Giobbe 1:13-22: Quando i colpi si moltiplicano (2)
Giobbe 1:13-22: Quando i colpi si moltiplicano (2)
La rapidità dei colpi e la reazione al dolore (vv.13-19)
Serie: Piove sul bagnato
Siamo sulla serie: “Piove sul bagnato” dall’esempio di Giobbe.
La scorsa volta abbiamo conosciuto Giobbe. Un uomo integro, retto, timoroso di Dio –presentato dal narratore con una precisione che non lascia dubbi. Non è un uomo qualunque: è il migliore della sua generazione.
E proprio questo è il punto che oggi ci costringe a fermarci, perché quello che sta per accadergli demolisce una delle convinzioni più radicate nell’animo umano: che la sofferenza sia sempre la conseguenza di qualcosa.
Un peccato, un errore, una negligenza – se stai attraversando una tempesta, da qualche parte hai sbagliato strada.
Giobbe smonta questa equazione una volta per tutte: i giusti soffrono, non sempre per colpa, non sempre per disciplina; a volte soffrono perché c’è un nemico: Satana (Giobbe 1:12; 2:6-7; Luca 13:16; 2 Corinzi 12:7).
Ma c’è qualcosa che Satana non aveva calcolato: quella stessa sofferenza avrebbe condotto Giobbe dove la prosperità non lo aveva mai portato.
La sofferenza non è una deviazione – è il sentiero dove Dio ti aspetta.
Alla fine del libro Giobbe dirà: “Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l’occhio mio ti ha visto.” (Giobbe 42:5).
Questa conclusione ci fa capire che c’è la possibilità che la sofferenza diventi un luogo in cui emerge qualcosa di più grande, dove la risposta di Dio a Giobbe non è una spiegazione, ma una rivelazione.
Il dolore più grande della sua vita divenne l’incontro più profondo e personale con Dio.
Satana colpisce per distruggerti, Dio usa quei colpi per costruirti.
Allora il dolore non è un segno che Dio ti ha dimenticato – potrebbe essere proprio lo strumento che sta usando per avvicinarti a Sé.
Temiamo che certe sofferenze, umanamente parlando, sarebbero abbastanza forti da distruggere la nostra fede; dolori che potrebbero spezzare la nostra relazione con Dio.
Ma la sofferenza sotto la mano di Dio non produce ciò che temiamo.
• Invece di allontanarci da Lui – ci porta più vicino
• Invece di distruggere la fede – l’approfondisce
• Invece di farci crollare – ci radica più profondamente in Dio
È come se Dio trasformasse ciò che dovrebbe schiacciarci in qualcosa che ci apre nuove profondità spirituali. Dolori che, senza la Sua guida, sarebbero devastanti… diventano strumenti che ci portano dove non saremmo mai arrivati da soli.
In altre parole: la sofferenza che dovrebbe demolirci, nelle mani di Dio diventa ciò che ci costruisce.
Nella provvidenza di Dio, vale a dire il Suo governo sulle circostanze della nostra vita, anche le tragedie (cfr. per esempio Genesi 50:20; Isaia 45:7; Lamentazioni 3:38; Amos 3:6) sono strumenti nelle Sue mani che ci portano a una crescita spirituale e a una relazione più profonda con Dio che altrimenti non ci sarebbero state (cfr. per esempio Romani 8:28-29; Giacomo 1:2-4; 1 Pietro 1:6-7).
Oggi entriamo nella tempesta della tragedia di Giobbe.
Cominciamo con:
I LA RAPIDITÀ DEI COLPI (vv.13-19)
Nei vv.13-19 leggiamo: “Un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore, giunse a Giobbe un messaggero a dirgli: ‘I buoi stavano arando e le asine pascolavano là vicino, quand’ecco i Sabei sono piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire.’ Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: ‘Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servi, e li ha divorati; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire.’ Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: ‘I Caldei hanno formato tre bande, si sono gettati sui cammelli e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire’. Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: ‘I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore; ed ecco che un gran vento, venuto dall’altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, che è caduta sui giovani; essi sono morti; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire.’”
Prima di tutto vediamo:
A) La devastazione dei disastri
In un solo giorno Giobbe fu privato della sua ricchezza (vv. 2–3).
Uno dopo l’altro, quattro messaggeri spaventati riferirono che 500 paia di buoi, 500 asine e 3.000 cammelli furono rubati durante incursioni nemiche; 7.000 pecore furono colpite da un fulmine e uccise; molti servitori e tutti e dieci i suoi figli furono uccisi da una tempesta di vento.
È come se il dolore avesse deciso di fare gli straordinari!
A Giobbe prima gli sono state svuotate le mani, poi gli è stato strappato il cuore: Giobbe non perde solo ciò che ha, perde anche ciò che ama.
Quattro grandi disastri in un solo giorno: il primo e il terzo furono tragedie causate da agenti umani (Sabei e Caldei), mentre il secondo e il quarto furono disastri naturali (fuoco di Dio - fulmini potenti e devastanti, o qualcosa di sovrannaturale Numeri 11:1–3; 1 Re 18:38 2 Re 1:10, 12, 14 - e vento - tornado).
Il disastro arriva senza preavviso: quattro piaghe rivelarono a Giobbe che tutte le forze del cielo e della terra gli si erano rivolte contro.
Sappiamo che l’artefice è stato Satana (vv.6-12).
Satana ha un certo potere soprannaturale, permesso dal Signore, sulle persone da influenzarle a commettere crimini e sulla natura per dirigerla a compiere i suoi scopi malvagi.
Satana non è solo astuto, ma anche spietato:
• Scelse il suo tempo e i suoi metodi
• Scelse un giorno di celebrazione speciale in famiglia: un giorno di festa
A quanto pare, era una famiglia unita, si amavano davvero e godevano della compagnia reciproca.
Quello che avrebbe dovuto essere un giorno gioioso si trasformò in un orrore indicibile.
Satana era concentrato nel massimizzare il suo vantaggio; avendo ottenuto il permesso da Dio di colpire, lo fece nel modo più efficace possibile.
In secondo luogo, consideriamo:
B) La densità dei colpi
Questi disastri vennero:
• Senza preavviso – nessun segnale, nessuna preparazione.
• Senza un momento di respiro – ogni messaggero interrompe il precedente
• Senza ostacoli – nessuna forza si oppone, tutto scorre verso la catastrofe
Ci vuole una vita per costruire ciò che può crollare in pochi secondi.
Stephen Davey scrive: “Ho riletto questi versetti cronometrandomi, leggendo solo i messaggi che venivano consegnati uno dopo l’altro. Il testo indica chiaramente che questi messaggeri arrivarono praticamente nello stesso momento e si interruppero a vicenda con ogni nuovo annuncio. Mi ci vollero solo 39 secondi… 39 secondi perché il cuore di Giobbe venisse spezzato e il suo mondo crollasse. Ci vuole una vita intera per costruire certe cose, allora perché così tanto della vita può crollare nel giro di pochi secondi?”
Giobbe è informato di queste terribili notizie da quattro messaggeri, immagino che siano stati lasciati in vita proprio per questo.
Il fatto che solo uno sopravviva ogni volta non è casuale:
• Serve alla narrazione – qualcuno deve riferire
• Serve alla teologia – Giobbe deve sapere tutto
• Serve alla strategia di Satana – ogni messaggio è un colpo al cuore
Il messaggero (malʾāk) è “colui che è stato inviato” per dare un messaggio.
I rapporti arrivano uno dopo l’altro in rapida successione da quattro messaggeri diversi che comunicano ognuno il disastro di cui sono stati testimoni.
• Ogni messaggero è una scheggia di realtà che si conficca nel cuore
• Ogni annuncio è un martello che batte sull’incudine dell’anima
Lo scrittore usa la formula “Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire” – tre volte consecutive.
I colpi arrivano come tuoni che si sovrappongono, senza che il primo abbia finito di rimbombare.
Il testo stesso ansima:
• Non c’è spazio tra un colpo e l’altro
• Nessun respiro
• Nessun tempo per elaborare
• Nessun momento per raccogliersi
È come essere travolti da quattro onde gigantesche, senza il tempo di riemergere per respirare.
È un’esperienza che molti credenti conoscono: quando la vita sembra crollare da ogni lato e non c’è tempo per respirare.
È il tipo di dolore che non ti dà il tempo di asciugarti le lacrime, perché un’altra ti sta già rigando il volto.
Lo scopo forse era quello di non dargli il tempo di riprendersi dallo shock di un disastro prima che un altro lo colpisse.
Se gli fosse stato concesso un intervallo, avrebbe raccolto le forze per affrontare una prova alla volta, ma le afflizioni sono molto più difficili da sopportare quando arrivano in rapida successione.
Satana in questo modo, voleva sopraffare Giobbe e distruggere la sua fede in modo tale da poi andare dal Signore e dirgli: “Avevo ragione io. Una volta privato dalla sua prosperità e dai suoi figli, ti ha rinnegato”.
Satana aveva una teologia sbagliata: nessuno ama Dio senza tornaconto – Giobbe stava per smontarla con la sua vita.
Satana pensava che nessuno amasse Dio perché è Dio, il libro di Giobbe esiste per confutarlo.
Giobbe era un uomo schiacciato da forze più grandi di lui.
Possiamo immaginare l’orribile effetto psicologico scioccante di sentire queste notizie in rapida successione: l’impotenza, il disorientamento, la perdita di controllo, il senso di accerchiamento.
Conosci questa sensazione? Stai ancora in piedi a fatica quando le ginocchia cedono di nuovo. Stai ancora elaborando un problema quando ne arriva un altro – è quello che si prova in situazioni drammatiche come quella di Giobbe.
Il “piove sul bagnato” non è una metafora – è un’asfissia.
La progressione dei quattro colpi non è casuale.
Va dagli averi ai figli – da ciò che si possiede a ciò che si ama.
Satana sa dove colpire.
• Prima svuota la mano, poi spezza il cuore
• Prima attacca il patrimonio, poi attacca la famiglia
Il colpo più duro viene sempre per ultimo, e poi, come vedremo in un’altra predicazione sarà attaccato nel suo corpo.
Utilizzando un linguaggio narrativo crudo che si sviluppa fino al culmine della morte dei figli di Giobbe, l’attenzione si concentra su Giobbe e sulla sua risposta a questa serie di disastri.
Esploriamo ora:
II LA REAZIONE AL DOLORE (v.20)
Nel v. 20 leggiamo: “Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo.”
È una delle frasi più dense della Bibbia.
In poche parole, si apre un mondo: un uomo devastato, un cuore spezzato, un dolore che non trova parole, ma trova gesti.
Il dolore, quando è troppo grande, non parla: urla attraverso il corpo!
Giobbe si alza come chi si rialza dopo un pugno allo stomaco.
E compie due gesti antichi come l’umanità, due gesti che sono il linguaggio del lutto.
Vediamo da vicino:
A) I simboli del dolore di Giobbe
Giobbe espresse la sua profonda angoscia per ciò che accadde nel modo standard del mondo antico.
Prima di spiegare cosa fece Giobbe, fermiamoci un momento per cercare di capire ciò che stava vivendo.
Dieci figli, in un solo giorno, più tutto il resto!
Ho incontrato di recente un uomo che aveva perso un figlio. Mi guardava con occhi vuoti e mi diceva: “È un dolore che non si riesce a descrivere.”
Un figlio. Giobbe ne ha persi dieci – tutti insieme, nello stesso giorno, mentre festeggiavano!
Se stai portando un dolore simile – una perdita che nessuno riesce davvero a capire – Giobbe è tuo fratello, non un eroe lontano. Un uomo come te, schiacciato da qualcosa di più grande di lui.
E quello che fece dopo, quei due gesti silenziosi, dice più di mille parole.
Il primo simbolo:
(1) Si stracciò le vesti
Un mantello veniva indossato sopra una tunica, ed era proprio questo indumento esterno (cfr. per esempio 1 Samuele 15:27; 18:4; Isaia 61:10; Giobbe 29:14), che Giobbe strappò – probabilmente era ornato e costoso –, come fece Giacobbe per Giuseppe pensando che fosse morto (Genesi 37:34).
Era una pratica che troviamo altre volte nella Bibbia per esprimere lutto (cfr. per esempio Giosuè 7:6; 2 Samuele 1:11; 3:31; 13:31; Esdra 9:3, 5; Ester 4:1; Ezechiele 26:16).
Strapparle significava toglierle violentemente – un gesto di dolore estremo.
Strappare una veste non era un gesto vuoto – era violenza sul proprio corpo: era il modo in cui il dolore interno trovava un’espressione esterna visibile.
Come se la lacerazione dentro avesse bisogno di una lacerazione fuori.
La veste era identità, status, dignità: strapparla significava dire: tutto ciò che ero, tutto ciò che avevo – è finito.
È un gesto che oggi potremmo paragonare a quando una persona, ricevuta una notizia devastante, si lascia cadere a terra, o si copre il volto con le mani, o si accascia contro un muro.
Il secondo simbolo:
(2) Si rase la testa
La rasatura della testa era una consuetudine comune, espressione di dolore e di lutto (cfr. per esempio Esdra 9:3; Isaia 15:2; 22:12; Geremia 7:29; 16:6; 41:5; 47:5; 48:37; Ezechiele 7:18; Amos 8:10; Michea 1:16).
Radersi il capo era spogliarsi di sé stessi.
I capelli nel mondo antico erano segno di forza, vitalità, bellezza: toglierli era un atto di resa al dolore – era dire: guarda cosa mi è rimasto.
È come quando oggi qualcuno smette di curarsi, di vestirsi, di mangiare dopo un trauma, non ha più energie per curare la propria immagine: il dolore toglie colore, toglie forma, toglie forza.
Il corpo porta il lutto che le parole non riescono a dire.
B) Il significato dei simboli di dolore di Giobbe
Giobbe non è impassibile. Giobbe non è un eroe di pietra, non è un santo di gesso, non dice con un sorriso composto: “Va bene, è la volontà di Dio.”
• Non reprime
• Non nasconde
• Non fa finta
Il dolore esce e prende una forma precisa – quando il cuore spezzato non sa più parlare, il corpo parlerà per lui.
Il teologo Walter Brueggemann chiama questi gesti: “La forma del dolore.”
Non è un’espressione caotica – è un dolore che si struttura, che trova un canale di sfogo.
J. Gerald Janzen lo spiega così: “Tali rappresentazioni formali del lutto servono da copertura contro il caos totale dei sentimenti e aiutano a mantenere un margine di sanità mentale.”
Quando il dolore è troppo grande, il corpo sa cosa fare anche quando la mente non ce la fa più.
La poetessa Emily Dickinson lo aveva intuito: “Dopo un grande dolore, arriva un sentimento formale” – quella strana rigidità quasi automatica che la psiche assume dopo un trauma.
Non insensibilità, ma il modo in cui la mente si irrigidisce per non spezzarsi.
La fede biblica:
• Non sopprime il lutto – lo attraversa
• Non ti chiede di sorridere quando il cuore è spezzato
• Non ti chiede di saltare la fase del pianto per arrivare prima alla fase della pace
Ti permette – anzi ti invita – a esprimere il dolore nella sua realtà.
Il lutto non è mancanza di fede – è fede che soffre.
Non ci deve essere vergogna nel dolore e le lacrime non contraddicono necessariamente la fede, o la sottomissione a Dio.
Ma poi – dopo i due gesti di lutto – il testo aggiunge: “Si prostrò a terra e adorò” (v.20).
Giobbe non si rialzò – si prostrò, e in quella prostrazione trovò l’unica cosa che il dolore non riesce a portare via: Dio.
Fermati un momento su questa immagine.
Un uomo che ha appena perso tutto – beni, servitori, figli – si abbassa fino a terra, non fugge da Dio, non alza il pugno verso il cielo: va verso Dio.
Spurgeon disse: “La fede vera non è quella che non vacilla mai – è quella che vacilla e non cade.”
Giobbe vacillò, ma non cadde lontano da Dio – si prostrò verso di Lui.
La prostrazione di Giobbe è reale e genuina, ma è solo l’inizio del cammino, non la conclusione.
Il libro è abbastanza onesto da mostrare che dopo arriva la tempesta interiore, le domande, le accuse, il silenzio (Giobbe 3:1-3; 7:11; 9:22-24; 10:1-3; 13:3; 23:2; 30:20).
Ma questo primo movimento – verso e non lontano – rivela chi è Giobbe nel profondo. E sarà quella radice a tenerlo in piedi quando tutto il resto crollerà.
È come un albero colpito dalla tempesta: si piega, si spezza in parte, perde rami, ma le radici restano.
La tempesta può portarti via tutto, ma non può portarti via la direzione del tuo cuore.
Puoi perdere la salute, i beni, i figli, la reputazione. Ma c’è una cosa che la sofferenza non può toglierti se non gliela dai tu: la direzione.
Verso Dio o lontano da Dio – questa scelta resta sempre tua.
CONCLUSIONE
Agostino disse: “Dio ha avuto sulla terra un solo Figlio senza peccato, ma nessuno senza sofferenza.”
La sofferenza non è un’anomalia della vita cristiana – è parte del cammino (cfr. per esempio Atti 14:22; Romani 5:3-4; 8:18; Filippesi 1:29). Giobbe lo sapeva, anche senza capirlo.
Tim Keller disse: “La sofferenza è nel cuore stesso della storia cristiana.”
Ora, le prove, come il calore, producono effetti opposti: inacidiscono il latte, ma addolciscono le mele.
La stessa tempesta che distrugge un uomo senza radici approfondisce le radici di chi è piantato in Dio.
Forse oggi stai vivendo il tuo capitolo 1 di Giobbe. I colpi sono arrivati uno dopo l’altro senza darti il tempo di respirare.
Forse hai perso qualcosa – o qualcuno – che non riuscirai mai a sostituire.
Questo testo non ti chiede di sorridere; ti chiede solo una cosa: la direzione.
Quando tutto crolla, la domanda non è: perché? La domanda è: verso dove cadi? Perché anche nel crollo si può scegliere la direzione – e quella direzione dice tutto su chi sei e su chi è il tuo Dio.
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