Giobbe 1:1,13-22: Quando i colpi si moltiplicano (1)

 Giobbe 1:1,13-22: Quando i colpi si moltiplicano (1)
Anche i giusti soffrono (v.1)
Serie: Piove sul bagnato
Era il 15 febbraio 1947. Il volo Avianca Airlines diretto a Quito – Ecuador – si schiantò su una vetta montuosa di 4.200 metri vicino a Bogotá.  Nessuno sopravvisse.
Uno dei passeggeri era Glenn Chambers – un uomo con un sogno. Stava per iniziare un ministero radiofonico con “The Voice of the Andes” – il sogno di una vita, interrotto in un istante. Per i suoi cari, quel sogno divenne un incubo.
Prima di lasciare l’aeroporto di Miami, quel giorno, Chambers aveva scritto in fretta un biglietto su un foglio pubblicitario trovato sul pavimento del terminal – dall’altro lato, stampata a carattere grandi, una sola parola: “PERCHÉ?”
Tra la spedizione e la consegna, Glenn morì. Quando la lettera arrivò alla madre, davanti ai suoi occhi c’era quella parola silenziosa che assunse un significato inquietante e devastante: “PERCHÉ?”

“Perché?” è la domanda più antica del dolore. “Dov’era Dio?” è la domanda più urgente della fede.

La maggior parte del libro di Giobbe è un tentativo di rispondere a queste domande. Se non conoscessimo il resto della storia, oggi ce le porremmo ancora, e se sei qui oggi con una domanda simile – benvenuto, sei nel posto giusto.

La vita non sempre si spiega, ma si può vivere lo stesso. Non viviamo di spiegazioni, ma di promesse. 
Una fede che confida senza capire è più grande di una fede che capisce prima di confidare.

Il percorso di Giobbe – dalla tragedia alla vittoria – è il cammino di ogni credente. Non è necessario sapere il perché. È necessario conoscere Dio: è sovrano, è sufficiente, e questo basta anche quando non si capisce niente.

Non puoi controllare quello che ti capita. Puoi scegliere come rispondergli, e la scelta più grande che un essere umano possa fare è questa: glorificare Dio anche quando non capiamo.

Un orso intrappolato vede il cacciatore avvicinarsi e lo percepisce come un nemico. Il cacciatore spara un dardo tranquillante. L’orso pensa di essere attaccato. In realtà viene liberato. Noi non possiamo comprendere la mente di Dio più di quanto quell’orso comprenda la mente del cacciatore.

D. A. Carson afferma: “Dio è troppo grande per essere ridotto alle nostre spiegazioni; e troppo buono per essere sospettato quando non capiamo.”

Non lasciare che ciò che non capisci di Dio scuota ciò che sai di Lui. Riposa su quello che conosci: la Sua bontà, la Sua sovranità, il Suo amore. Non hai bisogno di vedere il retroscena – Lui lo vede per te, ha un piano per la tua vita curato nei dettagli.

“Dio non ha mai promesso di spiegarci il Suo piano in anticipo. Ha solo promesso di averne uno” (Swindoll).
Quando il libro di Giobbe si chiude – Giobbe non riceve mai una spiegazione. 

C’è un proverbio che tutti conoscono e che nessuno vuole sperimentare: “Piove sul bagnato.”
Indica che le sventure non arrivano mai da sole.
Shakespeare lo disse a modo suo: “I nemici non vengono mai singoli, ma in battaglioni.”

È la fotografia di una realtà che molte persone conoscono molto bene:
Hanno perso il lavoro – quasi contemporaneamente li ha lasciati il coniuge
Hanno seppellito un genitore – e subito dopo gli hanno diagnosticato una malattia
Stavano ancora elaborando una perdita – quando ne è arrivata un’altra

I colpi non aspettano che tu ti rialzi – arrivano mentre sei ancora in ginocchio.

La Bibbia conosce questa realtà. Le ha dedicato un intero libro, proprio nel libro di Giobbe.
Il libro di Giobbe è il libro della sofferenza accumulata – non di un singolo dolore, ma di colpi che si moltiplicano, che si sovrappongono, che non danno respiro.

In questa serie lo attraverseremo insieme – non per trovare risposte facili, ma per trovare un Dio abbastanza grande da reggere le nostre domande più dure.

Partiamo con:
I IL PROFILO DI GIOBBE
In Giobbe 1:1 vediamo il profilo di Giobbe: “Quest’uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male.” 
Giobbe ai suoi tempi, era fuori dal comune.

Giobbe era una persona spirituale, aveva una profonda devozione al Signore.

Per due volte Dio lo davanti a Satana dicendo: “Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male” (Giobbe 1:8, 2:3).

La seconda volta, dopo le perdite che ha subito da Satana, aggiunge la frase: “Egli si mantiene saldo nella sua integrità, benché tu mi abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo” (Giobbe 2:3).

Vediamo quattro caratteristiche che evidenziano il carattere spirituale di Giobbe.
A) Giobbe era integro
“Integro” (tām) indica completezza morale, coerenza totale tra ciò che si è dentro e ciò che si mostra fuori: una conformità di pensiero, parola e azione in armonia con la volontà di Dio.
Giobbe era interamente dedicato a Dio, non era doppio d’animo, non aveva un cuore diviso tra Dio e altro.

Cosa significa questo concretamente?
Se volessimo dare un voto a Giobbe era dieci e lode, o trenta e lode, il massimo dell’integrità.

“Egli è tutto ciò che dovrebbe essere, tutto ciò che chiunque potrebbe aspettarsi. Definiremmo una persona del genere ‘integerrima’: nessun difetto di carattere compromette la sua coerenza o affidabilità” (Layton Talbert).

L’integrità è la virtù che unisce ciò che crediamo, ciò che diciamo e ciò che facciamo – chi è integro non è spezzato tra facciata pubblica e realtà privata. 
Quello che vedi è quello che c’è: Giobbe non aveva una doppia vita – la sua vita interiore e quella esteriore raccontavano la stessa storia.
La fede che regge solo sotto gli occhi degli altri non è fede – è teatro, recitare una parte che non corrisponde alla propria realtà.
Una maschera ben fatta può ingannare gli uomini per anni, ma non regge un secondo davanti a Dio.

L’integrità è essere spiritualmente e moralmente autentici contrapposta alla religione di facciata come quella farisaica (cfr. per esempio Matteo 23:27-28). 
È ciò che sei nel buio – quando nessuno ti guarda. Lo disse bene Will Rogers: “Vivi in modo tale da non aver paura di vendere il tuo pappagallo al più grande pettegolo della città.”

Il pericolo più grande non è il peccato palese, ma la pietà esteriore senza realtà interiore. 
Giobbe era l’opposto del fariseo che Gesù riprendeva: tutto dentro, tutto reale.
Non si può essere integri a metà – come non si può essere vivi a metà.

Questa interezza si manifesta in tre dimensioni della relazione con Dio:
Un cuore che non ha faglie nascoste, ma è compatto davanti a Lui
Una direzione che non devia, ma segue i Suoi standard 
Una dedizione che non ha zone d’ombra, ma è esposta interamente alla Sua luce

Satana ispezionò ogni angolo della vita di Giobbe cercando una crepa, una zona d’ombra, una stanza chiusa a chiave. Non ne trovò nessuna – e questo lo farà infuriare ancora di più.

Non è solo Satana a osservare. Le persone osservano i cristiani praticanti anche quando non sanno di essere osservati – vogliono vedere se sono autentici.

Un predicatore salì su un autobus un giorno e pagò il biglietto al conducente che gli diede più resto del dovuto. Sedutosi contò i soldi e si accorse che il conducente gli aveva dato cinquanta centesimi in più. Tornò quindi dal conducente e disse: “Mi ha dato cinquanta centesimi in più.”
Il conducente rispose: “Pastore, apprezzo molto questo gesto, perché ieri ero nella sua chiesa e ho ascoltato il suo sermone sull’onestà. Le ho dato intenzionalmente di più per vedere se lei pratica quello che predica.”

È quello che Dio sempre cercherà: un cuore integro (cfr. per esempio Giacomo 1:4), un cuore che vive quello che crede (cfr. per esempio Tito 1:16), che non fugge dalla luce (cfr. per esempio Giovanni 3:20-21), che si rifiuta di scendere a compromessi, senza zone negoziate con il mondo (cfr. per esempio Romani 12:1-2).

Giobbe aveva dunque una coscienza pulita davanti a Dio: era libero dalla colpa, irreprensibile.
Nessuno poteva giustamente accusarlo di fallimento morale – la sua reputazione era impeccabile.

B) Giobbe era retto 
“Retto” (yāšār) indica chi cammina dritto, senza deviazioni.
L’immagine è spaziale prima che morale: una strada senza curve, un movimento senza ostacoli. 

Il suo contrario (ʿiqqēš) indica storto, tortuoso – chi non va mai direttamente dove deve andare perché ha secondi fini e pieghe nascoste nel carattere.
Questa parola ha tre dimensioni:
(1) La dimensione verticale – verso Dio
La rettitudine è la qualità di conformarsi a una norma morale, in questo caso quella di Dio (cfr. per esempio Esodo 15:26).

Nel libro del Deuteronomio ricorre la formula: “Fare ciò che è retto agli occhi del Signore” (cfr. per esempio Deuteronomio 6:18; 12:28; 13:18).

Non a caso la Scrittura usa questo stesso termine per descrivere Dio stesso (Deuteronomio 32:4; Salmo 25:8), i Suoi precetti (Salmo 19:9), le Sue leggi (Neemia 9:13), le Sue vie (Osea 14:10).

La rettitudine di Giobbe non è una qualità umana autonoma – è il riflesso del carattere di Dio (cfr. per esempio 1 Giovanni 2:29; 3:7).
Non è auto-generata, è fedele adesione alla via del Signore, non alla propria misura.

La rettitudine non è qualcosa che l’uomo costruisce da solo – è la forma dell’immagine di Dio che prende forma nell’uomo (cfr. 2 Corinzi 5:17; Efesini 4:23-24; Colossesi 3:9-10).

Prima ancora di essere una qualità di Giobbe, la rettitudine è un attributo di Dio. Giobbe non ha inventato nulla – ha riflesso qualcosa che veniva dall’alto.

(2) La dimensione orizzontale – verso gli altri
La rettitudine non è mai privatistica, ma sempre relazionale.
Nei Salmi appare sistematicamente contrapposto all’inganno e alla falsità nei rapporti con gli altri (cfr. per esempio Salmo 11:2; 32:11; 64:11; 97:11).

Chi è retto non è chi non sbaglia mai, ma chi non inganna, non ha doppi pesi, non dice una cosa e ne pensa un’altra. 

Giobbe 31:13–23 ne è il manifesto concreto: l’equità verso i servi, la cura per lo sventurato, la misericordia verso chi non può ricambiare.

(3) La dimensione integrale – coerenza tra interno ed esterno
Giobbe era un uomo senza pieghe nascoste nel carattere. 
Quello che diceva era quello che pensava
Quello che mostrava era quello che era

Giobbe era la stessa persona davanti a Dio, davanti agli altri e davanti allo specchio – non aveva maschere nel guardaroba. 

In un teatro dove tutti recitano una parte, Giobbe era come l’unico attore senza maschera.
Non aveva un volto per Dio e uno per gli altri, aveva un solo volto senza maschere.

Non c’è scarto tra la facciata e la fondamenta – la stessa radice lo esprime con precisione attraverso l’espressione “retti di cuore” (cfr. per esempio Salmo 7:11; 36:11; 64:11; 94:15; 97:11): la rettitudine parte da dentro.

Due parole, una persona intera. 
Stephen M. Hooks riguardo ai termini integro e retto scrive: “Usati insieme, descrivono qualcuno che ha integrità personale, che aderisce fedelmente alle leggi di Dio e che si comporta in modo equo e giusto nel trattare gli altri. Questi termini non implicano l’impeccabilità o la perfezione morale, ma caratterizzano Giobbe come qualcuno irreprensibile.”

Giobbe non era retto perché non peccava mai. Era retto perché non si nascondeva dietro le curve – né con Dio né con gli altri.

In un mondo di ambiguità calcolate, di onestà selettiva, di pietà strumentale, Giobbe rappresenta il raro caso dell’uomo senza agenda nascosta – un esempio sempre più raro e sempre più necessario.

La rettitudine è come un sentiero tracciato da Dio stesso: non ti evita la tempesta, ma ti impedisce di perderti quando la tempesta arriva, e proprio perché è un sentiero diritto, non offre ripari lungo il cammino.

Ed è qui che si apre il paradosso della vita di Giobbe.
Quando arriva la sofferenza, è proprio questa rettitudine a renderlo così vulnerabile. Un uomo storto avrebbe avuto qualche riparo nelle sue curve. Giobbe no. È esposto da ogni lato – perché è diritto da ogni lato.

Ma nonostante il male e la sofferenza possano colpire un uomo retto, non può piegarlo perché non trova appigli.
La rettitudine non protegge dal dolore, ma protegge dall’essere inghiottiti dal dolore
La rettitudine non protegge dal colpo, ma impedisce che il colpo deformi la tua fede
La rettitudine non evita la prova, ma impedisce che la prova diventi deviazione dal sentiero di Dio

C) Giobbe temeva Dio 
Il timore di Dio non è il gradino più basso della fede: è il terreno su cui poggia tutto il resto
Il timore di Dio non è una tappa del cammino: è il cammino stesso
Il timore di Dio non è un accessorio della fede: è la sua colonna vertebrale

“Temeva di Dio” (wîrēʾ ʾĕlōhîm) è rispetto, riverenza profonda, soggezione, terrore e paura –l’atteggiamento di chi riconosce sé stesso ed è consapevole di chi è Dio.

Jonathan Edwards diceva: “Il vero timore di Dio nasce da una visione della Sua grandezza e della nostra piccolezza.”

Questa riverenza non è un’eccezione nei giganti della fede – è il loro denominatore comune. 
Abramo sul monte Moria (Genesi 22:12)
Giuseppe nelle prigioni d’Egitto (Genesi 42:18)
I collaboratori di Mosè, scelti proprio perché “temevano Dio” (Esodo 18:21)
Il timore di Dio non li ha resi fragili: li ha resi incrollabili!

Il timore di Dio è uno stile di vita, non un semplice sentimento; infatti, il verbo “temeva” (qal attivo participio) indica un modo di essere permanente, ciò che era abituale, che lo caratterizzava.
Il verbo ebraico (participio) descrive:
Non ciò che fai, ma ciò che sei
Non un’azione, ma una natura
Non un momento, ma una direzione di vita permanente
Giobbe non era uno che ogni tanto temeva Dio – era un timorato di Dio come stile di vita. 
Era la sua identità, non la sua agenda.

Temere Dio significa piantare la bandiera: un solo Signore, nessun altro trono (Esodo 20:3-5; Giosuè 24:14-15; 2 Re 17:35-36).

Significa che la Sua presenza occupa tanto spazio nell’anima che non rimane posto per nessun idolo.

Nella Bibbia, il timore di Dio è un atteggiamento che nasce nel profondo del cuore: 
Riconoscendo la grandezza e la santità del Signore (cfr. per esempio Salmo 111:10; Isaia 6:3–5)
Onorando Dio con riverenza e odiando il male (cfr. per esempio Proverbi 8:13)
Allontanandosi dal peccato (cfr. per esempio Proverbi 3:7)
Vivendo consapevole della Sua presenza (cfr. per esempio Salmo 16:8)
Orientando tutta la vita a camminare nelle Sue vie e a osservare i Suoi comandamenti (cfr. per esempio Deuteronomio 5:29; 8:6; 10:12–13; 13:4).

Il timore di Dio, nella Bibbia, non è soltanto un sentimento interiore di rispetto per la Sua grandezza. 
È una disposizione che si traduce in comportamento: un vivere in obbedienza perché Dio è davvero Dio – Colui che ha autorità di comandare, che può correggere, e che conosce pienamente ogni nostro pensiero e azione.

Senza timore di Dio non esiste freno morale – è come essere un fiume senza argini. 

Il timore di Dio è la consapevolezza della Sua grandezza, che la Sua approvazione è la cosa migliore che possiamo avere e la Sua disapprovazione la cosa peggiore (cfr. per esempio 1 Samuele 6:19-20; Isaia 6:5; Luca 12:4-5; Ebrei 10:31). 

John Brown diceva a riguardo: “Noi dobbiamo possedere il timore di Dio, cioè dobbiamo possedere il senso della sua grandezza infinita, la quale è rivelata nelle sue opere e nella sua parola. Esso ci dona la convinzione che il suo favore sia la più grande benedizione che l’uomo possa ricevere e che la sua disapprovazione sia invece il peggiore dei mali. Il timore di Dio si manifesta in modo pratico quando ci spinge a cercare il favore di Dio…questo è il timore che il cristiano deve ricercare e manifestare nei confronti di Dio.”

Allora possiamo dire che: Il timore di Dio è la risposta giusta della persona intera alla realtà di chi Dio è: la consapevolezza che la Sua grandezza è infinita, che il Suo favore è la più grande benedizione possibile e la Sua disapprovazione il peggiore dei mali – una riverenza che adora, obbedisce e fugge dal male.

Dio vuole essere temuto (cfr. per esempio Deuteronomio 10:12-13) – non per Sua insicurezza, ma perché è la risposta giusta dell’uomo alla realtà; questo è il nostro significato (Ecclesiaste 12:13).
Il timore di Dio è il fondamento della corretta risposta umana alla divinità, è la base appropriata di ogni devozione, come diceva John Owen: “È l’anima della pietà.”
La vera consacrazione non è mai separata dal timore del Signore, ed è il fondamento stesso della vera sapienza (Giobbe 28:28; Proverbi 1:7; 9:10).

Il timore di Dio non è un’emozione passeggera, ma la sostanza stessa della fedeltà spirituale. La sua assenza si manifesta in tre categorie di peccato:
Infedeltà – Apostasia: È l’abbandono di Dio per seguire altri interessi o divinità.
La mancanza di timore di Dio porta a compiere “cose malvagie” che rompono il patto con Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 13:11; 17:13; 21:21; 28:58-59).
Ingiustizia – Giudizi corrotti: Senza il timore di Dio, chi ha autorità calpesta i diritti altrui (cfr. per esempio 2 Cronache 19:5-11; Neemia 5:6-15; Salmo 2:10-11).
Insincerità – Religiosità esteriore: È il timore ridotto a formalismo, dove il cuore è lontano da Dio, ma le labbra sono occupatissime in una lode ipocrita (cfr. per esempio Isaia 29:13). 
Su questa menzogna religiosa cade un giudizio fatale (cfr. per esempio Atti 5:11).
           È il peccato più sottile e il più mortale: adorare Dio senza amarlo.

In senso positivo il timore di Dio si manifesta nella fiducia, nell’amore e nell’obbedienza (cfr. per esempio Deuteronomio 10:12).

In senso negativo, il timore di Dio motiva a “fuggire il male” (cfr. per esempio Proverbi 3:7; 14:16; 16:6), timore e fuggire il male si trovano anche in Giobbe 28:28.

D) Giobbe fuggiva il male
“Fuggire il male” (Sār mērāʿ - qal attivo participio) indica una scelta attiva, non passiva, una disposizione fissa, quindi con un valore durativo, abituale e caratterizzante.

Indica ciò che una persona è solita fare, il suo comportamento tipico. Non è qualcosa che Giobbe ha fatto una volta, ma qualcosa che Giobbe era costantemente: fuggire il male era il suo modo di essere, come una bussola sempre orientata nella stessa direzione.

C’è chi ha un Dio per la domenica e un altro per il lunedì mattina. Giobbe aveva un solo Dio – sette giorni su sette.

Giobbe era diverso da un noto dirigente che disse: “Nel fine settimana, le mie priorità sono Dio, la famiglia e gli affari, ma quando arrivo in ufficio il lunedì mattina, l’ordine si inverte: affari, famiglia e Dio.” 

Giobbe non aspettava che il male arrivasse alla porta – si teneva dall'altra parte della città.

“Fuggire” è “tenersi a distanza da”, “stare lontano da” (Giobbe 2:3; 28:28; Proverbi 13:14; 14:16; 16:6,17) “voltare le spalle” usato anche in senso negativo per descrivere chi volta le spalle al Signore (cfr. per esempio Esodo 32:8; Geremia 17:5; Malachia 2:8; 3:7).
Come Giuseppe dalla moglie di Potifar: non negoziò, non esitò, non cercò una via di mezzo – fuggì (Genesi 39:7-12).

La parola “male” (rǎʿ) è usata nell’Antico Testamento, almeno in tre modi:
In senso morale:
Tutto ciò che è contrario al carattere di Dio (cfr. per esempio Isaia 5:20; Abacuc 1:13)
Tutto ciò che viola la Sua volontà dichiarata (cfr. per esempio Deuteronomio 17:2-3; Geremia 7:30)
Il peccato nella sua forma attiva e deliberata (cfr. per esempio Proverbi 8:13; Romani 1:29-32)

In senso relazionale:
Ciò che danneggia il prossimo (cfr. per esempio Michea 2:1-2; Proverbi 3:29)
L’ingiustizia, l’inganno, la violenza (cfr. per esempio Salmo 10:6-7; Ezechiele 22:29)
Tutto ciò che rompe la pace (cfr. per esempio Isaia 59:8; Geremia 6:14)

In senso cosmico:
Il disordine opposto all’ordine di Dio (cfr. per esempio Genesi 1:2, Isaia 45:7)
Tutto ciò che deforma l’immagine di Dio nell’uomo (cfr. per esempio Genesi 6:5; Romani 3:23)
La realtà che Satana rappresenta e promuove (cfr. per esempio Giovanni 8:44; 1 Giovanni 3:8; Apocalisse 12:9)

Giobbe temeva Dio e rifuggiva il male perché ne conosceva davvero la pericolosità. Avere un sano timore del male non è segno di fragilità o di eccessiva apprensione: è consapevolezza di quanto il male è pericoloso.
È come chi evita di toccare un cavo elettrico scoperto – da fuori sembra innocuo, ma sai che può folgorarti. 
Allo stesso modo, Giobbe si teneva lontano dal male non per paranoia, ma perché ne vedeva la natura distruttiva e non voleva che contaminasse la sua vita.

Queste quattro caratteristiche svolgono un ruolo cruciale nella tragedia che stava per accadergli.

L’autore del libro vuole sottolineare che Giobbe era un uomo di straordinariamente elevato carattere morale.

Consideriamo ora:
II IL PRECIPIZIO DI GIOBBE 
La diga del Vajont è una delle tragedie più devastanti della storia italiana del dopoguerra.
La diga fu costruita tra il 1957 e il 1960 nelle Dolomiti, in provincia di Belluno, sul torrente Vajont. Era una delle dighe ad arco più alte del mondo – 261 metri. Il bacino artificiale doveva fornire energia idroelettrica.
La notte del 9 ottobre 1963, alle 22:39, una frana gigantesca – circa 270 milioni di metri cubi di roccia – si staccò dal Monte Toc e piombò nel bacino a velocità impressionante. L’impatto generò un’onda di circa 250 metri che scavalcò la diga – rimasta intatta, paradossalmente – e si abbatté sulle valli sottostanti. In pochi minuti furono spazzati via interi paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Circa 2.000 persone morirono.

Giobbe conobbe qualcosa di simile: 
Non un declino lento
Non una malattia progressiva
Non una crisi annunciata
Ma un’onda che arrivò senza preavviso e portò via tutto in una sola giornata.
Il pavimento della vita si aprì sotto i suoi piedi – e non c’era niente sotto.
Nel precipizio vediamo:
A) La prova di Giobbe
Come un edificio che sembra solido fino all’ultimo secondo – e poi in pochi istanti non è che polvere e macerie.

John Piper ha scritto sulla velocità della rovina: “La sofferenza arriva come un ladro nella notte, ma la fede rimane quando tutto il resto è stato rubato.”

In un solo giorno Giobbe perde tutto: ricchezze, servitori, e tutti e dieci i figli. Poi la salute (Giobbe 2:7), e il sostegno della moglie (Giobbe 2:8).
In tutto questo, Giobbe non peccò con le sue labbra, anzi benedisse il Signore (Giobbe 1:21-22; 2:10).
Infine, i tre amici – Elifaz, Bildad e Zofar – che in un primo momento fanno la cosa giusta (stare in silenzio accanto a lui), ma poi cominciano a teorizzare, puntando il dito contro di lui: “Stai soffrendo perché hai peccato”.

Da questo emergono con chiarezza due aspetti importanti:
(1) La sofferenza di Giobbe non è conseguenza del peccato
Quando soffriamo ci chiediamo:
“Perché è successo?”
“Perché proprio ora?”
“Perché un’altra prova dopo la altre?”
E allora pensiamo che forse abbiamo commesso un peccato, ma Giobbe ci insegna che non è sempre per un giudizio di Dio che punisce un nostro peccato.

La sofferenza per quanto terribile è aggravata nella mente di Giobbe perché non aveva alcun senso.

Per quanto cerchiamo di comprendere le molte sfaccettature del male e della sofferenza, ci sono momenti in cui una circostanza drammatica, o un dolore profondo ci appaiono del tutto privi di logica e di equità.
Esiste quello che può sembrare un male irrazionale, una sofferenza incoerente, o una sofferenza innocente.

La sofferenza innocente è quella forma di dolore che colpisce persone che non hanno commesso alcun peccato specifico che giustifichi ciò che stanno vivendo; è sofferenza reale, non retributiva, e da un punto di vista umano sembra ingiusta, ma si colloca interamente dentro la sovranità di Dio e serve scopi che il sofferente non conosce.

La sofferenza non è sempre la firma di Dio su un verdetto di colpevolezza.
Giobbe non stava soffrendo perché Dio lo stava punendo per qualche peccato: nel v.1 abbiamo visto ben quattro caratteristiche di Giobbe che descrivono un uomo che onorava il Signore in ogni aspetto della sua vita. 

La sofferenza non è segnale, o sinonimo di poca fede, né necessariamente conseguenza di un peccato commesso. 

I giusti possono soffrire – possono camminare nelle tenebre, vale a dire nella sofferenza, nelle avversità e nelle afflizioni.
Isaia lo dice con chiarezza: “Chi di voi teme il Signore e ascolta la voce del suo servo? Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio!” (Isaia 50:10).

Giobbe non soffriva perché era stato infedele al Signore – la sua tragedia non era conseguenza dei suoi peccati: era integro, retto, temeva Dio e fuggiva il male.

Non ogni tempesta è un giudizio – alcune tempeste colpiscono proprio i navigatori più fedeli, come Giobbe.
La sua sofferenza era per mano di Satana (Giobbe 1:6-19; 2:1-7).

Inoltre:
(2) La sofferenza di Giobbe smonta la falsa teologia della prosperità
Questa è una deduzione legittima che il testo permette: il libro di Giobbe demolisce ogni teologia della prosperità – l’uomo più giusto sulla terra era anche quello che soffriva di più.

Spurgeon, che morì a 57 anni tra gotta, problemi respiratori e depressione cronica, disse: “I cristiani più compassionevoli e simili a Cristo sono quelli che hanno sofferto di più.”

La fede autentica non è quella che non viene mai messa alla prova – è quella che regge quando la prova arriva.

Chi predica che la fede garantisce salute e ricchezza:
Non ha mai letto Giobbe
Non ha mai letto le sofferenze di Paolo (cfr. per esempio 2 Corinzi 11:16-32; 12:8)
Non ha mai letto il grande catalogo dei fedeli che furono torturati, scherniti, flagellati, incatenati e imprigionati (Ebrei 11:35-38).

Tribolazioni, sofferenza e persecuzione non sono anomalie del cammino cristiano – ne sono parte integrante (cfr. per esempio Atti 14:22; Romani 8:35-36; Filippesi 1:29; 2 Timoteo 3:12).

Giobbe smentisce l’idea che il dolore abbia una logica morale: che tocchi chi se lo merita, era l’uomo migliore del suo tempo, eppure è proprio lui a essere colpito. 
La sua storia ci ricorda che l’afflizione non è riservata ai malvagi: può raggiungere i giusti.

Il messaggio è semplice e profondo: la sofferenza non corregge necessariamente il malvagio, ma può maturare il giusto.

Come per la croce di Gesù, la sofferenza può diventare il luogo in cui nasce qualcosa di nuovo, questo ci insegna anche Giobbe. 

Oswald Chambers diceva: “Quando Dio permette la sofferenza nella vita di un credente fedele, non è perché ha fallito, ma perché lo sta preparando per qualcosa di più grande”, e nel caso di Giobbe quel qualcosa di più grande aveva un nome preciso: conoscere Dio in modo più profondo, più personale (Giobbe 42:5).

La sofferenza nel caso di Giobbe è come uno specchio che rivela, non che condanna, manifesta la grandezza di Dio per rafforzare la fede.
Dio taglia ciò che è superfluo non per ferire, ma per far portare più frutto (Giovanni 15:1-7).
Nel precipizio vediamo:
B) Il protagonista della prova di Giobbe
La sofferenza non è casuale – ha un autore. Ma quell’autore ha un padrone.
La potenza di Satana è subordinata a quella di Dio – il nemico deve chiedere il permesso divino per agire e non è un agente autonomo al di fuori della sovranità divina.

L’autore del libro di Giobbe ci dice che è Satana (Haśśāṭān), cioè l’avversario, colui che si oppone, che accusa, che sfida, il quale dice al Signore che quell’uomo lo teme perché lo protegge e lo ha benedetto: basta che stenda la Sua mano e Giobbe lo rinnegherà (Giobbe 1:6-11).

L’accusa è sottile e devastante: “Giobbe ti serve per interesse. Togli le benedizioni e vedrai chi è veramente.”
È l’accusa più antica contro la fede – che la devozione sia calcolata, che l’amore per Dio sia in realtà amore per ciò che Dio ci dà.

John Piper ha scritto: “La domanda di Satana non è ‘Giobbe ti ama?’ ma ‘Giobbe ti ama per quello che sei, o per quello che dai?’. È l’accusa più insidiosa perché tocca il cuore stesso della fede”. 
È la sottigliezza più letale dell’attacco del nemico: non colpisce le azioni, ma il movente.

Dio accetta la sfida e fissa un confine preciso: “Tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto non stender la mano sulla sua persona” (Giobbe 1:12).

Dio non è uno spettatore che osserva dall’alto – è il guardiano che tiene il confine.
Il fuoco che brucia la casa di Giobbe è acceso da Satana – ma è Dio che decide fino a dove brucia.

Qui c’è una verità fondamentale per chi vive sotto una pioggia di sofferenze: dietro la sofferenza accumulata c’è un nemico reale. 
Non il destino cieco
Non la sfortuna
Non la punizione divina 
Ma un avversario che accusa e attacca. Pietro scrive: “Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare” (1 Pietro 5:8).
Satana non è interessato ai tuoi peccati – è interessato a smontare la tua fede!

Ma c’è l’altro lato: Dio fissa il confine. 
Il confine di Dio è come una muraglia che Satana non può oltrepassare. 
Il nemico ha potenza, ma non sovranità; ha libertà d’azione entro limiti precisi, e questo trasforma la sofferenza da caos casuale a prova controllata, dove Dio rimane il Signore assoluto.

Dio non è la fonte diretta della tragedia nella vita di Giobbe, lo è Satana, sotto il permesso di Dio che controlla il creato e quindi anche Satana – il maligno non può muoversi finché Dio non gli concede il permesso, e quando Dio appare finalmente a Giobbe, non sposta la colpa indicando il diavolo. Ma gli fa capire che Dio dirige sovranamente e si assume la responsabilità di tutto ciò che accade nel suo mondo, senza essere la causa diretta e immediata del male e della sofferenza (Giobbe 38-41).
Il leone ruggente ha un guinzaglio, e il guinzaglio è in mano di Dio. 

Charles Spurgeon disse: “Satana è un cane al guinzaglio di Dio. Può abbaiare, può tirare, ma non può spezzare la corda. Ogni sofferenza che il nemico infligge passa prima attraverso le mani del nostro Padre”.

Ogni tempesta ha una durata
Ogni notte ha un’alba
Ogni prova ha un limite scritto dalla mano di Dio

La sofferenza di Giobbe ha un limite che solo Dio stabilisce. Satana può toccare il popolo di Dio solo con il consenso di Dio, e Dio lo usa per il loro bene (Romani 8:28) e la Sua gloria (cfr. per esempio Romani 11:36; Efesini 1:6,12,14).

Per chi è nella sofferenza, questo è insieme destabilizzante e consolante – c’è un nemico reale, ma c’è anche un Dio che stabilisce il confine e tiene il guinzaglio, e che non permetterà una prova più grande di quanto possiamo sopportare (1 Corinzi 10:13).

Satana può fare solo quello che Dio permette – e Dio non permette mai più di quello che serve.

CONCLUSIONE 
Quando piove sul bagnato – quando i colpi si moltiplicano e non danno respiro – la risposta non è una spiegazione. È una persona.

Giobbe ci insegna una verità scomoda: la rettitudine non è un’assicurazione contro la sofferenza. I giusti soffrono. Anzi, a volte soffrono proprio perché sono giusti – perché la loro vita è abbastanza trasparente da diventare un campo di battaglia tra Dio e il maligno. 
Non c’è dove nascondersi quando sei dritto da ogni lato.
E qui emerge il contributo più profondo di Giobbe alla teologia della sofferenza: la fede non nasce dal capire il dolore, ma dal fidarsi di Dio quando il dolore non ha spiegazioni. 

Ciò che Giobbe stava vivendo era un mistero imperscrutabile, eppure continuava ad avere fiducia.
Tutto ciò che Giobbe poteva fare, e forse tutto ciò che possiamo fare anche noi, di fronte all’inspiegabile, è confidare nel Dio che sappiamo aver sperimentato la sofferenza in prima persona nel suo amato Figlio, Gesù Cristo.

La storia di Giobbe ci ricorda che esiste una sofferenza che non si lascia interpretare, una sofferenza che non si risolve con teorie o formule; una sofferenza che rimane mistero, e la fede deve imparare a vivere dentro questo mistero, anzi nel mistero può nascere una fiducia più profonda.

Giobbe, alla fine, non riceverà una risposta al “perché”, ma riceverà una rivelazione di Chi è Dio, e questo gli basta per continuare a vivere.

Dio non ha promesso di spiegarci il Suo piano. Ha promesso di essere con noi dentro di esso. Giobbe non riceverà mai una risposta alle sue domande. Alla fine del libro Dio parla dalla tempesta, ma non spiega nulla, non giustifica nulla. Eppure, Giobbe adorerà Dio. 
Non è la spiegazione che solleverà Giobbe, ma l’incontro con Dio.

“Dio è troppo buono per essere crudele e troppo saggio per sbagliare. Quando non possiamo seguire la sua mano, dobbiamo fidarci del suo cuore” (Spurgeon).

Non hai bisogno di capire. Hai bisogno di Dio. E Lui basta.

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