Giobbe 3:1-3: Il grido contro la vita
Giobbe 3:1-3: Il grido contro la vita
Quando non riesci più a tacere
Serie: Piove sul bagnato
Ti è mai capitato di essere così scoraggiato dalla tua sofferenza da desiderare di morire? Giobbe sì. La sua sofferenza era così estrema che preferiva la morte alla vita.
Martin Lutero raccontò una parabola in cui il diavolo ascoltava i suoi demoni riferire i loro progressi nella distruzione delle anime degli uomini. Uno spirito maligno disse: “C’era una compagnia di cristiani che attraversava il deserto, e io scatenai i leoni su di loro. Presto le sabbie del deserto furono disseminate dei loro cadaveri sfigurati.”
“Ma a cosa serve?” disse Satana. “I leoni distrussero i loro corpi, ma le loro anime furono salvate. Sono le loro anime che cerco.”
Poi un altro spirito cattivo diede il suo racconto malvagio: “C’era una compagnia di pellegrini cristiani che navigavano attraverso il mare su una nave. Mandai un forte vento che spinse la nave contro le rocce, e ogni cristiano a bordo annegò.”
Ma Satana ribatté: “A cosa serve? I loro corpi furono annegati nel mare, ma le loro anime furono salvate. Sono le loro anime che cerco.”
Poi un terzo angelo caduto si fece avanti per raccontare il suo resoconto diabolico: “Per dieci anni ho cercato di gettare un cristiano in particolare in una profonda disperazione e depressione. Finalmente, ci sono riuscito.”
E con quel rapporto, i corridoi dell’inferno risuonarono di urla di trionfo. La missione malvagia era stata compiuta. L’anima di un credente era stata sconfitta.
Questa è solo una storia fittizia, ma rivela la verità sull’intento malvagio di Satana di distruggere le nostre anime. Questo era ciò che Giobbe stava affrontando.
Siamo sempre nella serie: Piove sul bagnato.
Sotto gli assalti feroci del diavolo, il sofferente e tormentato cronico Giobbe (Giobbe 3:26) era sprofondato in un’angoscia profonda.
L’uomo di pazienza e fede era caduto in uno stato di profondo scoraggiamento e depressione spirituale, una realtà comune per chi soffre di gravi malattie o disabilità fisiche.
Sebbene inizialmente rispondesse con una fede incrollabile, iniziò a essere profondamente provato dall’attacco incessante del diavolo sul suo corpo dopo aver perso figli, ricchezze, servi e il sostegno della moglie.
Steven Lawson scrive nel suo commento su Giobbe: “Ogni persona ha un punto di rottura; anche i credenti autentici arrivano a un punto in cui possono diventare gravemente scoraggiati e persino depressi. Una tale disperazione può portare una persona a voler rinunciare alla vita.”
C’è un momento nella sofferenza prolungata in cui il silenzio si spezza. Non perché tu lo abbia deciso, ma perché non puoi più trattenerlo.
• Hai resistito
• Hai benedetto il nome del Signore mentre i colpi arrivavano uno dopo l’altro
• Hai risposto con fermezza a chi ti consigliava di maledire Dio e morire
• Hai tenuto duro
• Hai stretto i denti
• E poi, un giorno, qualcosa cede.
Non crolla la fede – crolla il silenzio. E da quella crepa esce qualcosa che assomiglia a un urlo.
• Forse ti riconosci in questo
• Forse sei stanco del dolore e della sofferenza costanti
• Forse sei logorato dal peso delle tue prove
• Forse hai sofferto così tanto da desiderare di poter andare in paradiso
• Forse sei stato angosciato, o sei angosciato fino a desiderare il ritorno di Cristo.
È proprio lì che si trovava Giobbe. Desiderava il sollievo della morte affinché finisse la sua sofferenza.
Giobbe non voleva togliersi la vita, ma voleva che Dio lo facesse morire. Aveva perso il desiderio di vivere.
Giobbe non nega né diluisce il dolore che prova, ma lo esprime onestamente, senza mascherare la sua angoscia.
La sua devozione rimane limpida e diretta, proprio come quella che emerge nei salmi di lamento.
Giobbe lascia uscire con forza tutto ciò che prova, esprimendo il suo disgusto per la vita: questo sfogo gli permette di esprimere apertamente la frustrazione e la rabbia che porta dentro per ciò che gli sta accadendo, come una via di fuga dal suo tormento cronico.
Non si tratta di debolezza né di ribellione cinica.
Gridare il proprio dolore a Dio è un atto di verità – e la verità, anche quando brucia, è fede autentica.
Sappiamo che:
• Lo sfogo emotivo allenta tensioni interiori altrimenti soffocanti
• Riconoscere ciò che si prova, aiuta a regolarlo e ne riduce l’intensità
• Esprimere apertamente il dolore, invece di reprimerlo, ci aiuta ad affrontarlo anziché esserne sopraffatti.
Quando non puoi sconfiggere il nemico della sofferenza cronica e Dio, nella sua volontà, non cambia la tua situazione, devi imparare a convivere con essa. Non perché la sofferenza diventi più leggera, ma per evitare di esserne consumato emotivamente e spiritualmente. Questo significa affidarsi alla grazia di Dio (cfr. per esempio 2 Corinzi 12:9), confidare nella sua saggia e fedele sovranità e credere che Egli opera secondo un buon piano per coloro che lo amano (cfr. per esempio Isaia 50:10; Romani 8:28-29).
E quando il tormento prende la forma di un racconto, di uno sfogo – quando il caos interiore diventa parola, cioè viene espresso, il peso della sofferenza non rimane più chiuso nel silenzio e può essere affrontato nella prospettiva della grazia e del piano saggio di Dio.
Cominciamo con:
I IL TORMENTO DI GIOBBE
Nel tormento di Giobbe vediamo:
A) La dichiarazione sconcertante
Nel v.1 è scritto: “Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.”
Questo è un modo poetico per dire che voleva non essere mai nato.
Dopo il lungo silenzio dei suoi amici, di sette giorni e sette notti (Giobbe 2:13), dopo aver visto che non c’era alcuna prospettiva di sollievo o consolazione, che il suo dolore e la sua angoscia erano così intensi, opprimenti e persistenti, Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita.
Quando si soffre, si possono dire e fare molte cose di cui poi ci si pente.
Il verbo “maledire” (qālal) significa “rendere piccolo, o leggero” nel senso di “valutare poco importante”, “insignificante”, “spregevole”, “trattare con disprezzo” (cfr. per esempio Genesi 16:5; 1 Samuele 2:30; 18:23; Giobbe 40:4; Isaia 8:23; 49:6; Naum 1:14).
Ha chiaramente, sia una funzione dichiarativa sia fattiva: la funzione dichiarativa coincide con quella fattiva: dichiarare qualcuno insignificante o spregevole significa anche rendere quella persona insignificante e spregevole agli occhi di chi pronuncia la maledizione (cfr. per esempio Levitico 19:14; 24:15; 1 Samuele 3:13; Ecclesiaste 10:20).
Giobbe non sta lanciando una maledizione magica, ma sta dichiarando il suo giorno “leggero”, cioè privo di valore, indegno di esistere.
È un atto di disprezzo esistenziale, non di magia rituale; un modo per cancellare il giorno della sua nascita dal mondo, come se non dovesse mai essere accaduto, come chi strappa una pagina da un libro e vorrebbe che quella pagina non fosse mai stata scritta.
Giobbe non è il primo né l’ultimo. I sentimenti e gli atteggiamenti che troviamo qui sono condivisi da molti che hanno vissuto esperienze di grande sofferenza simili a quelle di Giobbe, di tormento continuo (Giobbe 3:25-26).
Il profeta Geremia pronuncia parole quasi identiche: “Maledetto sia il giorno che io nacqui! Il giorno che mia madre mi partorì non sia benedetto!” (Geremia 20:14).
Il profeta Elia sotto il ginepro chiede di morire: “Ma egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: ‘Basta! Prendi la mia anima, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!’” (1 Re 19:4)
Questa maledizione – come tutto il discorso del capitolo – è stata interpretata come un tentativo di evocare la misericordia umana e divina.
Ma è più probabile che sia semplicemente l’espressione di un dolore e di una rabbia profondi davanti a una sofferenza in cui non c’è via d’uscita.
È il grido di chi è sopraffatto dal dolore e dall’angoscia, impotente, al limite della disperazione per la propria condizione. Come un uomo che urla nel buio non perché si aspetti un’eco, ma perché il silenzio è diventato insopportabile.
Nel suo libro Creative Suffering, Paul Tournier descrive la rabbia come una risposta necessaria nella persona sana. Ripete la storia di uno studente di ricerca che visitò un vecchio la cui vita felice era stata distrutta da una serie di colpi tragici. Una barriera linguistica gli impedì di esprimere il suo dolore e la sua disperazione finché lo studente di ricerca non sentì la sua storia e rispose battendo il pugno sul tavolo e urlando: “Non è giusto! Non è giusto!”
Il vecchio capì il messaggio. Per la prima volta, i suoi occhi tristi si illuminarono perché qualcuno capì la sua situazione.
La rabbia è vicina all’accettazione, secondo Tournier. Sebbene contrari in teoria, nella pratica, afferma: “Si tengono per mano come ballerini in una danza popolare.” Una cosa va con l’altra.
Nel tormento di Giobbe vediamo:
B) Il desiderio sconvolgente
“Perisca il giorno che io nacqui e la notte in cui si disse: ‘È stato concepito un maschio!’” (v.3).
Quando si soffre terribilmente, e si ha sensazione di essere dimenticati, abbandonati e rigettati da Dio, si corre il rischio di perdere ogni speranza di vedere un cambiamento delle proprie circostanze: meglio non essere mai nati, o essere annientati, che essere abbandonati da Dio; meglio non essere mai esistiti piuttosto che vivere senza di Lui.
Il giorno di nascita e la notte di concepimento sono termini complementari in quanto il concepimento e la nascita segnano l’inizio e la fine della gestazione.
“Giorno” e “Notte” sono anch’essi termini complementari che designano le parti corrispondenti di un singolo giorno.
Artur Weiser scrive: “Per Giobbe la vita è così sofferta, cioè così distrutta dal dolore, che egli la vorrebbe vedere spenta nel suo stesso inizio.”
Giobbe desidera che il giorno della sua nascita e la notte del suo concepimento vengano cancellati.
È come dire: “Vorrei che quel giorno non fosse mai esistito”.
Giobbe voleva azzerare la propria storia dall’origine, come chi vorrebbe demolire una casa dalle fondamenta perché non riesce più a vivere dentro.
La lamentela di Giobbe è che sarebbe meglio non nascere mai, piuttosto che sopportare la sua attuale catastrofe di afflizioni.
Sono parole che fanno sobbalzare. Ma la Bibbia le registra senza censura – perché sono parole umane, profondamente umane.
• Non le nasconde
• Non le addolcisce
• Non le scusa
La sofferenza può offuscare la mente e quindi la memoria e far dimenticare le benedizioni passate.
Warren Wiersbe scrive: “La sofferenza di Giobbe era così grande che gli fece dimenticare le benedizioni di cui lui e la sua famiglia avevano goduto per tanti anni. Se non fosse mai nato, non sarebbe mai diventato l’uomo più grande d’Oriente! Ma il dolore ci fa dimenticare le gioie del passato”.
Lo Spirito Santo le mette nella Bibbia come testimonianza onesta di ciò che la sofferenza accumulata può fare all’anima umana.
Il dolore prolungato non è solo fisico: è come una nebbia che sale e copre tutto, anche i ricordi più luminosi.
“Perisca” (yōʾbad – qal attivo iussivo imperfetto) significa “Che cessi di esistere!”, “Che sia cancellato!”
Il verbo esprime un desiderio forte e veemente che il giorno della sua nascita non ci fosse mai stato, e quindi che egli non fosse mai nato.
Giobbe menziona anche la notte perché, nella poesia ebraica, il giorno rappresenta la nascita e la notte rappresenta il concepimento.
Maledicendo sia il giorno sia la notte, Giobbe esprime il desiderio che la sua vita non fosse mai iniziata, né nel grembo né alla nascita.
La gioia della nascita di un maschio nei paesi orientali è molto maggiore di quella della nascita di una femmina.
Albert Barnes commenta così: “C’è qualcosa di singolarmente audace, sublime e selvaggio in questa esclamazione. È l’esplosione di un sentimento che era stato a lungo trattenuto, e che ora prorompe nel modo più veemente e appassionato.”
Il tormento di Giobbe non è riportato nella Scrittura solo come testimonianza della sofferenza umana. Attraverso il suo lamento, Dio ci insegna verità profonde sulla fede nel dolore.
Consideriamo:
II LA TEOLOGIA DEL LAMENTO
Nel lamento di Giobbe impariamo che:
A) Il lamento è riconoscere il dolore
Nel dolore, possiamo:
• Arrabbiarci con Dio: questo può portare all’amarezza e talvolta all’abbandono della fede
• Negare il dolore con un “va tutto bene” che non è vero.
Ma c’è una terza via: portare a Dio la nostra rabbia e il nostro dolore, esprimendoli con sincerità senza rinunciare alla fede.
Questo capitolo di Giobbe può essere considerato un lamento e, come i salmi di lamento ci mostra qualcosa di fondamentale: la fede non è l’assenza del dolore, né l’assenza del dubbio, né quella del lamento.
È la capacità di portare il dolore, l’amarezza e il dubbio davanti a Dio senza fingere che non esistano – ed è proprio questo che li rende significativi.
Mark Vroegop scrive: “Il lamento ci invita a pregare attraverso la nostra lotta con una vita che è tutt’altro che perfetta.”
B) Il lamento è pregare onestamente
Il teologo Walter Brueggemann ha dedicato gran parte della sua vita allo studio dei Salmi. La sua osservazione è semplice, ma dirompente: i salmi di lamento non sono un momento di debolezza nella vita del credente. Sono la sua forma di preghiera più onesta.
Il lamento, dice Brueggemann, è un atto di resistenza: il credente si rifiuta di accettare il dolore come se fosse l’ultima parola.
Non si rassegna in silenzio. Porta la sua rabbia davanti a Dio, perché sa – anche confusamente, anche disperatamente – che c’è qualcuno che può ascoltare, e quindi cambiare la circostanza.
Giobbe fa esattamente questo: non si rivolge al vuoto; anche quando maledice il giorno della sua nascita, lo fa in un universo in cui Dio esiste. La sua rabbia ha un destinatario, anche se non lo nomina ancora.
Questa è la differenza sottile, ma decisiva tra la disperazione che non tiene presente Dio e il lamento biblico.
La disperazione chiude la porta ‒ il lamento la tiene aperta, anche sbattendola.
Giobbe non abbandona Dio.
• Lo interpella
• Lo provoca
• Lo chiama a rispondere.
E Dio – questo è significativo – alla fine risponde proprio a lui, non agli amici, risponde a chi aveva urlato.
Il lamento, dunque, non è il contrario della fede. È una delle sue forme più vive.
Todd Billings cita Agostino su come i salmi di lamento, come tutti i salmi, ci insegnino ad avere fiducia: “I salmi ci sono stati donati come una pedagogia divina per i nostri affetti: il modo in cui Dio rimodella i nostri desideri e le nostre percezioni affinché imparino a lamentarci per le cose giuste e a gioire per quelle giuste.”
Parlando del lamento biblico, Mark Vroegop, scrive: “Ogni lamento è una preghiera. Una dichiarazione di fede. Il lamento è il grido sincero di un cuore sofferente che lotta con il paradosso del dolore e la promessa della bontà di Dio.”
C) Il lamento nasce dalla fede
La Bibbia non dipinge i credenti come persone immuni dal crollo. Li presenta come persone che crollano – e che nel crollo restano in relazione con Dio.
Il lamento Biblico non è assenza di fede – è fede che grida.
Il lamento nella Bibbia di solito implica almeno queste domande:
• “Se mi ami, perché sta succedendo questo?”
• “Se hai tutto sotto controllo, perché hai permesso questa sofferenza?”
• “Dove sei, Dio? Perché non agisci?”
Questi salmi di lamento, come il libro di Lamentazioni, non mostrano una mancanza di fede, ma una fede e una preghiera autentiche che nonostante la protesta o la domanda “perché?”, restano in relazione con Dio durante la crisi.
Dio accetta le nostre lamentele: fanno parte della vita di fede.
La preghiera del lamento non è un’emozione negativa da evitare, né un segno di poca fede.
Al contrario, nasce dalla fede; è la decisione di rivolgersi a Dio anche nel dolore, portandogli le nostre inquietudini e le domande che restano senza risposta, consegnandogli sinceramente ciò che abbiamo nel cuore.
Il lamento è la preghiera di una fede ferita che, tuttavia, non smette di bussare; segna quel tratto del pellegrinaggio spirituale in cui dolore e fede convivono, dove la sofferenza non cancella la fiducia nel Signore.
La fiducia non è passività, è una pazienza attiva: un continuo tornare a Dio mentre il dolore persiste.
Il lamento nasce proprio da questa tensione tra la durezza della sofferenza e la fiducia in chi è Dio.
Come scrive Mark Vroegop: “Il lamento è il modo in cui impariamo a vivere tra i poli di una vita dura e la bontà di Dio. È un’opportunità per ricordare al nostro cuore la fedeltà di Dio nel passato, specialmente quando gli eventi immediati della vita sono in gran parte negativi. Mentre soffriamo ancora, il lamento ricorda al nostro cuore ciò che crediamo essere vero.”
E ancora: “La fede nella misericordia, nella redenzione e nella sovranità di Dio genera il lamento. Senza la speranza nella liberazione di Dio e la convinzione della sua onnipotenza, non ci sarebbe motivo di lamentarsi quando il dolore invade le nostre vite.”
Il lamento è come:
• Il canto tra il dolore e la promessa
• Il cammino tra una vita dura e la bontà di Dio
• Il ponte tra ciò che vediamo e ciò che crediamo
• Il modo cristiano di attraversare il male senza perdere la fede.
Paradossalmente, invece di rappresentare una debolezza spirituale, il lamento esprime una fiducia profonda nella capacità di Dio di trasformare la sofferenza.
Il lamento è continuare a rivolgersi a Dio, gridare a Lui i propri bisogni, anche quando la vita fa male in modo crudo; ci invita a pregare con audacia anche quando siamo feriti profondamente.
Il lamento è uno strumento che Dio stesso mette nelle mani del credente per affrontare il dolore in modo spiritualmente sano, cioè portando a Dio la sua angoscia con sincerità e fiducia.
In altre parole, il lamento non è l’opposto della fede, ma la fede che lotta, soffre e continua a rivolgersi a Dio quando tutto sembra crollare.
D) Il lamento nasce quando la sofferenza ci fa sentire Dio distante
Molti conoscono la storia dello scrittore e filosofo cristiano C. S. Lewis, che sposò Joy Davidman, lei poi morì di cancro, lasciando due figli piccoli.
In un resoconto molto sincero, Lewis scrisse i suoi sentimenti dopo la morte della moglie; li leggiamo nel suo libro A Grief Observed (Diario di un dolore in italiano).
Come Giobbe, Lewis affronta la sua agonia e discute con sé stesso e con Dio sui suoi sentimenti. Egli scrive: “Stanotte tutti gli inferni del dolore giovanile si sono riaperti: le parole folli, il risentimento amaro, il turbinio nello stomaco, l’irrealtà da incubo, l’abbandono alle lacrime. Nel frattempo, dov’è Dio? Questo è uno dei sintomi più inquietanti. Quando sei felice... e ti rivolgi a Lui con gratitudine e lode, verrai accolto ‒ o almeno così sembra ‒ a braccia aperte. Ma vai da Lui quando il tuo bisogno è disperato, quando ogni altro aiuto è vano, e cosa trovi? Una porta sbattuta in faccia e il rumore di chiavistelli che sbattono dall’interno. Dopodiché, silenzio.”
Mark Vroegop scrive: “La vita è piena di una varietà di sofferenze. Il dolore si presenta in molte forme. Il lamento parla di tutti i dolori della vita ‒ per quanto piccoli o grandi siano. Il dolore può entrare nella tua vita a causa di desideri insoddisfatti, solitudine, un corpo malato o un supervisore ingiusto al lavoro. Può manifestarsi come perdita del lavoro, difficoltà finanziarie, un fidanzamento rotto o conflitti in corso nel matrimonio. I nostri cuori possono gemere sotto il peso dell’infertilità, del cancro, di un’adozione fallita, di un coniuge adultero o di figli ribelli. Più viviamo, più dolore vediamo. Dio potrebbe intervenire, ma ci sono momenti ‒ molte volte ‒ in cui sceglie di non farlo. Questa è la tensione della lamentela.”
Quando il dolore è intenso, può sembrare che Dio abbia “nascosto il suo volto” o che ci abbia lasciati soli ‒ esattamente come esprimono i Salmi 10 e 22.
In quei momenti, la realtà che viviamo sembra non corrispondere alle promesse che conosciamo, e questo crea tensione, confusione, angoscia.
Il lamento biblico nasce da qui: dal sentirsi abbandonati, pur credendo che Dio sia fedele; dal non vedere le promesse realizzate, pur sapendo che Dio non mente.
Ed è proprio a questa tensione che il lamento dà voce, trasformando la sofferenza in preghiera.
I salmi di lamento vivono in una tensione che non si risolve facilmente.
Da un lato c’è il grido:
• “Fino a quando, Signore?”
• “Perché ti sei dimenticato di me?”
• “Dove sei?”
Dall’altro lato c’è ciò che si sa di Dio: “Io so che Tu sei fedele, e puoi cambiare in un attimo le circostanze”.
Chi si lamenta nel vuoto non prega: dispera. Chi si lamenta davanti a Dio, anche arrabbiato, anche confuso, anche angosciato, sta ancora nella relazione.
È come due persone che litigano furiosamente – finché litigano, sono ancora insieme. Il silenzio assoluto è la vera rottura.
I salmi di lamento, dice Brueggemann, non sono un’eccezione marginale: sono parte di un più ampio movimento spirituale che attraversa tutta la Scrittura.
Brueggemann parla di tre fasi dell’esperienza umana davanti a Dio:
• Orientamento: quando la vita è stabile e Dio appare vicino (cfr. per esempio Salmo 8;19; 23).
• Disorientamento: quando il dolore irrompe e tutto crolla (cfr. per esempio Salmo 13; 22; 88).
• Nuovo orientamento: quando, dopo la crisi, nasce una fiducia nuova, più profonda (cfr. per esempio Salmo 30; 40; 116).
Quando la vita crolla, quando le certezze svaniscono, quando Dio sembra assente, il credente non recita una preghiera composta: grida! E quel grido è già preghiera.
Il lamento appartiene alla fase del disorientamento, ma non è un vicolo cieco: è il ponte verso un nuovo orientamento.
È il luogo in cui la fede si misura con la realtà, senza maschere.
È la preghiera di chi non si rassegna, di chi rifiuta di accettare il dolore come destino inevitabile.
Ma c’è una differenza significativa tra Giobbe 3 e i salmi di lamento: qui Giobbe non si rivolge ancora a Dio.
Il lamento biblico conosce due movimenti distinti:
• Quello rivolto alla situazione – il dolore descritto, la sofferenza narrata, come per esempio nel Salmo 88, dove il salmista si rivolge al Signore dicendogli che si sente abbandonato, respinto da Lui (vv.5-6,14), o nel grido del Salmo 13:1: “Fino a quando, o SIGNORE, mi dimenticherai? Sarà forse per sempre? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?”
• Quello rivolto direttamente a Dio, dove il credente non si limita a descrivere il dolore ma interpella Dio, chiedendogli conto della sua apparente assenza: “Risvegliati! Perché dormi, Signore? Destati, non respingerci per sempre!” (Salmo 44:23), o il Salmo 89:46: “Fino a quando, SIGNORE, ti terrai nascosto e l’ira tua arderà come fuoco?”
In entrambi i casi è una crisi di fede: il credente porta davanti a Dio la contraddizione tra ciò che sa di Lui e ciò che sta vivendo, senza risolverla artificialmente.
Giobbe 3 si colloca ancora nel primo movimento.
Il suo grido è chiuso in sé stesso ‒ descrive, maledice, invoca il nulla, non si rivolge ancora direttamente a Dio.
Ma la crisi di fede è già accesa, e nei capitoli successivi esploderà in interpellanza diretta.
La maledizione di Giobbe non è il tradimento spirituale che Satana aveva previsto: Giobbe esprime un’agitazione estrema, ma non maledice Dio, come gli aveva consigliato la moglie.
Non è bestemmia contro Dio – non maledice – è un grido contro l’esistenza stessa.
Giobbe maledice il momento in cui è entrato in questo mondo a causa delle sue circostanze.
E) Il lamento è scuola di saggezza
Mark Vroegop scrive: “Un mondo in rovina porterà con sé dolore, ma può anche donarci saggezza se siamo disposti a rallentare, ascoltare e imparare. Il lamento è un maestro scomodo ma al tempo stesso utile. È vero: “Il cuore del saggio è nella casa del pianto (Ecclesiaste 7:4).”
Ma possiamo aggiungere anche Ecclesiaste 7:14, che dice: “Nel giorno della prosperità godi del bene, e nel giorno dell’avversità rifletti.”
Il lamento è un luogo dove la memoria viene custodita, nel senso che impedisce di dimenticare le verità che emergono dalle macerie.
Il lamento diventa così una scuola di saggezza, un invito a guardare la realtà con occhi più profondi.
Il libro delle Lamentazioni mostra come il lamento possa diventare una scuola di saggezza. Di fronte alla distruzione di Gerusalemme, il popolo riconosce la propria colpa: “Il Signore è giusto, poiché mi sono ribellata alla sua parola” (Lamentazioni 1:18; cfr. Lamentazioni 1:5-2:22).
Il dolore diventa così occasione di saggezza, di rinnovata fiducia e di conversione, come vediamo in Lamentazioni 3:19-40.
In questi versetti il lamento diventa una scuola di saggezza perché, nel mezzo del dolore, rivela il vero volto di Dio: Egli è un Dio di grazia, compassionevole, fedele e buono verso chi lo cerca (vv. 22-25); non abbandona per sempre e non gode dell’afflizione degli uomini (vv. 31-33).
Pur essendo sovrano e giusto, Dio usa anche il dolore per richiamare il Suo popolo alla riflessione e alla conversione: “Esaminiamo la nostra condotta e scrutiamola, e torniamo al Signore” (v. 40).
Il lamento, può diventare un risveglio spirituale, perché ci riporta alla verità su Dio e su noi stessi; ci aiuta a riconoscere il peccato, a smascherare le illusioni del cuore e a prendere coscienza della nostra fragilità.
Allo stesso tempo, ci invita a tornare a Dio con sincerità e a rinnovare la nostra fiducia nella Sua misericordia.
In questo modo, il lamento apre gli occhi alla realtà e conduce a una fede più profonda e matura.
A differenza dei salmi di adorazione, che presentano una teologia dall’alto attraverso gli attributi maestosi, i salmi di lamento offrono una teologia dal basso – non parlano di Dio dall’alto delle Sue perfezioni, ma dal fondo del bisogno umano, con la sua vulnerabilità, dalla polvere della sofferenza.
È anche vero che in questi salmi, il lamento diventa adorazione, non perché il dolore cessi, ma perché il grido si concentra su Dio.
Nel momento in cui il credente si rivolge a Dio – anche con rabbia, anche con accuse – sta riconoscendo implicitamente che Dio esiste, che ascolta, che può intervenire.
Quella fiducia e quella speranza residue, anche minime, sono già adorazione.
Anche questi salmi parlano del carattere o delle opere di Dio (cfr. per esempio Salmo 77; 88), o finiscono con la lode (cfr. per esempio Salmo 31; 57; 62), o con una dichiarazione di fede (cfr. per esempio Salmo 22; 42; 73).
CONCLUSIONE
Nessuno sceglie la sofferenza; nessuno si abitua davvero al dolore cronico che non dà tregua, alla notte che non finisce, alla solitudine di chi soffre e non viene capito. Giobbe lo sa, e il capitolo 3 non lo nasconde.
Il grido di Giobbe non era il contrario della fede; era la fede nella sua forma più cruda e onesta. Era un uomo che, anche nel buio più fitto, non aveva smesso di esistere davanti a Dio – anche senza saperlo, anche maledicendo il giorno della sua nascita.
Questo ci dice qualcosa di fondamentale: anche gli uomini di fede autentici crollano. Non i deboli, non i superficiali – Giobbe, il più integro della terra.
Se è successo a lui, può succedere a chiunque. E quando succede, non è la fine della fede. È la fede che grida invece di pregare compostamente.
Ma Dio non lascia Giobbe nel suo grido, lo accoglie, e poi lo conduce oltre: quando finalmente parla, lo porta al di là delle sue domande (Giobbe 38:2), e Giobbe vedrà con i suoi occhi ciò che prima conosceva solo per sentito dire (Giobbe 42:5).
Il lamento è la porta, non la casa: si entra gridando, ma non si resta a vivere nel grido.
Charles Simeon osserva che se Giobbe avesse compreso il disegno divino dietro la sua sofferenza – come essa servisse alla sua santificazione presente e alla gloria eterna, e come il suo esempio avrebbe attraversato i secoli come testimonianza per la chiesa di tutti i tempi – non avrebbe pronunciato tali lamenti.
Non sappiamo se saremmo capaci di non lamentarci nella sofferenza, ma di certo questa prospettiva ci aiuta a portarla.
Il Nuovo Testamento ci parla del beneficio della sofferenza per la nostra vita spirituale: forma il carattere (cfr. per esempio Romani 5:3-4; Giacomo 1:2-4); purifica la fede come il fuoco purifica l’oro (cfr. per esempio 1 Pietro 1:6-7), e diventa il luogo paradossale in cui la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2 Corinzi 12:9-10).
Paolo ci invita a guardare oltre, alla gloria che attende il credente dopo la morte.
“Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev’essere manifestata a nostro riguardo” (Romani 8:18).
Qualunque cosa tu stia attraversando, non è l’ultima parola. C’è una gloria che la supera talmente che, al suo confronto, il peso di oggi sembrerà leggero.
E ancora, in 2 Corinzi 4:17-18, afferma: “Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.”
La sofferenza ha una durata. La gloria non ne ha.
Paolo non minimizza la sofferenza – lo mette in prospettiva:
• È reale, ma è temporanea
• È pesante, ma non è eterna
• È dolorosa, ma non è senza uno scopo
C’è un motivo valido per cui soffriamo nel presente e una gloria incomparabile nell’eternità.
Giobbe non lo vedeva ancora; soffriva nel buio, senza risposta, senza spiegazione.
Ma c’è un grido più grande di quello di Giobbe, quello di Gesù sulla croce, che riprende le parole del Salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27:46).
Il lamento non è solo permesso al credente: è stato pronunciato anche dal Figlio Unigenito!
Per questo nessun grido, nel buio, cade nel vuoto. Cristo lo ha attraversato prima di noi, e oggi sa simpatizzare con le nostre debolezze (cfr. per esempio Ebrei 4:15-16).
E un giorno, questo è certo: “Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21:4).
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