Giobbe 2:7-10: Quando chi ti ama non ti aiuta
Giobbe 2:7-10: Quando chi ti ama non ti aiuta
Serie: Piove sul bagnato
Layton Talbert scrive: “Non c’è niente di peggio che sopravvivere a malapena a un’alluvione e poi scoprire che sta per arrivare altra pioggia. Il fuoco si può spegnere, ma come si ferma altra pioggia?”
Siamo sempre nella serie: “Piove sul bagnato”, dall’esempio di Giobbe.
Esiste una solitudine che non ha nome preciso, ma che tutti riconoscono immediatamente. Non è la solitudine del deserto – è la solitudine della stanza piena.
Non è l’abbandono dello straniero – è l’abbandono di chi conosce il tuo nome da decenni, di chi ha dormito nel tuo stesso letto, di chi ha tenuto in braccio i tuoi stessi figli.
• Puoi sopportare che il mondo non ti capisca
• Puoi sopportare che i colleghi si allontanino
• Puoi sopportare che i vicini non sappiano cosa dire
• Puoi sopportare che gli amici lontani spariscano nel silenzio.
Ma quando chi ti ama non ti aiuta – quella è una ferita che nessun cerotto raggiunge.
Giobbe la conosce.
Nella predicazione precedente abbiamo visto i quattro colpi che si sono moltiplicati in sequenza rapida – ricchezze, bestiame, servi, figli. Tutto in un giorno.
E Giobbe aveva risposto con una delle dichiarazioni di fede più dense della Scrittura: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore” (Giobbe 1:21).
Ma Satana non accetta la sconfitta. Torna davanti a Dio con una nuova accusa – più sottile e più velenosa della prima: “Pelle per pelle! L’uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; ma stendi un po’ la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia” (Giobbe 2:4-5).
La prima sfida riguardava ciò che Giobbe aveva. La seconda sfida riguardava ciò che Giobbe è.
• Prima colpisci ciò che ami – poi colpisci il corpo
• Prima svuoti il granaio – poi attacchi la carne.
C’è una gerarchia nel dolore che Satana conosce bene. Sa che l’uomo può sopportare di perdere ciò che possiede.
Ma quando la sofferenza entra nel corpo:
• Quando non riesci più a dormire
• Quando ogni movimento è un supplizio
• Quando la tua stessa pelle diventa il tuo nemico
Allora la resistenza si assottiglia.
Il Signore accetta di nuovo la sfida con un confine preciso: “Ebbene, egli è in tuo potere; soltanto rispetta la sua vita” (Giobbe 2:6).
E Satana colpisce Giobbe “di un’ulcera maligna” (bišḥîn rāʿ) su tutto il corpo, come dice Giobbe 2:7.
“Ulcera” (šḥîn) è una piaga purulenta, o malattia dolorosa, un’infiammazione grave, devastante e debilitante con un nucleo duro pieno di pus (Esodo 9:9-11; Levitico 13:18-20, 23; Deuteronomio 28:27,35; 2 Re 20:7; Giobbe 2:7; Isaia 38:21), tale da costringere a grattarsi con un coccio.
La stessa parola è usata per le piaghe d’Egitto, la sesta, quando delle ulcere colpirono persone e animali egiziani, persino i maghi, che non poterono presentarsi davanti a Mosè a causa di esse (Esodo 9:9-10; Deuteronomio 28:27, 35).
Dalla pianta dei piedi alla cima del capo, l’uomo più grande dell’Oriente è ridotto a grattarsi le piaghe con un frammento di terracotta, un coccio (ḥereś), seduto nella cenere, che, secondo alcuni, era la discarica fuori la città dove bruciavano i rifiuti e frequentata dagli emarginati, dallo scarto della società!
“Maligna” (rāʿ) si riferisce a qualcosa di severo, grave, dannoso, feroce (cfr. per esempio Genesi 37:20; Ecclesiaste 6:2), oppure a un grande dolore, a un orribile tormento, al male della malattia, cioè un alto grado di dolore e disagio fisico (cfr. per esempio 2 Cronache 21:19).
Daniel Estes descrive la scena in questo modo: “Invece di vivere nel lusso della sua casa, Giobbe ora è ridotto al luogo frequentato da mendicanti e altri emarginati nel mondo antico. Lontano dal suo status di rispettato leader civico, ora è isolato dalla vita della comunità.”
• Da leader rispettato a emarginato tra gli emarginati
• Da padrone di casa a ospite della discarica.
E in quel momento – nel momento più basso, più umiliante, più doloroso – arriva sua moglie, le cui parole certamente non l’aiutano.
Vediamo allora:
I LE PAROLE CHE FERISCONO (vv.8-9)
Nei vv.8-9 è scritto: “Sua moglie gli disse: ‘Ancora stai saldo nella tua integrità? Ma lascia stare Dio, e muori!’”
Il dolore può offuscare la nostra visione e distorcere la nostra prospettiva, trasformando anche le persone care in strumenti di Satana.
La fede della moglie di Giobbe crollò sotto il peso insopportabile della tragedia, mentre quella di Giobbe resistette come una fortezza inespugnabile: era un muro che Satana poteva colpire, ma non sfondare.
Immagina la scena. Giobbe è seduto nella cenere, il corpo coperto di piaghe, solo con il suo dolore, e la persona che avrebbe dovuto essere il suo rifugio umano – la donna che ha condiviso la sua vita, che ha visto nascere i suoi dieci figli, che li ha visti morire tutti in un giorno – gli punta il dito contro.
Le sue parole sono una lancia avvelenata scagliata contro un uomo già trafitto, “altro veleno” nelle piaghe già aperte della sua sofferenza dovute “al morso del serpente velenoso” di Satana.
È molto probabile che le parole della moglie siano state per Giobbe più logoranti della sofferenza fisica stessa.
Se è così, Giobbe ha affrontato qualcosa di più distruttivo delle piaghe: parole che bruciavano dall’interno, non dall’esterno.
• Certe parole possono diventare lame affilate che non tagliano la pelle, ma l’anima
• Ci sono ferite verbali che non sanguinano, ma bruciano più di qualsiasi piaga.
Non c’è niente di più doloroso del non sentirsi capiti, o del perdere il sostegno delle persone care!
Quando chi dovrebbe sostenerti ti abbatte, il colpo arriva sempre al cuore in modo devastante.
Le parole hanno un potere immenso: possono ferire o guarire, distruggere o edificare. Scegliamole con cura.
La moglie di Giobbe gli dice con un tono molto forte e urgente: “Lascia stare Dio, e muori!” (due verbi imperativi).
In realtà, la frase tradotta “lascia stare Dio” (bārēk ʾĕlōhîm) letteralmente è “benedici Dio.”
Il contesto rivela immediatamente che si tratta di un eufemismo ironico – un modo di dire l’opposto usando la parola opposta.
Lo stesso termine (bārēk) compare in Giobbe 1:5,11 e 2:5 con il significato di rinnegare, e in 1 Re 21:10,13 è tradotto esplicitamente con “maledire.”
La moglie non sta invitando Giobbe alla devozione. Sta dicendo: “Maledici Dio e dai un taglio alla tua vita”.
E la domanda che precede – “Ancora stai saldo nella tua integrità?” – in ebraico è carica di sarcasmo.
La parola “integrità” (tûmmāh) indica irreprensibilità, uno stato, o condizione di bontà morale, con l’accento sull’assenza di colpa, o di peccato (Giobbe 2:3, 9; 27:5; 31:6; Proverbi 11:3), o di completezza nella propria relazione con Dio, equivalente a devozione.
Questa parola e i suoi affini denotano una persona la cui condotta del tutto conforme alle norme morali e religiose di Dio e il cui carattere è di assoluta onestà, senza frode.
Ora la moglie la usa come un’arma: “Ancora? Dopo tutto questo? Ancora ti aggrappi alla tua integrità?”
È come dire a un uomo che sta annegando: “Ancora nuoti?”
In “ma lascia stare Dio, e muori!”, alcuni studiosi vedono il gesto disperato di chi vuole porre fine alla sofferenza dell’altro, un suggerimento di abbandonare la sua fede in cambio di una liberazione dal dolore.
Ma insieme a questa interpretazione, o in alternativa ad essa, altri studiosi vedono in questa frase l’esplosione di rabbia e delusione nei confronti di Dio, una ribellione di chi non riesce più a reggere lo scandalo di un uomo giusto abbandonato al dolore.
È un’accusa amara contro un Dio percepito come ingiusto e crudele.
Quando il dolore supera la speranza, anche la teologia più solida può vacillare.
Questo avviene ancora oggi in alcune persone quando sono provate dal dolore, o dalla perdita di una persona cara, o davanti a certe tragedie.
La moglie, invece di incoraggiare Giobbe, e di vedere ancora in lui la fede e la sottomissione a Dio come una grande risorsa, gli augura di maledire Dio e di morire!
Non solo Giobbe aveva perso tutto e soffriva tanto fisicamente, ma aveva perso anche il conforto della moglie!
Giobbe non era solo nella sofferenza: era solo nella solitudine della sofferenza.
Invece di sostenere il marito nella sofferenza, la moglie fallisce nel ruolo di sostegno emotivo e spirituale.
Alcuni famosi predicatori non sono stati teneri con lei.
• Crisostomo la chiamò: “Il migliore flagello del diavolo.”
• Agostino: “L’assistente del diavolo.”
• Calvino: “Lo strumento di Satana.”
Sono parole dure. Ma il punto teologico è reale e ha radici nel Nuovo Testamento: Satana può usare le persone più care come canali inconsapevoli – condutture del male che non sanno di esserlo.
Lo ha fatto con Pietro quando Gesù, poco prima, aveva detto che sarebbe morto e risorto, al che l’apostolo gli disse: “Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai” (Matteo 16:22).
Ma Gesù lo riconobbe immediatamente: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Matteo 16:23).
Gesù non stava insultando Pietro – stava identificando la fonte di quelle parole.
Anche l’amore, quando perde la bussola di Dio, può diventare la voce dell’avversario.
Le frecce più avvelenate non arrivano sempre dai nemici. Arrivano proprio dalle mani di chi ami.
Non esiste ferita più silenziosa di quella inflitta da chi avrebbe dovuto fasciarla.
E questo è un colpo che si aggiunge ai colpi. Piove sul bagnato – anche nelle relazioni più intime.
Quando il cuore è già spezzato, basta una parola sbagliata per farlo crollare, come una casa già lesionata che cede al primo terremoto.
Consideriamo ora:
II LE RAGIONI CHE SPIEGANO
Non dobbiamo essere troppo faciloni nel condannare la moglie di Giobbe come ci ricorda Warren Wiersbe: “Aveva perso dieci figli in un giorno, e questo sarebbe stato sufficiente a devastare qualsiasi madre. La ricchezza di famiglia era sparita e lei non era più la ‘principessa’ del paese. Suo marito, un tempo l’uomo più grande dell’Oriente (Giobbe 1:3), ora era seduto nella discarica della città, sofferente per una terribile malattia. Cosa le era rimasto? Piuttosto che guardare suo marito consumarsi nel dolore e nella vergogna, avrebbe preferito che Dio lo colpisse a morte e facesse subito la cosa giusta”.
La fede di questa donna è crollata sotto il peso accumulato delle varie afflizioni.
Il suo invito a maledire Dio e morire nasce da uno stato di disperazione e di incapacità di accettare, o comprendere tutta quella sofferenza.
Con il suo consiglio, la moglie di Giobbe si dichiara disposta a rinunciare all’integrità in cambio della fine del dolore, cosa che Giobbe si rifiuta di fare.
La sua reazione è una sorta di meccanismo di difesa psicologico per proteggersi dall’angoscia di vedere la persona amata soffrire in modo così atroce.
Era una donna che non riusciva più a guardare – e quando non riesci più a guardare, urli.
Arrabbiata con Dio e suggerendo la maledizione di Dio e la morte in un certo senso stava provando a porre fine alla sofferenza del marito e, di conseguenza al proprio tormento interiore.
La reazione della moglie di Giobbe non è un caso isolato.
La sofferenza può farci mettere in discussione Dio, ma la fede ci invita a confidare nel Suo piano, anche quando non lo comprendiamo.
Molte persone, di fronte alla sofferenza, mettono in dubbio la bontà e la giustizia divina e si ribellano a Dio; la loro fede, come quella della moglie di Giobbe, viene messa a dura prova.
La fede immatura non crolla sempre di schianto. A volte si sgretola lentamente, senza che ce ne accorgiamo. Non in un giorno – ma goccia dopo goccia, colpo dopo colpo.
La fede superficiale può consumarsi come una corda logorata dall’attrito: non si spezza all’improvviso, ma quando ormai è troppo consumata per reggere.
La sofferenza prolungata può trasformare:
• La preghiera in silenzio
• La fede in amarezza
• La speranza in cinismo.
La moglie di Giobbe è uno specchio per tutti noi: la sofferenza prolungata può distorcere la nostra visione di Dio e, di conseguenza la nostra fede ne risulta condizionata negativamente.
Quando il dolore dura troppo, il cuore può perdere la messa a fuoco spirituale: ciò che prima era chiaro diventa confuso, ciò che era saldo diventa fragile.
Dio mette un limite di tempo a ogni avversità: i momenti brutti della nostra vita dureranno solo il tempo che sarà necessario per raggiungere il Suo obiettivo per noi.
La sofferenza è più sopportabile se ci fidiamo di Dio e nel momento in cui l’accettiamo, la interpretiamo e crediamo che abbia un significato e uno scopo, secondo la rivelazione e la verità di Dio, anche se lì per lì non ne conosciamo i dettagli.
Accecata dal dolore, la moglie aveva perso la fede e la prospettiva più ampia, secondo cui dietro la sofferenza c’è un piano benevolo di Dio!
Le lezioni più profonde e importanti della vita sono spesso scritte con il pianto della sofferenza.
Dio scrive le Sue lezioni più indelebili su carta bagnata dalle lacrime.
Versetti come Romani 8:28-29 e Giacomo 1:4 ci dicono che, anche nelle prove più difficili, Dio ha un piano benevolo per noi, che è quello della nostra crescita spirituale a immagine di Gesù!
Insieme a Charles Stanley possiamo affermare: “Dio ha progettato l’avversità, qualunque sia la sua fonte, affinché diventi un punto di svolta da cui potrai fare i tuoi maggiori progressi nella crescita spirituale. Egli permette che la tua avversità rimanga nella tua vita soltanto fino a quando non realizza il suo scopo in te; non la manterrà un secondo più del necessario.”
Per coloro che amano Dio, la sofferenza è un processo con uno scopo preciso. Veniamo trasformati attraverso i momenti difficili, trasformati nella bellezza del carattere di Gesù. E, in questa prospettiva, il dolore ne vale la pena.
C. S. Lewis lo esprime con forza: “Dio ci sussurra nelle nostre gioie, ci parla nella nostra coscienza, ma grida nelle nostre sofferenze: è il Suo megafono per risvegliare un mondo sordo.”
La sofferenza diventa così un’opportunità di apprendimento, se siamo disposti ad ascoltare. Come scrive Nicholas Wolterstorff: “Guarderò il mondo attraverso le lacrime. Forse vedrò cose che con gli occhi asciutti non potrei vedere.”
Il teologo J. I. Packer diceva: “Dio usa il dolore cronico e la debolezza, insieme ad altre afflizioni, come scalpello per scolpire le nostre vite.”
Al capitolo 42 vediamo che, grazie alla sofferenza, Giobbe ha una visione più profonda di Dio.
La sofferenza è un visitatore indesiderato nella vita di ogni credente, ma è proprio in questi momenti che la nostra fede viene messa alla prova, affinata e il nostro carattere viene plasmato.
III LA RISPOSTA CHE INSEGNA (v.10)
Elisabeth Elliot disse: “Ogni volta che il mistero della sofferenza ci tocca personalmente, affrontiamo la scelta tra la fede che accetta e l’incredulità che si rifiuta di accettare.”
Ed è stata proprio questa la differenza tra Giobbe e sua moglie.
Nel v. 10 leggiamo: “Tu parli come parlerebbe una donna insensata. Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accetteremmo il male?”
Giobbe non stava difendendo solo sé stesso, ma la verità di Dio ‒ la sua risposta mostra che la fede autentica non tollera compromessi.
La perseveranza di Giobbe, di fronte alle avversità, diventa un esempio ispiratore per tutti coloro che cercano di mantenere la loro fede in mezzo alle tempeste della vita.
Corrie Ten Boom era una cristiana olandese che, insieme alla sua famiglia, aiutò molti ebrei a sfuggire all’Olocausto durante la Seconda guerra mondiale. Arrestata e imprigionata nel campo di concentramento di Ravensbrück, perse sua sorella Betsie e visse condizioni disumane. Eppure, anche in quel luogo disumano, Corrie mantenne la sua fede. Dopo la guerra, scrisse: “Non esiste fossa così profonda che Lui non sia più profondo ancora.”
Dio non ci incontra solo sulla cima delle montagne: ci aspetta anche nelle valli più oscure.
Non esiste dolore così profondo in cui Dio non sia presente a sostenerci; anzi, ci precede nell’abisso prima che ci arriviamo, e quando scendiamo nell’abisso, scopriamo che Dio era già lì ad aspettarci.
Non c’è notte così buia da spegnere la luce della Sua presenza.
Come Giobbe, Corrie soffrì tantissimo, ma scelse di rimanere fedele a Dio, trasformando poi la sua sofferenza in un ministero mondiale di riconciliazione e perdono.
• Giobbe non crolla
• Non segue la moglie
• La riprende con fermezza.
Non così la moglie come conferma Giobbe nel v.10.
La parola “insensata” (nəḇālôṯ) è un plurale (insensate) con un valore categoriale e intensivo, come a dire: “Non stai dicendo una cosa sciocca, stai parlando come chi appartiene alla categoria di chi insulta Dio.”
Quindi non è semplicemente stupidità. In ebraico indica una persona moralmente e spiritualmente stolta, qualcuno che ha rotto il legame con Dio.
È la stessa radice di “stolto” (nābāl) del Salmo 14:1: “Lo stolto ha detto in cuor suo: Non c’è Dio.”
La persona insensata è qualcuno che, all’interno di una particolare sfera d’influenza, non conta nulla, non ha nulla da offrire, non dà alcun aiuto, non incute rispetto, non è nulla, è inutile, senza valore sociale, senza Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 32:6,21; Giobbe 30:8; Salmo 14:1; 53:2; 74:18; Ezechiele 13:3).
La riprensione di Giobbe verso sua moglie non è fine a sé stessa, né nasce da una fredda superiorità morale, non sta insultando la moglie, ma sta identificando la pericolosità teologica del suo consiglio in contrasto con una verità più profonda che Giobbe esprime immediatamente dopo, riguardo all’accettazione sovrana della volontà di Dio, sia del bene sia del male.
Giobbe risponde alla moglie dichiarando: “Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?” (v.10).
Il verbo “abbiamo accettato” (nĕqabbēl – piel imperfetto attivo) descrive una partecipazione attiva e positiva a ciò che Dio ha decretato, non una semplice ricezione passiva!
Non è un verbo di emozione, ma di azione di volontà: è un’accoglienza attiva e consapevole. Giobbe non subisce – sceglie intenzionalmente e con determinazione (piel attivo).
“Bene” (ṭôḇ) si riferisce all’essere prospero, all’accumulo di molti beni, all’avere circostanze favorevoli e all’assenza di problemi nella vita, o di avversità (cfr. per esempio Deuteronomio 5:33; 30:9; Salmo 25:13; 119:122; 122:9; Geremia 15:11; 17:6; 32:39; Lamentazioni 3:38; Ezechiele 36:11).
La parola tradotta con “male” (raʿ) è il contrario di bene, quindi avversità, danno, grande dolore, malattia, cioè, avere un alto grado di dolore fisico e disagio, un orribile tormento (cfr. per esempio Genesi 31:29; Deuteronomio 28:59; 2 Cronache 21:19; Salmo 10:6; 23:4).
Giobbe sta dicendo: se ho ricevuto con gratitudine le benedizioni di Dio, con la stessa coerenza ricevo anche le avversità.
Accettare il bene e rifiutare il male dalla mano di Dio è un’incoerenza. La fede autentica abbraccia entrambe le realtà.
E proprio qui dobbiamo fermarci un momento, perché questa è la linea di confine tra una fede adulta e una fede immatura.
La fede non è una barca da diporto per giornate serene, ma una nave da guerra costruita per attraversare mari in tempesta.
Non si può amare Dio solo quando fa in modo che tutto vada bene.
Una fede che regge soltanto nella prosperità non è fede – è un contratto, un accordo di convenienza, non una relazione.
Con questa frase: “Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo il male?”, Giobbe riconosce la sovranità di Dio (cfr. per esempio Deuteronomio 32:39; Isaia 45:7).
La sovranità di Dio non è negoziabile! Non è un’opzione teologica: è il terreno solido sotto i nostri piedi quando tutto il resto crolla.
Giobbe ci insegna che la nostra fede deve perseverare e sottomettersi al piano sovrano di Dio, anche quando è doloroso; anche quando le circostanze sembrano oscure, ingiuste, o che sembrano non avere senso.
D. A. Carson ce lo ricorda: “La fede autentica non consiste nel capire tutto, ma nel fidarsi di Dio quando nulla ha senso.”
La risposta di Giobbe alla moglie ci ricorda che la nostra speranza non deve essere fondata su ciò che vediamo, ma su ciò che crediamo riguardo a Dio!
Giobbe, nonostante il consiglio insensato della moglie, rimase fedele a Dio!
John E. Hartley lo afferma in questo modo: “Giobbe voltò le spalle alla ricerca di una falsa via di fuga dalla sua sofferenza ed espresse la sua incrollabile fedeltà a Dio.”
La vera fede accetta tutte le circostanze, bene o male, sapendo che Dio sa, ama ed è all’opera.
La moglie di Giobbe, come tanti oggi, aveva l’idea errata e preconcetta che chi ha la fede in Dio:
• Non debba avere problemi!
• Non possa soffrire!
• Debba solo prosperare!
Ma una domanda che dobbiamo porci è: “Una persona adora Dio per amore genuino verso di Lui, o principalmente per le benedizioni di Dio?”
Purtroppo, come scriveva A. W. Tozer: “Abbiamo l’abitudine di cercare Dio per ciò che può darci, non per ciò che Egli è.”
Questa donna aveva certamente una visione egocentrica e materialista del rapporto con Dio, della serie: “Fede = benessere!”
Credere per avere prosperità è una fede utilitarista!
Questo contrasta con la reazione di Giobbe, che, pur nell’estrema afflizione, non rinnega Dio, ma accetta con pazienza e fede le prove che gli sono state imposte.
Quindi non dobbiamo amare i doni di Dio, che siano materiali, o spirituali, ma Dio stesso! (cfr. per esempio Deuteronomio 6:5; Matteo 22:37-39).
C’è sempre il rischio di cercare Dio e di usarlo come “maggiordomo” per soddisfare le nostre richieste, e quindi di amare i doni più del Donatore! Questo significherebbe essere idolatri.
Dio non è il tuo maggiordomo che fa ciò che tu vuoi, quando tu vuoi e come tu vuoi!
Oggi molti pensano a Dio come una sorta di lampada di Aladino, per compiere grandi imprese, o piccoli miracoli su richiesta di chiunque lo invochi per soddisfare i loro bisogni.
Il Signore è per loro “il Dio utilitario”, il Dio che dovrebbe soddisfare tutte le loro preghiere, tutti i loro desideri, tutti i loro obiettivi! Il Dio che dona felicità e successo.
A riguardo, Tom Wells scrive: “È l’epoca del ‘dio’ utilitario, il dio che si vuole usare per i nostri fini. Se volete ottenere felicità e successo, è sufficiente avvicinarsi con la giusta formula a questo dio, che aspetta dietro le quinte, pronto a darvi quanto il vostro cuore desidera”.
Che il Signore ci aiuti a non avere una fede utilitarista in un Dio utilitario!
Giobbe ci insegna che la fede non è baratto utilitaristico: è amore verso Dio, in ogni circostanza, è un sì incondizionato.
CONCLUSIONE
In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra: lo si legge alla fine del paragrafo del v.10.
Nonostante si fosse aggiunta un’altra sofferenza bruttissima, quella del corpo, Giobbe non peccò con le sue parole.
Tre verità escono da questo testo.
1) Prima verità: Dio è sovrano sul bene e sul male
Non è una formula teologica astratta – è il terreno stabile e sicuro sotto i piedi quando tutto crolla.
Uno degli errori più comuni tra i cristiani è quello di adottare, magari senza accorgersene, una visione dualista: attribuire tutto il bene a Dio e tutto il male a Satana, come se fossero due poteri opposti e indipendenti. È una scorciatoia che sembra proteggere l’immagine di Dio, ma finisce per limitare Dio e ingrandire Satana, trasformandolo quasi in un secondo dio.
La Bibbia non permette questa idea. Dio è responsabile in senso ultimo della sofferenza di Giobbe, non perché compia il male moralmente, ma perché:
• Permette a Satana di agire
• Concede potere a Satana
• Pone limiti all’azione di Satana
• Potrebbe fermarlo, ma sceglie di non farlo.
Il male può avere le mani di Satana, ma i confini di Dio. Non esistono due troni: ce n’è uno solo.
Giobbe lo sapeva: riconosceva che il bene e il male non arrivano da due poteri rivali, ma da un unico Dio sovrano che permette ciò che accade per scopi che spesso non comprendiamo.
• La sovranità di Dio è totale, non parziale
• Satana è un agente reale, ma non autonomo
• Questo rende il problema del male più difficile, non più facile, ma è anche ciò che permette la speranza.
Se Dio non fosse sovrano anche sul male, allora:
• Il male sarebbe fuori controllo
• La sofferenza sarebbe priva di significato
• La redenzione sarebbe incerta.
La sovranità di Dio è quindi la cornice che permette di credere che il male non avrà l’ultima parola.
2) Seconda verità: la fede autentica non è un contratto
Chi ama Dio solo nella prosperità non ama Dio – ama ciò che Dio gli dà.
La moglie di Giobbe non era un’eccezione: è lo specchio di ogni fede utilitarista.
Dio non è una lampada da strofinare. È il Signore – da amare, non da usare.
3) Terza verità: la solitudine nel dolore può essere reale, e Dio la vede
La moglie prima, e poi gli amici fecero sentire Giobbe ancora più solo. Dopo sette giorni di silenzio (Giobbe 2:13), questi aprirono bocca (dal capitolo 4 al 25), ma parlarono in modo non retto, come Dio stesso dichiarò loro in Giobbe 42:7.
Il peso maggiore non erano le piaghe sul corpo – era l’assenza di chi avrebbe dovuto stare vicino. Giobbe la conosce. E Dio la conosce.
Le frecce più dolorose non arrivano sempre dai nemici. Ma il Dio che conosce ogni freccia – conosce anche ogni ferita.
Anche nei momenti più bui, possiamo mantenere la nostra integrità e la nostra fede in Dio, confidando che Egli abbia un disegno più grande per la nostra sofferenza, anche quando non ci sentiamo capiti dalle persone care.
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