse: “Non ci avevo mai pensato in questo modo prima d’ora.”
Gli anziani le spiegarono che doveva confessare di essere lei stessa una delle peccatrici per le quali Cristo era morto. Quella notte credette che Gesù fosse morto sulla croce per i suoi peccati e lo accolse come suo personale Signore e Salvatore.
Puoi conoscere molto bene la teologia Biblica, ma se non hai mai detto a Dio “sono io uno di quei peccatori per cui Cristo è morto” – allora la croce è ancora solo teologia: bella, vera, solida –ma non ancora salvifica per te!
Ci sono molte persone che sono cristiane in senso generale, ma non hanno mai fatto il passo decisivo di riconoscere Gesù come proprio Signore e Salvatore, non dell’umanità in astratto –ma di me: con il mio nome, con i miei peccati specifici, con la mia vita che aveva bisogno di essere riscattata.
La croce è universale nel suo valore. Ma è personale nel suo appello!
Hai riconosciuto Gesù in modo personale? O lo credi ancora solo in senso generale?
La risposta è la differenza tra conoscere la croce ed essere salvato da essa, come sapere che un salvagente ti impedisce di annegare, ma non lo afferri quando stai affondando.
La croce non è un quadro da ammirare da lontano: è una fune gettata a chi sta annegando. Puoi ammirarne il colore, studiarne la trama – ma se non l’afferri, muori lo stesso.
Molti conoscono, studiano, rispettano la croce, ma solo chi si aggrappa a Cristo è salvato.
Commenti
Posta un commento